Pirandello, “L’onda” e la sostanza irrazionale degli amori mascherati
Sanno abilmente ingannare, i sentimenti. Dissimulare la verità con parole dolci, sguardi attenti, sorrisi di circostanza. Ma quelli che non sono autentici cedono, prima o poi, alla prova dell’abitudine e si rivelano per quello che sono: un teatro dell’illusione in cui emergono le nostre fragilità e le nostre meschinità. E lo scrittore siciliano, da inarrivabile indagatore dell’animo umano, a lungo ha riflettuto su come smascherarli. Come nella novella che racconta le vicende dei giovani Giulio e Agata. Apparentemente fatti l’uno per l’altra. Ma in realtà vittime della propria ipocrisia
Dicono che l’amore sia immediatamente riconoscibile. Che basti uno sguardo fugace, gettato per caso sulle sue più semplici manifestazioni, per scorgerlo tra gli occhi di chi lo condivide. Sarà che, come scriveva Jacques Prévert, chi si ama appare solo contro le porte della notte, come se nient’altro esistesse. Sarà che l’amore cambia persino i gesti, il linguaggio quotidiano, la forma dei pensieri sul qui e sull’ora. Sarà che gli amanti appaiono come ombre e come carne, come l’unione irrazionale di sollievo e struggimento. Eppure uno spiffero, in questa apparentemente immacolata architettura di esclusività, si lascia attraversare dal dubbio. Uno squarcio sul sipario, talvolta, si palesa come repentina rivelazione di questo teatro dell’illusione. Sono le relazioni vuote, appese alle circostanze, in bilico sul crinale dell’indifferenza, consumate dall’abitudine e dagli inganni. Quelle che si travestono da monotona normalità, che si celano dietro promesse roboanti e velleitarie cortesie, che si rifanno ad uno spartito senza essere in grado di riprodurne la melodia. Si affannano dietro a degli standard, nell’emulazione di un canone che possa certificarne in qualche modo la validità, per poi dimenticare come e perché la rincorsa aveva avuto inizio. Perché gli amori possono manifestarsi, imporsi su chi li vive e chi li scruta. Ma possono anche dissimulare. Dissimulare ciò che non sono. Arrogarsi un nome che non gli appartiene. Capovolgere, pirandellianamente, consuetudine e anomalia. E di questi amori a metà, di queste degradazioni sentimentali Pirandello è stato attento indagatore, mentre egli stesso, giorno dopo giorno, scrittura dopo scrittura, in qualche misura gli soccombeva. Mentre letteratura e vita gli fondevano irrimediabilmente dinanzi. Al punto da dedicargli un’intera raccolta di novelle: Amori senza amore (1894). Un titolo eloquente, che non lesina di calarsi a fondo nelle fragilità e nelle incomprensioni che affollano le relazioni umane. Ma anche, inevitabilmente, nelle loro meschinità, come accade a Giulio Accurzi e Agata Sarni, protagonisti delle vicende narrate in L’onda.
Perché nessun incontro parrebbe più naturale di quello che coinvolge le due giovani creature letterarie di Pirandello: lui, ingegnere latin lover un po’ incallito che affitta il piano inferiore della propria tenuta preferibilmente a giovani ragazze da corteggiare, che resta folgorato dalle aggraziate movenze della nuova arrivata; lei, riservata e colta pianista, ancora turbata per la fine della relazione con Mario Corvaja, promesso sposo dileguatosi senza troppe spiegazioni, che ignora quanto devote siano le attenzioni del suo nuovo spasimante. Un quadro perfetto, verrebbe da dire, specie considerando quanto l’improvviso ammalarsi di Agata, e il contestuale abbandono del promesso sposo, finisca per avvicinare Giulio al suo sogno d’amore. Che si concretizza in una proposta di matrimonio alla famiglia Sarni. Ma è in questo preciso istante, nella più imponderabile delle occorrenze, che Pirandello aggiunge il suo tocco. Qualcosa, nella mente dell’affascinante ingegnere, si inabissa pericolosamente. Non riesce a spiegarsi come sia possibile separarsi da qualcuno nel momento del più estremo bisogno. E l’amore, la compassione, pian piano, si tramutano in competizione. In una distorta forma di vendetta verso colui che, con la sua assenza, si era macchiato di un tale affronto. «M’amerà!… m’amerà!…», si ripeteva ora Giulio Accurzi, uscendo dalla casa della sua promessa sposa. Egli l’avrebbe vinta a poco a poco, cingendole l’anima di dolce e silenzioso assedio, spiandole negli occhi e sulle labbra ogni desiderio, ogni accenno di desiderio. L’avrebbe vinta colla sua sommissione, senza mai urtare i sentimenti di lei, né tentar mai apertamente di penetrarle nel cuore; così, con l’alito soltanto della sua passione, il cui ardore man mano avrebbe ridato, ne aveva fiducia, il roseo colorito e la prima gajezza a quel freddo e pallido volto. L’avrebbe vinta…Bisognava, innanzi tutto, aver pazienza. Il tempo ajutato, nudrito dalle sue cure amorose, doveva un po’ per volta cancellar da quel cuore l’imagine d’un altr’uomo. Pensava così, ormai, tenendo sempre presente a sé l’imagine di Agata dal contegno gelido, quasi per soffocare ogni impulso violento della gelosia. Per quanto internamente ne soffrisse, pure amava meglio ch’ella fosse così, rigida e chiusa con lui». Non è che un trofeo, Agata, agli occhi di quel perverso amante. Un mezzo di autoaffermazione, di autocompiacimento, il sigillo di un trionfo virile sul rivale. Un rivale, tuttavia, sempre presente. Anche nei pensieri di Agata, frustrata da quel rifiuto che le annebbia il cuore. Non prova per Giulio nulla di paragonabile. Si ritrae, anzi, nella propria balbettante gentilezza. Ma poi, al cospetto di quella proposta così improvvisa e stramba, si lascia travolgere dalla rassegnazione: «Era uscita testé dalla camera la signora Amalia, e nella fronte di Agata si spianava man mano la ruga lasciatale dal dialogo breve, inatteso, avuto con la madre. Agata non aveva mai badato veramente a quel Giulio Accurzi, di cui la madre le aveva parlato con tanta esitanza prima, con tanto interesse poi. Costui dunque chiedeva la sua mano, sapendo tutto? E sua madre ed Erminia sarebbero state felici, se ella avesse accondisceso a quelle nozze. Non sapevano dunque che per lei ormai un altro amore non era più possibile? Tutto per lei era finito! – Fagli dir di no! – aveva risposto a prima giunta. Ma poi s’era ripresa, temendo non sospettasse la madre, ch’ella pensava ancora a quell’altro. E gliel’aveva detto: – Nemmen per sogno, sai! Anzi, guarda! per me… fa’ quel che vuoi… Se ti piace fagli pure rispondere che accetto. E s’era voltata dall’altra parte del letto, tirandosi sulle spalle le coperte. La madre però l’aveva severamente rimproverata: – Così no! Non è giusto, né onesto. Dio non vuole! Un impegno per la vita… Pensaci! E quando ci avrai ben pensato, noi daremo la risposta. Quanto all’amore, non dubitare, verrà…“Non verrà, non può venire!” pensava Agata, e nell’istesso tempo bilanciava col suo sconforto i savi ammonimenti della madre e le considerazioni sul suo stato. Giulio Accurzi era giovane, buono, ricco. Ella aveva già varcato da più anni il limitare della prima giovinezza… E aveva inoltre da vendicare un affronto alla sua femminilità, l’abbandono che le costava ancora tanto dolore».
Ma in amore, si sa, compensare non è possibile. E quella forma di silenziosa e ritrosa vendetta, quella fallace e affrettata sostituzione rivela presto la sua inadeguatezza. Il suo carico di infelicità: «Tra lui e Agata s’era stabilita come un’intesa di compatimento. Questa almeno era l’illusione ch’egli s’era fatta durante i tre mesi del suo fidanzamento. Certo Agata non gli dimostrava amore, né egli quasi ne pretendeva. Pareva pago della stima affettuosa e della gratitudine, che ella in cuor suo doveva professargli pel silenzio da lui mantenuto sul passato di lei. In quelle sere la madre, pacifica e serena, per lasciar loro libertà di parlarsi, leggeva presso il lume un grosso e vecchio libro sacro, La via del cielo; e loro due, seduti un po’ in ombra, lontani dal lume, s’ingegnavano prudentemente a schivare ogni confidenza, ogni familiarità. Una sera soltanto, nel penoso imbarazzo d’un prolungato silenzio, egli s’era lasciato indurre a domandarle perché fosse sempre così triste. – No, perché triste? – aveva risposto Agata con un fil di voce, tormentando una trina dell’abito. Egli l’amava così; avrebbe voluto sempre amarla così». Ma davvero si può amare desiderando, al contempo, la tristezza dell’altro? Davvero questa irrazionalità di fondo può reggere le sorti di un amore? La risposta è nel finale della novella. Quando Mario, sinceramente pentito per il trattamento riservato ad Agata, le fa recapitare una poesia, prima di far la sua comparsa a casa dei due sposi. E prima di constatare che la sua vecchia fiamma è prossima a partorire. Un gemito di compassione e di espiazione si impossessa del suo animo. Che ha giusto il tempo di rivolgere ad Agata un’ultima occhiata di commiato, prima della ripartenza. Anche gli occhi di Giulio si posano su di lei. Per sancire il definitivo fallimento di quell’unione artificiale. Il trionfo dell’ipocrisia. L’idea che le fantasticherie d’amore, talvolta, debbano soccombere al grigiore della realtà che manovra gli esseri umani: «E nel guardar la moglie un pensiero soltanto, quasi inverosimile, gli turbò a un tratto la trista gioia d’essere odiato da Mario Corvaja, quanto lui lo aveva odiato una volta: che lo stato di lei non gli lasciava aver vittoria completa; giacché Agata ormai non poteva forse ispirar più a colui alcun tormento d’invidiato amore».
(In copertina: René Magritte, Amore a distanza, 1965)

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