Quasimodo, Foscolo e il silenzio di un cimitero: tracce di memoria in una sera inglese
Quello della poesia che nasce dalla silenziosa contemplazione di un luogo dedicato ai defunti è un grande archetipo letterario, soprattutto di epoca romantica. Nemmeno lo scrittore isolano si sottrasse a questa consuetudine, al punto da comporre una splendida lirica in quel di Chiswick, dove le spoglie foscoliane rimasero a lungo prima del ritorno in Italia. Ma quello del poeta di Modica non è solo un omaggio: è anche una profonda riflessione sulla fragilità del ricordo. Su un mondo che fatica a trovare l’equilibrio tra il bisogno di riconoscersi in qualcosa e la tristezza dell’indifferenza
Se lo chiede da sempre, la poesia. Se i suoi versi sapranno davvero echeggiare sulle fronde dell’eternità. Se il sussurro delle sue strofe sarà sufficiente a coprire gli insopportabili rumori di sottofondo che vorrebbero oscurarla. Parla a sé stessa, talvolta. Quasi a volersi rincuorare per il suo essere inesorabilmente oscura, incapace di chiedere e garantirsi universale udienza. E allora finisce spesso per specchiarsi lì, dove il tempo somiglia ad un’astrazione. Dove nessuno pare ascoltarla, eppure paradossalmente ritrova la sua libertà. Nei luoghi che la interrogano – ci interrogano – sul senso della memoria, della conservazione dell’identità. Nel recinto esistenziale dove neanche la morte può sancire una definitiva cesura. Nei cimiteri, da sempre perimetri prediletti della riflessione lirica. Perché essi stessi, nel loro spettrale e abissale silenzio, alla poesia somigliano parecchio. Condannati a sottrarsi all’indifferenza, al vorticoso scorrere di ciò che gli è parallelo, allo smarrimento dell’anonimato. Sono quasi delle oasi al contrario, struggenti implosioni di frammenti del sentimento che non fanno altro se non ricomporsi ogni volta con un aspetto differente. Dimenticati come lapidi senza nome, come immagini senza storia, numeri senza carne. In quegli specchi di solitudine i poeti hanno spesso incrociato l’ispirazione giusta, i riflessi cangianti di un mondo, di uno spirito, di una sensibilità antica. Thomas Gray, per dirne uno, amò calarsi a più riprese nella nebbia della loro solenne malinconia. Lo stesso fece Pascoli, rimirando con tenero stupore il contrasto con la rigogliosa natura che proseguiva il suo corso anche tra i defunti. E che dire dei celebri Sepolcri foscoliani, immortale e umanissima dichiarazione di appartenenza alla dimensione morale del ricordo di chi non c’è più. E proprio sulle tracce dello spirto guerrier di Foscolo, volle mettersi, alle soglie della tomba che per lungo tempo ne ospitò le membra stanche, Salvatore Quasimodo, allorché il suo viaggio in Inghilterra lo condusse in uno scorcio d’oblio. Dove la normalità faceva a pugni con la nobiltà del passato.
Prese così forma Nel cimitero di Chiswick, lirica contenuta nella raccolta Dare e avere (1966) e poi inclusa naturalmente nel compendio Tutte le poesie (1995). Dalla quiete di un borgo a tratti leopardiano, nel quale la fatica si accompagna all’autocommiserazione. Dove un sussulto di vita, in una sera qualunque, appare come una spasmodica ed incerta attesa. Ai bordi di quelle strade, in angoli coperti alla vista comune, giaceva una grandezza sopita. Il fantasma di un mondo svanito, ma ancora, anche inconsapevolmente, agognato. E sembra quasi di scorgerlo, Quasimodo, approssimarsi in punta di piedi alla tomba – tuttora visibile – in cui Foscolo riposò fino al 1871, prima della traslazione a Santa Croce. Sembra di sentire i fogli e l’inchiostro trascinati dal vento, piegati dal peso di uno sguardo commosso. Uno sguardo inquieto e intento ad interrogarsi su cosa voglia dire ricordare:
«Risonanze di mortelle
Salvatore Quasimodo, “Nel cimitero di Chiswick”
nel recinto verde di morti
antichi, dove Foscolo posò la testa
dentro un sarcofago in un tempo d’amore
per gli inglesi. La sua pietra
porta la data di nascita e di morte. Di fronte,
nella curva della strada si beve birra
forte in un pub di legno
a spiovente nordico. Una ruota gira,
un vecchio picchia con un martello su una tavola.
L’amore per le ombre foscoliane è più qui
che in Santa Croce, ancora nell’armatura
dell’esilio. I timidi carnefici lombardi
temperavano aste e scuri, misuravano
l’uomo sugli stipiti delle porte
come oggetto utile alle armi».


È una memoria beffarda, quella che emerge dai versi del poeta isolano? Un capriccio della sorte che rimembra l’assenza e non riconosce la presenza? Può darsi. O, forse, è solo il fascino di ciò che resta accatastato tra i ricordi. Il poterli ripescare senza alcuna limitazione, nella prosaicità di una ruota che gira come sempre, quasi millenaria nel suo instancabile movimento. O, forse, ancora, siamo soli in quel mistero chiamato memoria. Ignorati dalla prosaicità di una sera al pub, ad un tiro di schioppo dal brulicare delle umane vicende. Come sogni apparsi per un istante e poi archiviati chissà dove, insieme a chissà quali altri desideri. Schiacciati dalla consuetudine che offusca ogni istinto. Come l’aura di Foscolo, ignota ai fiorentini che le passavano accanto ad ogni sospiro e stranamente rimbombante in un decadente cortile all’inglese. Lì dove Quasimodo ne ritrovò l’essenza.
E dove, in un certo senso, continua a giacere. Fino a quando qualcuno, passando per lontano sobborgo, troverà un motivo per coltivarla. Per costruire un ponte con il passato. Per poi, un giorno, soccombere al rumore di un martello e riaffiorare inaspettatamente altrove. Perché non c’è catena che possa confinare la memoria. Né assicurazione che possa perennemente garantirla. Ma solo uomini in cerca di qualcosa in cui riconoscersi sempre diversi e sempre uguali.
(In copertina: Caspar David Friedrich, Cimitero dell’abbazia sotto la neve, 1817-1819)

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