Pirati, feste in maschera e Sant’Agata: Washington Irving, le acrobazie di un americano in Sicilia

Prima di diventare uno dei grandi pionieri della letteratura americana, ad appena 21 anni, nel 1805, lo scrittore statunitense fu protagonista di un viaggio intenso e bizzarro nella nostra isola, che gli rimase a lungo impresso nella memoria. Dall’incontro fortuito con l’ammiraglio Nelson alla curiosa partecipazione alle celebrazioni per la patrona di Catania, fino ad una spericolata sfilata al carnevale di Palermo, una storia che ha veramente del fantastico. E che quasi anticipa il genere letterario di cui poi sarà inventore

Attraversare una frontiera significa, ogni volta, rinnovare sé stessi. Accettare che l’ignoto può essere l’unica strada possibile per gettare luce su ciò che ancora si nasconde alla nostra vista o alla nostra percezione. È solcare il mare dell’esistenza, accollarsi le sue insidie, tenere duro fino al momento in cui il confine tanto agognato non si palesa dinanzi agli occhi e al cuore. La frontiera è, essenzialmente, un mistero da svelare, un mito da capovolgere, uno specchio da ribaltare. Servono pionieri per esplorarne le pieghe, per cucire legami tra mondi lontani e sconosciuti. Pionieri dell’avventura, certo, guidati dall’ammaliante prospettiva della ricchezza e della esotica scoperta. Ma anche dell’arte, della scrittura. Girovaghi assetati di colore e di inchiostro, pronti ad immortalare un sogno o una meraviglia, a renderli eterni, tangibili. A vivere, prima ancora che a realizzare, circostanze degne di un racconto o di una fiaba. Pronti ad immagazzinare storie, volti e sguardi e tramutarli in dialoghi e personaggi una volta salpati alla volta di un’ulteriore, misteriosa destinazione. È proprio nel passaggio, ancora più che nel semplice approdo, che risiede la magia delle frontiere. Nell’istinto di scrutare ciò che risiede ai loro margini fino a diventarne – anche solo transitoriamente – parte integrante. Anche quando i tuoi limiti sembrerebbero non concederti questa opportunità. Ed è esattamente ciò che è accaduto in Sicilia a Washington Irving, uno dei primi e più celebri scrittori statunitensi ad essere apparsi sulla scena letteraria dopo l’indipendenza americana del 1776. Conosciuto principalmente per aver, in qualche modo, inventato il genere del racconto fantastico e per avere concepito opere che ancora oggi fanno la fortuna del cinema e della serialità televisiva come La leggenda di Sleepy Hollow e Rip Van Winkle, ebbe modo, infatti, di intrecciare il suo destino a quello della nostra amata isola in una fase piuttosto particolare della sua vita. Dove il desiderio di nuovi orizzonti si rivelò più forte della malattia che lo aveva colpito. Dove il genio narrativo che lo contraddistinse era ancora in divenire. Il risultato di quella scommessa transatlantica partita dall’Inghilterra e sostenuta economicamente dai fratelli – Irving fu uno dei primi americani a visitare la Sicilia – fu Notes and Journal of Travel in Europe. Qualcosa di più che una semplice guida di viaggio. Piuttosto, l’immersione in un mondo, quello siciliano, che aveva promesso di catturarlo con le vestigia del mondo classico. E che invece finì per inebriarlo di aneddoti e lasciti degni di un romanzo.

Corse con parte dell’equipaggio ad ammirare l’Orecchio di Dionisio e a testare la sua proverbiale acustica. Si fece persino calare all’interno della grotta per verificare a quale distanza fosse possibile udire distintamente uno sparo di pistola o il sussurro di un compagno

Arrivò per nave, Irving, nel gennaio del 1805, a soli 21 anni. A Messina, precisamente. Giusto qualche mese dopo aver scoperto di essere affetto da tisi. Aveva scelto la via marittima per evitare il rischio di imbattersi nelle sortite di qualche scafato bandito. Ma la sorte beffarda aveva tenuto in serbo altri colpi di scena. Era dovuto sfuggire ai pirati del Tirreno per giungere presso le isole Eolie, dove divenne testimone dello spettacolo prodotto dallo Stromboli: «La luna – si legge in un passaggio tradotto da Ennio Fiocco, qui consultabile – ha iniziato ad acquisire lustro dalla sua assenza e getta una pallida luce sulle acque: ora, potrebbe qualcuno desiderare un momento più delizioso per entrare nelle regioni di Eolia? Non sono forse il clima e le prospettive sufficienti a ravvivare l’immaginazione senza l’idea di passare tra i luoghi più insoliti e romantici? Stromboli inizia appena a mostrare i suoi fuochi… Siamo ancora troppo lontani perché appaiano di grande entità, anche se la luce è molto brillante. I capitani genovesi mi informano che in caso di maltempo questo vulcano è particolarmente violento nelle sue eruzioni, lanciando continuamente pietre con un gran rumore». Al suo arrivo nella città dello Stretto, fu imposta una quarantena all’intero bastimento. Lo stop inatteso non lo scoraggiò, anzi: gi permise di affilare lo sguardo, i sensi su quella nuova realtà. Sul chiacchiericcio, sulle armonie, sulle pose di un popolo che avrebbe affollato a lungo la sua memoria. Terminato l’isolamento, a bordo di una goletta, si diresse immediatamente a Siracusa. Nel tratto di mare corrispondente, incrociò perfino l’ammiraglio Nelson, ufficialmente impegnato nella caccia ad un’imbarcazione francese (ma forse, come suggeriscono Andrew e Suzanne Edwards, intento a garantirsi un bel rifornimento di vino di Marsala). La curiosità, una volta rimessi i piedi sulla terraferma, lo vinse immediatamente. Corse con parte dell’equipaggio ad ammirare l’Orecchio di Dionisio e a testare la sua proverbiale acustica. Si fece persino calare all’interno della grotta per verificare a quale distanza fosse possibile udire distintamente uno sparo di pistola o il sussurro di un compagno. Ne rimase divertito, ma anche poeticamente affascinato, se è vero che prima di lasciare quel luogo si soffermò sulla rigogliosa vegetazione che lo circondava.

Il suo arrivo nella città etnea coincise, tuttavia, con l’evento per eccellenza: le celebrazioni della Festa di Sant’Agata. Saputo che presto il busto della patrona sarebbe stato portato in giro per la città, e immerso nella scalpitante attesa della folla, si diresse in cattedrale per porgere uno sguardo diretto a quell’icona a cui Catania sembrava così visceralmente legata

Fu poi la volta, dopo una veloce tappa ad Ortigia, dell’approdo a Catania. Una sfilata di eleganti carrozze lo accolse e tentò in qualche modo di sedurlo. Senza successo, perché, come amava ripetere ai suoi compagni di viaggio, nulla poteva sostituirsi al fascino di una passeggiata a piedi in buona compagnia. Il suo arrivo nella città etnea coincise, tuttavia, con l’evento per eccellenza: le celebrazioni della Festa di Sant’Agata. Saputo che presto il busto della patrona sarebbe stato portato in giro per la città, e immerso nella scalpitante attesa della folla, si diresse in cattedrale per porgere uno sguardo diretto a quell’icona a cui Catania sembrava così visceralmente legata. «È la figura di una piccola donna – fu il suo commento – dall’aspetto bonario e ricoperta di pietre preziose in quantità immensa, tanto che non ci meravigliammo più della cura con cui era assicurata da chiavistelli e sbarre». Curioso, ma certamente coerente con un personaggio che non ha mai lesinato ironia, lo scambio di battute con uno dei custodi. Non poté fare a meno di chiedersi Irving come mai la santa fosse così incrollabilmente venerata nonostante, a più riprese, fosse stata negligente nella difesa della sua amata Catania, per esempio con la distruttiva colata lavica del 1693. Ma, si sa, in fatto di prontezza di risposta, i catanesi non temono confronti. Evidentemente nemmeno allora, visto che gli fu risposto così: «La colpa è del popolo che si è dato alla malvagità e non è stato abbastanza devoto nei confronti di Agata. La santa ha voluto dargli una lezione».

Giusto il tempo di una classica scalata all’Etna – che Grand Tour sarebbe stato, altrimenti? – e di qualche capatina a teatro ed eccolo già proiettato verso l’ultima tappa del suo peregrinare. Palermo, con la sua Conca d’Oro, ma soprattutto con il suo Carnevale, circostanza che finì per appagare in maniera soddisfacente la sua predilezione per le danze e per le mascherate. «Carrozze disposte su due file, una per lato della strada, si incrociano e si lanciano a vicenda caramelle», annotò con divertito compiacimento, prima di lasciarsi trasportare dal fiume di persone che inondava le strade del capoluogo. Una suggestiva passeggiata alla Marina fu il suo commiato all’isola. Il 28 febbraio 1805, dopo quasi due mesi di assoluta intensità, salpò alla volta di Napoli. Adagiato su un’amaca che a stento poteva farsi largo tra casse stracolme di agrumi. Quel profumo di Sicilia gli rimase addosso. Come uomo, certo, ma soprattutto come scrittore. Da lì, da quell’insieme di irripetibili esperienze, come i suoi fratelli avevano auspicato, trasse lo slancio per la sua carriera. Che lo consacrò come capostipite di un approccio tutto nuovo. Ma anche come pioniere americano della grande e lontana frontiera siciliana.

(Illustrazione in copertina generata con intelligenza artificiale OpenAI – DALL·E)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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