Quel che resta dopo le bombe: Cattafi e la fragile illusione della pace

Quella del poeta siciliano, nato nel 1922, fu una generazione tradita, schiacciata dagli orrori di due guerre brutali, privata della giovinezza e abbandonata ad una difficile ricostruzione. Nello smarrimento che le sue liriche esprimono, nell’intrinseca incapacità di sottrarsi all’incubo delle macerie, rivive ancora il dramma del nostro tempo. Dove tutti proclamano di voler contribuire al silenzio delle armi. Dove qualcuno si vanta persino di aver interrotto lo strazio. E dove, invece, c’è chi, tra le strade di città morenti, di quella presunta fine delle ostilità ha ricevuto in cambio solo una vita consumata dalle armi

Pochi termini possiedono la stessa forza evocativa che è capace di generare la parola “pace”. Sembra quasi avvolta da un alone magico, da un’affascinante e gaudente aura di mistero. Immaginata, desiderata, agognata con disperazione. E poi, quando finalmente in alcuni casi è manifestata, tanto labile, tanto fragile da apparire persino impercettibile. È, la pace, una sorta di anestetico per la memoria. La sua totalizzante meraviglia, il bisogno di sancirne l’esistenza, quasi travolge tutto ciò che l’ha preceduta. Il suo astratto furore, la sua concettuale applicazione, lascia il travaglio che l’ha preceduta in un silenzioso sprofondo. Tutto svanisce, si illanguidisce, come un’eco lontana, ovattata. I discorsi carichi d’odio, le meschinità, i campi arsi dal fuoco degli ordigni. Basta intravederla, come i marinai che si agitano sull’albero maestro al comparire del primo lembo di terra, per archiviare tutto sotto la polvere di un manuale di storia. Ma cosa resta, in realtà, dopo che la pace – o qualcosa che vagamente le assomiglia – è stata sancita? Cosa resiste nell’animo di chi, fiaccato da interminabili conflitti, le rimane indifferente? Non è certo la firma in calce ad un contratto a rimuovere le macerie, a diradare i fumi, a ricomporre un traballante feticcio di normalità. Non sono i proclami a richiamare la speranza. Nelle geografie sventrate, nelle famiglie e nei destini spezzati, nelle età mandate al macero del tempo, non esiste un perimetro autentico per la pace. Un riflesso di quelli che dovrebbero essere i suoi effetti. Ma solo per un eterno presente, per frammenti sospesi che non sanno più combinarsi tra loro. Gli stessi frammenti attorno ai quali ruotano le liriche del messinese Bartolo Cattafi, testimone degli orrori della Seconda guerra mondiale e altrettanto turbato protagonista degli anni successivi, in cui, al tacere delle armi, ben presto si affiancò un indefinibile smarrimento. Una comprensione profonda di quanto certe ferite non potessero essere lenite dai pur necessari sforzi della diplomazia. In quel vuoto i suoi versi si mossero. Diventando illustrazione di un’intera società divorata dalla voracità della guerra.

Quella di Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto, nel messinese, nel 1922, fu una vera e propria Lost generation. Perché fu l’età dei sogni traditi, della giovinezza malamente svenduta al bellicismo, del mondo ricaduto nella stessa trappola da cui si era faticosamente tirato fuori poco prima. L’epoca delle grandi prosopopee di vendetta e rivalsa, del tremore causato dalle piogge di ordigni. E poi, naturalmente, l’età dell’atroce dubbio, del globo fratturato, dell’endemica persistenza di un malessere sottile, ma tremendamente solerte nell’aggrapparsi alla mente e al cuore. Sembra quasi di vederlo vagare tra le rovine di quella realtà impossibile da ricostruire, prigioniera di un’oscurità permanente, che inibisce il giudizio, soffoca la speranza. Lì, dove i segni della devastazione, dei sentimenti corrotti, lasciavano ancora intravedere l’ombra fresca, inquietante, del loro schianto.

«Dopo l’ultima bomba
cominciò il primo giorno
con un sole polveroso
ancora da fine del mondo.
Non tutto chiaro non si capiva bene
la mente confusa del silenzio
il mare vuoto la città il massacro
finite le afose folate della morte
si prendeva ottusamente tempo
si vagava prima di sbattere il muso
contro il muro distrutto
prima di dire era di dire è.
Non c’era un’altra bomba
a muovere le cose».

Bartolo Cattafi, “Il primo giorno”

Anche i corpi, agli occhi del poeta, sono delle rovine. Fustigati dalla furia indiscriminata dei combattimenti. Persino quelli che l’hanno apparentemente schivata ne sentono il riverbero. Come se fossero un tutt’uno con la terra scoperchiata, inchiodati in una zolla irriconoscibile, confinati in nulla che non sa spiegare sé stesso. Fantasmi tra lo stridore di ricordi dolorosi. Baluardi di una vita senza forma.

«Come di colpo s’è ristretto il mondo
che sapore salato di metallo
stretto in bocca
e guardi il sole
a che punto del giro
da che parte
vorrai averlo alle spalle
tenterai
di tenermelo negli occhi
dove la prima botta
spazio alle spalle per saltare indietro
veniamo al dunque
a noi due
a bordo non è rimasto più nessuno
qui comincia e finisce il nostro mondo:
i nostri corpi
i noti sentimenti
le armi in dotazione
primo sangue secondo terzo quarto
i mille modi di mettere assieme
carne metallo anima unghie denti»

Bartolo Cattafi, “A noi due”

Ma quel tempo non è mai passato. È ancora il nostro. L’illusione che vende cessate il fuoco. Che parla di ostilità finite, mentre le strade continuano a bruciare. Mentre si scava per continuare a credere che l’umanità non sia stata ferita a morte. Mentre si fa largo la consapevolezza che la pace può non bastare. Che non è una spugna sui peccati dell’uomo. Che quel termine può anche essere svuotato di ogni significato, mentre risuona dagli altoparlanti di una città morente. Diranno, così, che la pace è giunta. Che si è lottato per ottenerla. Che tutto vale, in suo nome. Ma c’è chi giura, invece, di non averla mai sentito parlare di lei.

(In copertina: A photograph of a British policeman helping child evacuees at a London train station during the Second World War. Imperial War Museums | CC-NC-SA).

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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