Piazza Federico di Svevia: cronaca di una pedonalizzazione che voleva essere europea ed è tornata catanese

Nel giugno dello scorso anno la decisione dell’amministrazione comunale di vietare l’accesso alle auto nella zona circostante al Castello Ursino era stata accolta come un passo di civiltà quasi epocale per una città che finalmente sembrava aver compreso l’importanza di tutelare il proprio patrimonio e di imporre delle regole che limitassero la selvaggia corsa al parcheggio. Dopo un anno e mezzo di proteste, teatrini surreali e compromessi, quel proposito così nobile sembra definitivamente accantonato: auto ovunque e controlli inesistenti tornano a farla da padrone. Perché ancora una volta l’essere catanesi ha la meglio su tutto

A Catania le buone idee durano quanto un divieto di sosta: appena scritte, sono già ignorate. Piazza Federico di Svevia non fa eccezione. Doveva essere il simbolo della Catania che cambia, che si guarda allo specchio e finalmente si piace. E invece, un anno e mezzo dopo, il Castello Ursino si ritrova circondato esattamente dalle stesse auto da cui avrebbe dovuto essere liberato. Un déjà-vu parcheggiato al solito posto. Quello sbagliato. Da qualche giorno — dicono i residenti — la piazza che doveva diventare un salotto pedonale degno di una capitale europea è tornata a essere ciò che era sempre stata: un parcheggio. Abusivo, ovviamente. Caotico, inevitabilmente. Impunito, stabilmente. Per molti versi, inevitabile.

La scena, sulla carta, era perfetta. Un monumento medievale imponente, una piazza che avrebbe potuto trasformarsi in un elegante salotto mediterraneo, con le braci accese, il fumo aromatico delle polpette di cavallo e il seltz limone e sale a rianimare i sopravvissuti alle serate più impegnative. Una zona che in qualsiasi città europea avrebbe avuto il destino scritto da tempo: area pedonale, tavolini all’aperto, turisti a passeggio, catanesi liberi di godersi un panino senza respirare gas di scarico. Da noi, invece, accanto al regno indiscusso dell’arrusti e mancia, hanno prosperato indisturbati parcheggiatori abusivi, doppie file creative, motorini in libertà. Un equilibrio talmente consolidato che smuoverlo equivaleva quasi a una rivoluzione.

A luglio 2025 è scoppiato il funerale simbolico del commercio: lumini sui tavoli, cartelli “Siamo chiusi per lutto”, una bara col la data del 16 giugno 2024 – giorno della pedonalizzazione –, una protesta talmente surreale da sembrare partorita dagli sceneggiatori di Boris, per una puntata speciale degli “Occhi del Cuore”.

BARRICATE E FOCOLARI. Nel giugno 2024 l’amministrazione comunale ha scelto la via del coraggio: pedonalizzare la piazza. Via le auto, via lo smog, via la confusione. Il sindaco, presentando l’intervento, aveva alzato l’asticella delle aspettative: «Abbiamo il dovere di preservare le nostre bellezze, di guardare al futuro, migliorando l’economia del territorio, pur cercando di non lasciare indietro nessuno». Il piano, almeno sulla carta, era robusto: circa 400 posti auto nelle vie limitrofe, altri 190 offerti dall’Autorità Portuale, e un bus navetta per collegare i parcheggi alla piazza nelle fasce serali. Una visione chiara: restituire lo spazio ai pedoni, ai tavolini all’aperto, al turismo culturale, e trasformare quella piazza — finalmente — in un luogo dove si potesse passeggiare senza zigzagare tra paraurti e marciapiedi invasi. Bellissimo tutto. Da standing ovation. Sulla carta.

Poi è arrivata la realtà: gli incassi – secondo i ristoratori storici della piazza – sono crollati. C’era chi parlava del 60%, chi del 70%. A luglio 2025 è scoppiato il funerale simbolico del commercio: lumini sui tavoli, cartelli “Siamo chiusi per lutto”, una bara col la data del 16 giugno 2024 – giorno della pedonalizzazione –, una protesta talmente surreale da sembrare partorita dagli sceneggiatori di Boris, per una puntata speciale degli “Occhi del Cuore”. Le proteste sono sfociate in una trattativa serrata e la politica, dopo mesi di frizioni, ha optato per la soluzione classica: una mezza misura. Riapertura serale al traffico, un po’ di auto, un po’ di pedoni, un po’ di tutto. Un “compromesso” di cui qui abbiamo una lunga tradizione e che, tuttavia, non ha risolto il nodo fondamentale: come rendere una pedonalizzazione efficace senza danneggiare l’economia locale? Come conciliare vivibilità e commercio in un’area che vive di ristorazione e flusso continuo di clienti?

Nelle ultime ore, Sinistra Italiana denuncia una “situazione fuori controllo” e lamenta la totale assenza di interventi da parte della polizia municipale, nonostante le ripetute segnalazioni dei cittadini. La piazza che doveva essere modello di rinascita urbana è tornata, nel giro di pochi mesi, all’antico assetto: un luogo dove la regola è eccezione, e l’eccezione norma.

RITORNO ALLE ORIGINI. Le segnalazioni arrivate negli ultimi giorni non lasciano spazio a interpretazioni: con la riapertura parziale, l’intera logica della pedonalizzazione sembra essersi sgretolata. Auto parcheggiate ovunque, anche davanti all’ingresso dei locali; marciapiedi occupati; monopattini lasciati come fossero coriandoli; motociclisti senza casco che attraversano la piazza come fosse una pista privata; i parcheggiatori abusivi, instancabili dispensatori di “due euro a piacere!” (che poi, ce lo siamo sempre chiesti: “sono due euro, o a piacere?”), veri dominus della piazza. Nelle ultime ore, Sinistra Italiana denuncia una “situazione fuori controllo” e lamenta la totale assenza di interventi da parte della polizia municipale, nonostante le ripetute segnalazioni dei cittadini. La piazza che doveva essere modello di rinascita urbana è tornata, nel giro di pochi mesi, all’antico assetto: un luogo dove la regola è eccezione, e l’eccezione norma.

Il dibattito, oggi, divide: da un lato chi sostiene che una pedonalizzazione ben organizzata sarebbe stata un investimento sul futuro; dall’altro chi ricorda che la sostenibilità urbana non può sacrificare attività storiche, posti di lavoro e accessibilità. Il Principe Salina lo aveva annunciato un secolo fa nel romanzo Il Gattopardo: «Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali». Ecco, in Piazza Federico di Svevia abbiamo provato a svegliarci: uno spazio finalmente libero, una piazza restituita alle persone, l’illusione che potesse sopravvivere almeno a due estati consecutive. Ma appena abbiamo aperto un occhio abbiamo visto che non trovavamo parcheggio. E allora — con la naturalezza tipica di queste parti — ci siamo voltati dall’altra parte, abbiamo tirato su la coperta e abbiamo ripreso a dormire. Con le quattro frecce accese, però.

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