Paolo Matthiae: «50 anni fa la nostra scoperta di Ebla. Così riscrivemmo le certezze della storia»
L’archeologo romano, nel 1975, era a capo del team che scoprì il sito ubicato nell’odierna Siria. Ospite a Catania per l’ArcheoFilm Fest, abbiamo ripercorso con lui il senso epocale di quell’evento: «Prima di Ebla si riteneva che le prime città fossero sorte in Mesopotamia meridionale grazie alla ricchezza d’acqua dell’Eufrate e del Tigri e ai sistemi di irrigazione. Ebla invece si è formata e ha prosperato lontano dai fiumi». Gli scavi hanno consentito di ritrovare anche preziose testimonianze scritte: «Si tratta perlopiù di testi amministrativi, ma ci sono anche una ventina di testi letterari, tra cui un inno a una divinità solare, che è riconosciuto come il più antico testo religioso letterario scritto in una lingua semitica. La lingua di questi archivi è chiamata oggi Eblaita». Lo studioso ha poi voluto affidare un monito ai suoi giovani colleghi: «Troppo spesso l’archeologia sta diventando ricerca misurabile e tecnica, e non più ricerca delle civiltà del passato in senso storico. Spero si possa tornare a preferire un approccio umanistico rispetto a quello analitico»
“Gli italiani ad Ebla hanno scoperto una nuova storia, una nuova lingua, una nuova cultura”. Questa fu la risposta con cui il professor Gelb dell’Istituto Orientale dell’Università di Chicago, il decano dell’orientalistica americana, descrisse al National Geographic la sensazionale scoperta archeologica della missione italiana guidata da Paolo Matthiae avvenuta in Siria nel 1975. Dopo 47 campagne consecutive ad Ebla e a cinquant’anni dalla scoperta, Matthiae, ora professore emerito alla Sapienza, socio nazionale dei Lincei, 85 anni, lo ripete ancora, ospite a Catania in occasione dell’ArcheoFilm Fest: È stata una scoperta molto al di là dei sogni di qualunque archeologo». E ammonisce: «L’archeologia oggi torni alla Storia e si concentri meno sulla microstoria e solo su aspetti specifici e quantificabili».
Professore, perché la sua scoperta, come dicono in molti, “ha riscritto la storia del Vicino Oriente”?
«L’importanza fondamentale della scoperta di Ebla risiede in diversi aspetti. Sono ormai celebri gli archivi reali di Ebla: un gruppo di circa 17.500 tavolette risalenti al 2500-2200 a.C. Molto più antichi delle grandi scoperte del Novecento in Siria, come Ugarit (XIII-XII secolo a.C.) e Mari (circa XIX secolo a.C.), gli archivi smentirono la convinzione degli assiriologi che per la Siria e l’Anatolia non si sarebbe mai potuta scrivere una storia basata sui testi scritti, e hanno dimostrato che in Siria la scrittura era conosciuta e praticata fin dal III millennio. Si tratta perlopiù di testi amministrativi, ma ci sono anche una ventina di testi letterari, tra cui un inno a una divinità solare, che è riconosciuto come il più antico testo religioso letterario scritto in una lingua semitica. La lingua di questi archivi è chiamata oggi Eblaita: una lingua affine all’Accadico, che era parlato più a Oriente in Mesopotamia nello stesso periodo e con cui è scritta gran parte della celebre Epopea di Gilgamesh».
«Durante la guerra civile il controllo del territorio è venuto meno, e anche molti siti archeologici sono stati saccheggiati e occupati, tra cui Ebla. Si stima che la perdita irrecuperabile dei terreni archeologici sia intorno al 20% o poco più. Per fortuna il nuovo regime ha rinnovato all’Università di Roma la concessione di scavo»
Paolo Matthiae, professore emerito alla Sapienza di Roma
Oltre agli archivi, quale altro aspetto rende Ebla un sito di straordinaria importanza storica?
«Ebla ha dimostrato, verso la metà del terzo millennio, l’esistenza di importanti centri urbani in Siria lontano da grandi corsi d’acqua. Prima di Ebla si riteneva che le prime città – la cosiddetta “prima urbanizzazione” dell’umanità (3500-3000 a.C.) – fossero sorte in Mesopotamia meridionale grazie alla ricchezza d’acqua dell’Eufrate e del Tigri e ai sistemi di irrigazione. Ebla invece si è formata e ha prosperato lontano dai fiumi, in una situazione di “agricoltura secca”: un centro assolutamente unico, che ha dimostrato l’esistenza di grandi città murate e organizzate – Ebla era dotata di templi, palazzi e case private – indipendentemente dall’irrigazione dei grandi fiumi. Ciò fu possibile grazie a una “situazione ecologica” completamente diversa: la città sorgeva sul “tavolato della Siria interna”, un bassissimo altopiano che permetteva la coltivazione della “triade mediterranea”: il frumento, l’olivo e la vite. In particolare l’olivo e la vite non potevano crescere nella Mesopotamia meridionale perché la regione era troppo calda».

Le missioni archeologiche in Siria furono interrotte a causa della guerra civile, cessata solo alla fine dello scorso anno. Pochi mesi fa su Repubblica è apparso un suo appello: Salviamo la mia Ebla. Quali sono le sue condizioni oggi?
«Durante la guerra civile il controllo del territorio è venuto meno, e anche molti siti archeologici sono stati saccheggiati e occupati, tra cui Ebla. Per la sua conformazione fisica, la città è stata un luogo naturalmente adatto per gli apprestamenti militari, quindi sono state scavate trincee dove sono stati persino rinvenuti carri armati. Attualmente, i danni al sito di Ebla sono considerati oggettivamente rilevanti. Fortunatamente però non si è verificata una distruzione totale, come è successo altrove. Si stima che la perdita irrecuperabile dei terreni archeologici sia intorno al 20% o poco più. Alcune zone sono rimaste relativamente intatte, come la collinetta centrale – l’acropoli – che è di difficile accesso e ha subito danni tra il 5 e il 10%. Per fortuna le rilevazioni satellitari hanno permesso di ricostruire la frequenza e i tempi in cui si sono verificati questi danni, ma ora serve uno sforzo per il recupero, cioè lo sgombero completo di tutti gli apprestamenti militari e il controllo dei materiali archeologici dispersi; sarà necessario un lavoro di circa un paio d’anni. Per fortuna il nuovo regime ha riconosciuto la straordinaria importanza di Ebla per il paese e la Direzione Generale delle Antichità e dei Musei di Damasco ha rinnovato all’Università di Roma la concessione di scavo. Si ricomincia».
«L’archeologia non può abbandonare la ricerca della macrostoria. Facendo un esempio: se si studiasse la Firenze del ‘400 e del ‘500 badando soltanto alle fognature e a cosa mangiavano i fiorentini, tralasciando le opere di Masaccio, Brunelleschi o Michelangelo, sarebbe una ricerca sì utile, ma chiaramente limitata. La microstoria è importantissima, ma deve contribuire alla ricerca della Storia»
Paolo Matthiae, professore emerito alla Sapienza di Roma
Molti archeologi la considerano un maestro, e quasi tutti gli archeologi italiani del vicino Oriente sono stati suoi allievi, anche a Catania. Secondo lei che direzione sta prendendo l’archeologia oggi? Quale consiglio darebbe alle nuove generazioni di studiosi?
«Questa è una domanda complessa. L’archeologia che ho praticato io si avvaleva principalmente di studiosi di scienze umanistiche. Negli ultimi tempi, invece, è cresciuta l’importanza dell’analisi scientifica e tecnica. Il problema, a mio avviso, è che troppo spesso l’archeologia sta diventando ricerca misurabile e tecnica, e non più ricerca delle civiltà del passato in senso storico. Si ottengono dati importantissimi, come ciò che si mangiava o quali malattie c’erano in determinati periodi o spazi, ma questa è solo microstoria. L’archeologia non può abbandonare la ricerca della macrostoria. Facendo un esempio: se si studiasse la Firenze del ‘400 e del ‘500 badando soltanto alle fognature e a cosa mangiavano i fiorentini, tralasciando le opere di Masaccio, Brunelleschi o Michelangelo, sarebbe una ricerca sì utile, ma chiaramente limitata. La microstoria è importantissima, ma deve contribuire alla ricerca della Storia. Un altro problema di fondo risiede nel modo in cui vengono distribuiti i finanziamenti. Il Ministero degli Esteri nel complesso dedica una quantità di fondi non indifferente alle missioni archeologiche, ma le distribuisce “a pioggia”, cioè spesso fornisce somme molto ridotte a molte missioni, disperdendo i finanziamenti. Ad esempio mette a disposizione €5.000 o €10.000, che sono inutili per sostenere un lavoro archeologico significativo. Bastano a malapena a coprire i costi di un congresso o un convegno. Serve invece un sostegno mirato a missioni che lavorino con programmi a lungo termine: Ebla è stata quello che è stata anche perché avevano finanziamenti che ci permettevano missioni di tre mesi ogni anno».

Ci sono ragioni non esclusivamente economiche nell’assegnazione dei fondi?
«Sì, certo, ed è ragionevole. Le missioni archeologiche tendono a ricevere più finanziamenti se operano in paesi considerati “primari” per l’Italia dal punto di vista politico ed economico, per cui la scelta di stringere un rapporto culturale è anche una scelta diplomatica, e l’archeologia si inserisce anche in interessi di tipo politico: la missione italiana a Ebla fu fortemente aiutata dalle autorità siriane perché la scoperta restituì alla Siria un passato nel terzo millennio avanti Cristo che prima non possedevano. La mise al pari di paesi vicini come l’Iraq e l’ Egitto».
Qualcuno, nel mondo dei beni culturali, parla di una tensione tra chi spinge per una maggiore valorizzazione economica dei beni culturali, intesa come “messa a valore economico”, e chi insiste sulla tutela e sulla conservazione. Lei cosa ne pensa?
«La mia opinione personale è che i beni culturali, che siano i grandi musei come gli Uffizi o monumenti come il Colosseo, sono luoghi molto delicati che non possono assolutamente diventare merce. Non ho il minimo dubbio su questo. Tuttavia, non mi scandalizzo se si decide di aprire questi luoghi per fare un concerto o un evento, a patto che non ci sia nessun minimo danneggiamento al bene culturale. Non si deve correre il minimo rischio. L’uso del bene culturale per avvicinare il mondo italiano e straniero, compresa gente che non avrebbe mai pensato di visitarlo, è una cosa legittima. Se si trova un modo per attrarre di più le persone verso i luoghi alti della cultura, è solo un bene».
(Foto in copertina: Ebla, missione archeologica italiana in Siria, Università La-Sapienza)
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