“Nostalgia di Futuro”: abitare la complessità nell’era dell’Intelligenza Artificiale
In un panorama informativo attraversato da accelerazioni tecnologiche e vulnerabilità democratiche, il confronto promosso dall’Osservatorio TuttiMedia e da Media Duemila mette in luce la necessità di tornare a interpretare ciò che cambia, invece di subirne il ritmo. Tra riflessioni sul ruolo delle piattaforme, responsabilità del linguaggio, fragilità europee e rischi di automatismi opachi, emerge un punto fermo: il significato resta un compito umano. E solo mantenendo uno sguardo critico e curioso è possibile dare forma a un domani che non sia dettato unicamente dai modelli algoritmici
In Italia abbiamo un talento singolare: trasformare ogni discussione sulla tecnologia in una questione di fede. È tutto un pendolo tra catastrofismo e ottimismo, tra chi vede nell’algoritmo l’inizio della fine e chi lo considera la soluzione definitiva a ogni inefficienza. In mezzo, però, c’è il territorio più fertile, il più difficile da abitare. Nostalgia di Futuro, il laboratorio culturale nato dall’Osservatorio TuttiMedia e da Media Duemila, da diciassette anni prova a farlo. È un’eredità che risale a Giovanni Giovannini, storico presidente della FIEG e fondatore dell’Osservatorio: capire prima di giudicare. Una postura che oggi, in un ecosistema informativo attraversato da accelerazioni e opacità, è diventata più necessaria che mai. A mantenerla viva c’è il lavoro di Maria Pia Rossignaud, direttrice di Media Duemila e vicepresidente dell’Osservatorio, che negli anni ha costruito uno spazio di confronto stabile, non rituale, in cui il cambiamento può essere analizzato senza abbandonarsi né all’entusiasmo né alla paura. L’edizione 2025, ospitata negli studi Mediaset di Cologno Monzese, ha confermato questa vocazione: spostare la discussione dal piano delle contrapposizioni ideologiche a quello delle implicazioni reali. Che cosa perdiamo quando deleghiamo ai sistemi automatizzati una parte crescente della nostra percezione del mondo? Che cosa resta dell’esperienza umana dell’informazione quando il ritmo è dettato da algoritmi che non percepiscono il senso, ma solo i segnali?
LA VELOCITÀ COME QUESTIONE POLITICA. «L’intelligenza artificiale entra nei processi comunicativi con una velocità senza precedenti. Di fronte a questa accelerazione servono conoscenza e regole». Non è una formula di circostanza: è l’avvertimento di Gina Nieri, membro del CdA Mediaset, che quotidianamente osserva come l’IA stia ridisegnando i processi interni e l’intero ciclo dell’informazione. E la sua osservazione ha una forza particolare perché non arriva dall’accademia ma da dentro l’industria. Il punto è essenziale: velocità e democrazia procedono su tempi diversi. Pensare di poterle far coincidere significa cedere all’illusione che la qualità dell’informazione possa sopravvivere alla riduzione della sua componente più fragile e più preziosa: il filtro umano. A questa esigenza di metodo si collega la riflessione di Alberto Barachini, Sottosegretario all’Editoria, che richiama la necessità di “guardare la notizia oltre la notizia”. Non è un vezzo intellettuale. È il tentativo di difendere la curiosità come strumento civico. Se l’informazione si limita a replicare ciò che gli algoritmi selezionano, la democrazia perde la sua prima infrastruttura: la capacità di scegliere. Ci sono poi le vulnerabilità di sistema. Carlo Corazza, direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, lo ha sintetizzato con lucidità: un continente che «rincorre innovazioni prodotte altrove» diventa un continente esposto. La disinformazione non approfitta delle debolezze tecnologiche, ma di quelle politiche. E qui il tema smette di essere tecnico. Per questo la definizione dell’informazione come “bene comune”, richiamata da Laura Aria, commissaria AGCOM, non è un espediente normativo. È un’indicazione di rotta. Le piattaforme superano i confini nazionali, la regolazione no. E se non riconosciamo che l’informazione ha un valore collettivo, non riusciremo a sostenerne la qualità in un ambiente iper-frammentato.
«La macchina non si interessa del significato, si occupa solo della direzione»
Derrick de Kerckhove
IL NODO DEL TEMPO, IL NODO DEL SENSO. Accanto a queste riflessioni convivono sensibilità molto diverse. Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione Mediaset, insiste sui rischi comportamentali legati all’IA “compiacente”, capace di emulare l’umano senza comprenderlo. Non è un discorso moralistico, ma la constatazione che gli ambienti digitali generano effetti psicologici reali, soprattutto nei più giovani. Sul fronte opposto, Mattia Tarelli, Government Affairs & Public Policy Manager di Google, vede nell’IA un supporto, non una sostituzione, e ricorda che ogni anno «il 15 per cento delle ricerche sono nuove». È un dato che, al di là del marketing, ci ricorda che l’umano continua a eccedere i modelli, a generare domande impreviste. Tra questi due poli si inserisce la preoccupazione forse più seria. «Se le regole arrivano dopo, la tecnologia diventa la regola», ha osservato Guido Scorza, componente del Garante Privacy. Qui il terreno non è più quello dell’innovazione ma quello della governance. Se il tempo della politica è troppo lento rispetto al tempo dell’algoritmo, è l’algoritmo a decidere. Ed è in questo quadro che le parole di Derrick de Kerckhove, direttore scientifico dell’Osservatorio TuttiMedia, ritrovano la loro centralità: «La macchina non si interessa del significato, si occupa solo della direzione». È un’immagine che chiarisce più di molte analisi. L’uomo resta responsabile del senso. E ogni volta che questo ruolo viene delegato, qualcosa si incrina. È forse per questo che Nostalgia di Futuro conserva un’utilità particolare: non per rispondere a tutte le domande, ma per continuare a porne una che non si lascia semplificare da nessun algoritmo. Come vogliamo abitare l’informazione del futuro? Non serve scegliere tra apocalittici e integrati. Serve scegliere di non smettere di pensare.
Tutti i premiati 2025

La XVII edizione di Nostalgia di Futuro si è conclusa con la consueta consegna dei riconoscimenti dedicati a figure che stanno interpretando le trasformazioni dell’informazione con responsabilità e visione, nel solco del pensiero di Giovanni Giovannini, storico presidente FIEG e fondatore dell’Osservatorio TuttiMedia. Il premio per la sezione dedicata a innovazione, editoria e futuro è andato ad Alberto Barachini, Sottosegretario all’Editoria, mentre Laura Aria, commissaria AGCOM, è stata premiata per il suo contributo in ambito regolatorio e comunicativo. Per l’innovazione consapevole è stato riconosciuto il lavoro di Raffaele Pastore, direttore generale di UPA, e quello di Guido Scorra, componente del Garante Privacy, nella tutela dei diritti. Il premio all’informazione di qualità è stato assegnato a Daniele Manca, direttore della Scuola di Giornalismo IULM e vicedirettore del Corriere della Sera, mentre Carlo Corazza, alla guida dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, è stato premiato per il suo impegno in favore della libertà di stampa. Un riconoscimento è andato anche a Lino Morgante, presidente e direttore editoriale di SES, per l’attenzione dedicata al Mezzogiorno, e a Gianni Riotta, direttore della Scuola di Giornalismo LUISS, per il lavoro sull’innovazione editoriale. Tra gli altri premiati figurano Andrea Colamedici, docente IULM e editore, per l’editoria pionieristica; Annalisa Muccioli, responsabile Research & Technological Innovation di ENI, per l’innovazione concreta; Marianna Ghirlanda, presidente di IAA Italy Chapter, per la leadership culturale; e Dina Piponski, referente Young Professionals di IAA, per la creatività orientata al valore. Il riconoscimento per il giornalismo è stato attribuito a Chiara Albanese, Italy Bureau Chief di Bloomberg, mentre Antonio Palmieri, presidente della Fondazione Pensiero Solido, è stato premiato per l’impegno nell’innovazione della comunicazione.
Immagine di copertina generata con Open AI
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