Roberto Esposito: «Il fascismo è ancora dentro di noi. E anche oggi la politica costruisce dei miti per sedurre le masse»

Nel suo ultimo libro, presentato in questi giorni a Catania, il filosofo, tra i più tradotti al mondo, si sofferma non soltanto sul ricostruire le ragioni che garantirono al regime un ampio consenso, ma anche sull’individuare quali pulsioni, quali atteggiamenti e quali disagi continuano a fare parte di noi in maniera latente: «Dire che oggi viviamo in società fasciste sarebbe una semplificazione inaccettabile. Sostenere che viviamo in un regime fascista rischia di non far capire nulla di ieri e di oggi. Ma certo alcuni populismi fanno leva su alcune inclinazioni delle comunità che sono le stesse di ieri: il desiderio di auto-oppressione, di persecuzione, il bisogno di appoggiarsi ad un capo forte e carismatico»

«I linguaggi, le immagini e le pulsioni del fascismo ci interpellano direttamente. Riguardano non solo loro, i fascisti, ma anche noi». Roberto Esposito, tra i pensatori italiani più tradotti nel mondo, nel suo ultimo libro Il fascismo e noi, analizza il fenomeno fascista in modo inconsueto e radicale. Si rivolge appunto a noi, non fascisti, a più di ottant’anni dalla caduta del regime, per darne un’interpretazione filosofica. Esposito indaga la forza della mitologia fascista, del suo immaginario, in grado di unire mito e tecnica, vita e morte, rivoluzione e reazione. E quell’insieme di simboli capaci di generare consenso, così come le pulsioni che vi hanno ceduto e che continuano a guidarci ancora oggi: il desiderio di auto-oppressione, di persecuzione, di un capo forte.

Comprendere l’immaginario fascista, la sua mitologia, oggi discopre la debolezza della nostra democrazia, senza miti, senza forza simbolica. E rivela la nostra vulnerabilità di individui, nell’inconsapevole disponibilità a riattivare le pulsioni fasciste. Ne abbiamo discusso direttamente con Esposito, ospite a Catania per la presentazione del suo volume.

La sua interpretazione del fascismo è, per usare un termine necessariamente presente nel volume, totale: psicologica, storica, filosofica… Cos’è il fascismo nella sua essenza?
«Il fascismo è definibile, ed è stato definito, in molti modi diversi: come un evento storico, un movimento, un regime, un’ideologia. A qualificarlo è proprio questa sua attitudine camaleontica, la sua capacità di essere insieme cose diverse e anche opposte. Come si sa, il fascismo in Italia ha goduto per un ventennio di un ampio consenso in vasti strati della società – nel ceto medio, nel ceto industriale, ma anche nella classe operaia e popolare. Come se lo è procurato? Con una strategia volta a rispondere ad esigenze che venivano da ogni parte. Da destra come da sinistra. Come è noto, Mussolini è stato socialista – il termine ‘socialismo’ è compreso perfino nel nome ‘nazionalsocialismo’. Il fascismo si è presentato sulla scena come una forza rivoluzionaria, anche se poi ha difeso il capitale. Guardava contemporaneamente al passato – si pensi al mito di Roma – e al futuro, come denota la sua attenzione all’avanguardia futurista. In questo modo, adoperando anche le armi degli avversari, ha finito per occupare  tutte le posizioni in campo ed estendere il suo consenso sempre più, fino al momento della sconfitta militare». 

«Nella storia c’è un fondo latente, come un fantasma che può da un momento all’altro risvegliarsi e risalire in superficie. Naturalmente quando si danno una serie di condizioni che lo consentono. Per reggere il confronto con i populismi, le istituzioni democratiche dovrebbero dare un giusto peso agli elementi simbolici, non ridursi a una pura tecnica»

Roberto Esposito

Il titolo del suo libro lascia trasparire che continuiamo a portare in noi delle tracce latenti di ciò che il fascismo è stato. In che modo? Come fa a pervadere lo spazio dell’interiorità?
«Il fascismo ha operato non solo sul piano delle istituzioni, minando la democrazia, ma anche e forse soprattutto sul piano delle pulsioni. Non guardava tanto alle idee, quanto all’immaginario. Non cercava tanto di convincere, quanto di avvincere, affascinare, sedurre. Questa è una differenza di fondo nei confronti del comunismo. Il comunismo mondiale nasce dall’opera di Marx. Il fascismo, come il nazismo, non ha alle spalle una simile elaborazione dottrinaria. Nasce dai discorsi di Mussolini, così come il nazismo dai discorsi di Hitler. Non soltanto da ciò che essi dicevano, ma da come lo dicevano o dal luogo in cui lo dicevano – le grandi adunate di Piazza Venezia a Roma, le sfilate di Norimberga, i grandi stadi. Nel fascismo le cerimonie, i riti, i canti, le manifestazioni sportive hanno avuto una grande importanza per penetrare nella mente e negli occhi dei seguaci. Per guadagnare lo spazio dell’interiorità. Le masse, come hanno rilevato gli psicoanalisti, a partire da Freud, sono molto suggestionabili, si contagiano a vicenda. Ciò è accaduto allora, ma per molti versi accade anche oggi, perché il fenomeno della suggestione è sempre presente. Benché viviamo in una fase del tutto diversa, le nostre pulsioni non sono del tutto cambiate».   


Quanto e cosa i populismi attuali condividono con il fascismo? L’analogia è legittima?
«È legittima, ma entro certo limiti. Intanto i populismi sono molto diversi tra loro. Esistono populismi di destra e populismi di sinistra. Per esempio il peronismo – il movimento argentino che si rifà a Peron – ha avuto un’espressione autoritaria, ma anche una versione ‘sociale’. Perfino in Italia il populismo sta sia a destra che a sinistra. Inoltre oggi, in Occidente, mancano le condizioni da cui è nato il fascismo: la catastrofe della prima guerra mondiale, la disoccupazione di massa, la paura della Rivoluzione di Ottobre, cioè del comunismo. Tutti elementi decisivi nella genesi del fascismo. Ciò detto, alcune analogie tra fascismo e populismo rimangono: il rifiuto della mediazione politica dei partiti, la ricerca di un nemico comune del popolo, la soggezione ad un capo carismatico. Tutto ciò non deve far pensare che le nostre società, o i nostri regimi populisti, siano fascisti. Sarebbe una semplificazione inaccettabile. Nella valutazione dei fenomeni storici e ideologici non bisogna mai perdere di vista le differenze. Sostenere che viviamo in un regime fascista rischia di non far capire nulla di ieri e di oggi».  

«Nel fascismo le cerimonie, i riti, i canti, le manifestazioni sportive hanno avuto una grande importanza per penetrare nella mente e negli occhi dei seguaci. Per guadagnare lo spazio dell’interiorità. Le masse sono molto suggestionabili, si contagiano a vicenda. Ciò è accaduto allora, ma per molti versi accade anche oggi»

Roberto Esposito

 
Cosa possono fare oggi le istituzioni democratiche per reggere ai populismi e rinnovarsi in vitalità?
«Il fascismo non è stata una parentesi, destinata a sparire con la fine della guerra. Se così fosse, oggi saremmo del tutto fuori pericolo. Ma così non è, perché se è vero che nella storia nulla ritorna come prima, è anche vero che nulla scompare del tutto. Nella storia c’è un fondo latente, come un fantasma che può da un momento all’altro risvegliarsi e risalire in superficie. Naturalmente quando si danno una serie di condizioni che lo consentono. Per reggere il confronto con i populismi, le istituzioni democratiche dovrebbero dare un giusto peso agli elementi simbolici, non ridursi a una pura tecnica. Proprio questo, negli anni Trenta, fu l’errore delle liberal-democrazie europee. Non rendersi conto della domanda di senso che veniva dalle masse, alla quale rispose invece, in forma distorta, il fascismo. Non si può immaginare una politica puramente razionale, di pure efficienza, del tutto de-mitologizzata. Tutti gli organismi politici, passati e presenti, fanno uso di mito politico. Illudersi che se ne possa fare a meno è un errore che favorisce il populismo. E, in certe condizioni, può favorire anche il ritorno di un certo fascismo. Naturalmente resta il problema di quale possa essere un mito progressista. Ma è un terreno, quello della domanda di senso, che non conviene abbandonare. Mi pare che esattamente su questo punto l’Unione Europea stia rivelando la propria fragilità».

A proposito della relazione tra capitalismo e fascismo, lei ha fatto riferimento a Karl Polanyi: il fascismo come modo violento e antidemocratico di risolvere la crisi del capitalismo degli anni Venti. Per molti oggi viviamo in un “momento Polanyi”, di sfiducia crescente verso il mercato e i suoi rischi; sicché il ‘populismo’ ne sarebbe la reazione. Perché la sinistra non sembra in grado di dare risposte in questo senso? In altre parole: perché la classe operaia vota Trump?
«Secondo Polanyi il fascismo è stato un modo di uscire dalla crisi economica degli anni Venti, estendendo alla politica gli obiettivi e gli strumenti dell’economia. Dunque fu una spoliticizzazione della società, paradossalmente attuata con mezzi politici, abolendo le istituzioni democratiche, a partire dai partiti, tranne il partito fascista. Oggi viviamo un ‘momento Polanyi’ perché si producono continuamente crisi economiche, come quella del 2008, insieme ad altre crisi come la crisi ambientale, pandemica, migratoria, bellica. Dunque una tentazione di uscita autoritaria esiste. La differenza con gli anni Venti-Trenta sta nel fatto che, mentre allora il fascismo si schierava contro il liberalismo, oggi potrebbe allearsi con esso. Qualcosa del genere pare profilarsi in America. Il neo-liberalismo è un fenomeno complesso, che non disdegna l’alleanza con la sovranità statale. Effettivamente la sinistra non è capace di contrapporre alla destra un progetto politico forte e credibile. Non ha le parole in grado di mobilitare il proprio elettorato ed allargarlo. In Italia questo fenomeno appare più evidente  che altrove».    

(In copertina: L’assalto a Capito Hill del gennaio 2021. Ph. Tyler Merbler, C.C by SA 2.0)

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