Rethink Sicily: dal TEDxGiarre una nuova grammatica del futuro

Nel corso dell’evento itinerante che ha come obiettivo quello di diffondere idee originali e creative, tenutosi nella cornice di Radicepura, imprenditori, giornalisti e innovatori hanno provato a ribaltare lo sguardo sulla “capitale dell’incompiuto” e sull’isola nel suo complesso. Dai rischi dell’intelligenza artificiale alla sfida di raccontare la Sicilia oltre gli stereotipi, fino al valore della “restanza”: un invito a trasformare fragilità e contraddizioni in nuove prospettive

C’è un luogo, alle pendici dell’Etna, che per anni è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso ciò che non è diventato. Stadi mai inaugurati, piscine mai riempite, teatri mai aperti: Giarre è stata a lungo etichettata come la capitale dell’incompiuto. Eppure, al TEDxGiarre dedicato al tema Rethink Sicily, questa definizione ha smesso di sembrare una condanna ed è diventata, piuttosto, un punto di partenza. Non un marchio di fallimento, ma una domanda aperta: cosa succede quando smettiamo di guardare alle incompiute come a ciò che manca e iniziamo a vederle come possibilità?

È il filo che, in modi diversi, ha attraversato i talk del TEDxGiarre, evento indipendente organizzato su licenza di TED – la conferenza internazionale che riunisce pensatori e innovatori per condividere “idee che meritano di essere diffuse” – che si è svolto sabato 14 marzo nella suggestiva cornice di Radicepura. Tra ulivi secolari e distese di verde, gli speaker sono partiti dalla propria esperienza per affrontare i temi predisposti: dall’intelligenza artificiale all’educazione, dai sogni coltivati nello spazio al modo in cui raccontiamo i territori.

LA CAPITALE DELL’INCOMPIUTO, TRA RADICI E OSTINAZIONE. Da Giarre è partita Maria Sapuppo, esperta in content marketing e personal branding che, proprio dall’arte di arrangiarsi e dalla familiarità con le cose non portate a termine, ha tratto una chiave di lettura potente. «O ci si abitua o si sviluppa una qualità: la testardaggine. Non quella di chi si impone ma quella di chi mette un punto». È un modo per ribaltare la narrazione, per trasformare le incompiute da simboli di immobilismo a oggetti culturali, luoghi da interrogare. Per Sapuppo, essere giarrese significa proprio questo: avere radici abbastanza forti da fare da baricentro. Non catene che trattengono, ma un equilibrio che permette di guardare più in alto. E forse è proprio questa fierezza, una forma di testardaggine civile, l’eredità più importante da trasmettere alle nuove generazioni.

A raccogliere idealmente il testimone è stato l’architetto Giulio Battiato, che ha invitato a cambiare prospettiva sulle incompiute della città. Giarre è stata definita la capitale europea delle opere pubbliche incompiute, «Ma il vero rischio» dice, «non è la loro presenza nel paesaggio: è la normalizzazione del fallimento». Da qui il suo invito a tradire, se necessario, quei progetti originari. Ripensarli, riadattarli alle esigenze di oggi. Il motto latino Melior de cinere surgo – rinasco migliore dalle ceneri – diventa allora una metafora perfetta: anche ciò che sembra fallito può essere materia per ricostruire.

«Ogni sogno coltivato in solitudine ha molte più probabilità di rimanere irrealizzato. L’impossibile non si conquista mai da soli»

Riccardo Apa, ingegnere e imprenditore

TECNOLOGIA, SOGNI E NUOVE BUSSOLE. Se l’incompiuto diventa una possibilità, lo stesso vale per le tecnologie che oggi sembrano riscrivere il futuro. Salvo Nicotra, Chief Technology Officer, ha affrontato il tema dell’intelligenza artificiale con una premessa disarmante: «L’IA non è magia, è matematica». Capirla, dunque, è il primo passo per non averne paura; padroneggiarla senza smettere di pensare è fondamentale per non cadere nella cosiddetta atrofia cognitiva. «Molti la usano come un oracolo, occorre cambiare prospettiva. Immaginiamo per un attimo di essere i piloti di un aereo: non dobbiamo usare l’IA come un pilota automatico, perché ci farebbe addormentare, ma come un display di supporto. Ci aiuta a guidare – ma le mani restano sulla cloche». La sfida, insomma, non è chiedersi cosa farà l’IA al posto nostro, ma cosa faremo noi con l’IA: «Non siate passeggeri passivi. Siate piloti amplificati».

Se Nicotra ha invitato a collaborare con le macchine, Riccardo Apa – ingegnere e imprenditore – ha portato lo stesso principio su un’altra scala, quella dei sogni. Il suo intervento, L’architettura dell’impossibile, è partito da una riflessione: «Ogni volta che l’umanità si è spinta oltre i propri confini non ha solo scoperto nuovi luoghi, ha cambiato il modo di vedere se stessa». Lo spazio, allora, smette di essere una destinazione lontana e affascinante e diventa un amplificatore di immaginazione. Apa ha raccontato come, partendo proprio da Giarre e con un gruppo di amici, abbia cercato di portare lo stesso spirito delle missioni NASA – vissute in prima persona a soli 23 anni – nella costruzione di piccoli satelliti. Un progetto che dimostra una cosa semplice: l’innovazione non nasce solo dalla tecnologia, ma dal modo in cui creiamo connessioni. «Ogni sogno coltivato in solitudine ha molte più probabilità di rimanere irrealizzato. L’impossibile non si conquista mai da soli».

In questa stessa direzione si è inserita anche la riflessione di Francesco Sciuti, Google Developer Expert e CEO di Devmy, che ha proposto una lettura quasi evolutiva dell’intelligenza artificiale. «Se il pollice opponibile ha reso l’essere umano capace di manipolare il mondo, l’IA potrebbe diventare il nuovo dito opponibile della nostra specie: uno strumento che amplifica capacità già esistenti e ci consente di riservare tempo per ciò che conta davvero».
La domanda, allora, non è se usarla, ma come farlo senza perdere di vista ciò che ci rende umani. «Persino la felicità» suggerisce Sciuti, «può essere cercata attraverso questo equilibrio tra potenziamento tecnologico e consapevolezza personale».

Il talk di Riccardo Apa

RESTARE, RACCONTARE, CAMBIARE. Rethink Sicily non è solo una questione di tecnologia o innovazione. È anche una questione di sguardo. Giorgio Romeo, direttore del Sicilian Post e presidente della Fondazione Giornalismo Mediterraneo, ha raccontato come per anni abbia pensato al cambiamento come a una deviazione: qualcosa che accade quando il piano A fallisce. Poi, nel pieno della crisi dell’editoria, si è accorto che il problema non era cambiare, ma continuare a seguire mappe che non funzionavano più. Da quella crisi di senso è nato proprio il progetto del Sicilian Post, insieme a un percorso di formazione e collaborazione internazionale sul futuro del giornalismo.
Solo dopo, ha scoperto che quella scelta aveva un nome: restanza, il concetto elaborato dall’antropologo Vito Teti, che indica la decisione di restare dopo aver visto il mondo per costruire nuove possibilità. «Per me restanza significa questo: non essere il Sud di qualcosa, ma provare a diventare centro di qualcos’altro». Perché, come ha ricordato Romeo, la periferia non è un luogo geografico ma una condizione: dipende dalle connessioni che siamo capaci di creare. E forse la generazione che si è spesso raccontata come tradita è in realtà una generazione fortunata, se accetta che il cambiamento non sia una deviazione, ma parte del percorso.

Per Selena Meli, giornalista e vicepresidente del progetto Italia che Cambia, il problema della Sicilia non è la Sicilia in sé, ma la narrazione che ne facciamo. «Il giornalismo», dice, «è prima di tutto un atto civico». Non solo descrive la realtà, ma contribuisce a generarla. Aspettare quindi che la Sicilia cambi per raccontarla diversamente è un errore logico. «Bisogna fare il contrario: raccontarla diversamente affinché possa cambiare». Perché le parole non sono semplici etichette, sono strumenti che costruiscono immaginari. E tra lamentela e immaginazione c’è un abisso che va colmato puntando i riflettori su storie positive.

L’intervento di Giorgio Romeo

NUOVE ROTTE DELLA FELICITÀ. A chiudere idealmente il cerchio è Rosario Faraci, professore Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese, con una riflessione dedicata ai giovani, al lavoro e al futuro. La sua tesi parte da una provocazione: Itaca non è più una destinazione. In un mondo complesso e imprevedibile non basta puntare verso una meta fissa, servono nuove bussole. La prima è interiore: imparare a conoscere se stessi, i propri punti di forza e di debolezza. «Strumenti semplici come il journaling o la pratica quotidiana della gratitudine possono diventare esercizi di consapevolezza». La seconda è esteriore: sviluppare alfabeti della complessità, competenze digitali, data literacy, perché capire i dati significa capire il mondo – e quindi anche l’intelligenza artificiale. La bussola, secondo Faraci, ha la forma di un cuore e punta verso nord: la speranza. Perché «La domanda più importante non è più cosa farai da grande?, ma cosa vuoi fare di grande?»

Dopo avere ascoltato i talk, Giarre sembra un posto diverso. Non perché le incompiute siano sparite. Sono ancora lì, visibili, ma la prospettiva è cambiata. Forse è proprio questo il senso più profondo di Rethink Sicily: imparare a guardare ciò che esiste – le fragilità, le contraddizioni, le opportunità – con occhi nuovi, e scoprire che, a volte, i luoghi da cui partono le idee più radicali non sono i centri perfetti ma le città imperfette che hanno imparato, con ostinazione, a non smettere di immaginare.

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Laureata in “Scienze e Lingue per la Comunicazione” presso l’Università degli Studi di Catania, è copywriter. Collabora con Sicilian Post dal 2023 per raccontare la Sicilia attraverso luoghi sconosciuti e storie di siciliani che hanno scelto di rimanere per lasciare un’impronta o di partire per trasmettere al mondo la bellezza di questa terra.

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