Rapisardi e il canto per Bellini: la memoria civile si costruisce ricordando la grandezza

Poco più che ventenne, il poeta etneo dedicò un’appassionata ode al Cigno, le cui spoglie ancora giacevano a Parigi, lontane dalla terra che lo aveva cullato. La sua invocazione lirica, di forte impronta foscoliana, si soffermò più volte sull’importanza di riaccoglierlo e di omaggiare le sue gesta illustri con un sepolcro. Perché accostarsi al passato, alla materialità di un ricordo, equivale, per i vivi, a coltivare nobili sentimenti. A favorire il progresso morale di un’intera comunità

Rivolgendosi all’amico Ippolito Pindemonte, nello straordinario carme Dei sepolcri, Ugo Foscolo imprime così, in versi passati alla storia, le impressioni emotive ed intellettuali scaturite dalla visita alle tombe di grandi come Machiavelli e Michelangelo: «A egregie cose il forte animo accendono / L’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella / E santa fanno al peregrin la terra / Che le ricetta». È una necessità civile, perenne, quella a cui il poeta nativo di Zante si aggrappa con tutta l’intensità lirica di cui è capace. Nella grandezza passata, nell’esempio illustre e nelle sue rinomate gesta, giace, infatti, l’integrità di una civiltà e dei suoi pensieri. La purezza e la nobiltà delle sue azioni. La dignità del coltivare attivamente la memoria. È un legame fisico, carnale, oltre che emozionale. Un legame che si materializza in un sepolcro, appunto, in un manufatto al quale è possibile accostarsi, o perfino sussurrare. È la tangibile eredità che alimenta i vivi, che li mette dinanzi alle loro responsabilità, che li guida, talvolta, nel ritrovare le identità smarrite. Che educa all’eroismo, nel senso più etimologico ed universalmente accessibile di virtù. E che consegna alla collettività un motivo di rimpianto, certo, per ciò che inesorabilmente appare perduto, ma sopra ogni cosa di speranza, di sincera e appassionata emulazione. Furono gli stessi sentimenti, la stessa fame di catturare quel riflesso di grandezza, ad animare il giovane Mario Rapisardi, allorquando, poco più che ventenne, nel 1867, compose una straordinaria ode in onore di Vincenzo Bellini, la quale venne poi pubblicata due anni dopo. Amareggiato per via del fatto che, da oltre trent’anni, il corpo del Cigno giaceva lontano dalle sponde natie, accanto a Chopin, in quella Parigi in cui la sua giovane vita aveva esalato l’ultimo respiro, lo scrittore catanese rivolse il suo accorato appello non soltanto alle istituzioni cittadine, ma al cuore stesso della comunità che, a suo dire, non aveva fatto abbastanza per onorare il suo figlio più illustre. Ne nacque una successione di versi incalzante, immaginifica, lungo la quale, sulla scia tracciata dalle considerazioni foscoliane, Rapisardi esaltò il tema della preservazione memoriale come autentico strumento di progresso morale.

In un’atmosfera quasi sacrale, ricamata di riferimenti mitologici e classici, lo scrittore interpellò direttamente il geniale compositore, quasi come se la forza del suo desiderio, del suo ardore, dell’eterna fascinazione della letteratura potesse abbattere la distanza, la triste separazione. Fu quasi un’offerta votiva, una cieca dichiarazione di ammirazione per un uomo capace di trascendere le più alte doti mortali, prescelto nelle vette più sublimi dall’Arte stessa. Poeta in musica, capace di infondere, anche soltanto per il fatto di averlo nominato, la medesima raffinatezza alle parole che lo hanno per oggetto:

«Tu, se avvien che il mio canto oggi t’appelli,
Trovator di suavi itali modi,
Dammi un raggio del sole onde t’abbelli,
                        Un suon di tue melodi!

Sciolgo dal crin la civil quercia e il biondo
Premio d’eléi cimenti attico ulivo;
Di ciprio mirto alla mia chioma infrondo
                        Gentil serto votivo.
Ecco l’ara, ecco il dio. Da l’ardue sfere
Onda mi vien di numeri divini:
Garzon’bennati e giovinette intere,
                        Leviamo inni a Bellini!
»

“A Vincenzo Bellini”, Mario Rapisardi, 1869

Si travestì persino da profezia, il canto di Rapisardi, quando liricamente tratteggiò il ritorno di Bellini – che sarebbe poi avvenuto un decennio dopo – dinanzi alla maestosità dell’Etna che a lungo lo aveva cullato. Ammantato di un’aura di grandezza degna dell’epos a cui la lirica più volte chiese semanticamente, iconicamente soccorso:

«Tu dagli esperj colli a le devote
Sicule piagge, al nativo Etna riedi,
Tu, cultor de le Grazie e sacerdote,
                        La sacra orgia presiedi.
Su la canizie tua santa di allori
Il sorriso dell’Arte ecco si avviva…

Cingi, o Pacini, i ridolenti fiori
                        Nati al Simeto in riva.
Ma chi mai del dolor sentì l’amara
Punta, che schiude a gentilezza il core,
Dilunghi le profane orme dall’ara
                        Sacra al cantor d’amore.
Su la cetera sua d’astri lucente
Il dolor raccogliea trepido il volo,
Quel dolor che ne l’alta ombra silente
                        Dà il canto a l’usignolo»

“A Vincenzo Bellini”, Mario Rapisardi, 1869

Agli occhi di Rapisardi, di quel novello poeta che si apprestava ad intraprendere l’illustre sentiero già battuto di chi, come Bellini, aveva fatto breccia nel suo immaginario, il Cigno catanese appariva come una reincarnazione dell’immagine primigenia della simbiosi tra lirica e melodia. Come doppio del mitico Orfeo, al quale persino la natura si piegava quando questi imbracciava la propria lira. Non stupisce, dunque, che il fascinoso cantore faccia la sua comparsa in chiusura di ode: ad istituire un ideale, spirituale parentela. Una genealogia della genialità che è anche reciproco riconoscimento di vertiginosa statura estetica. Nostalgia per la tanto vagheggiata età dell’oro, che forse solo il ricordo della meraviglia portata avanti da tali, immensi progenitori può rinverdire:

«Scendeva Orfeo da l’apollineo coro
Fra l’ombre e i mostri de la selva Idea;

Era sol con la cetra, altro tesoro
                        Al mondo ei non avea.

[…]
Ubbidiente da l’aperto solco
L’oro sgorgò de le feconde spiche;
In commercio gentil mutò il bifolco
                        Onesti usi e fatiche
»

“A Vincenzo Bellini”, Mario Rapisardi, 1869

Fu forse anche grazie all’impulso di Rapisardi – e di altri intellettuali – che il progetto di riportare Bellini sul suolo etneo andò a buon fine. Ma che, soprattutto, la città poté metaforicamente raccogliersi attorno ad un simbolo. Acquisendo consistenza civica, sensibilità, ingegno e spirito di collaborazione. Dall’erezione di un sepolcro, e dai significati di cui fu investito, Catania conobbe un nuovo capitolo della sua storia. In cui il futuro germogliò dal passato. Trasportato da una dolce, inconfondibile melodia scolpita nell’eternità.

«Sceso dal pelio giogo al mar profondo, / Sfidò gli eolj nembi il vacuo pino; / E in civile armonìa fu stretto il mondo / Dal casto inno divino».

(Immagine in copertina generata con GeminiAI)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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