Sciascia e “Todo modo”: la verità è uno spettro che nessuno vuole vedere

Con un intreccio che ricorda, a tratti, un giallo di Agatha Christie, lo scrittore siciliano rappresenta in maniera impietosa una società fatta di compromessi e meschinità. In cui emerge su tutti il profilo ambiguo di Don Gaetano e di una Chiesa che tradisce la sua funzione. E in cui il dato più sconcertante è apprendere che, per nascondere una malefatta, basta farla alla luce del sole. Dove non esiste l’intuizione – o la volontà – di andare a cercare

«È così pazzesco, amico mio, che talvolta sono perseguitato dalla sensazione che in realtà debba essere molto semplice… Ma è solo una delle mie piccole idee». Si rivolge così Hercule Poirot a Monsieur Bouc mentre, tra sé e sé, tenta di scandagliare una volta di più la dinamica criminale che funge da motore del celebre romanzo di Agatha Christie Assassinio sull’Orient Express. Ciò che più sembra inquietare l’impareggiabile ingegno dell’investigatore francese è il confine sbiadito, frastagliato tra verità e omissione. La consapevolezza che spesso, dietro i paradossi apparentemente più arditi, più intricati, si nascondono rivelazioni sconvolgenti per via della loro chiarezza. E non è un caso che, talvolta, la scrittura giunga persino a superare la realtà. Che la letteratura, con la sua capacità di sondare l’animo umano al di là delle apparenze più consolidate, avverta nel mistero una sorta di linearità celata. Una logica che i fatti sanno abilmente depistare. Che rimane sepolta sotto una fitta coltre di enigmi sapientemente frapposti. Può anche mostrarsi in tutta la sua interezza, la verità: salvo poi, in un attimo, sprofondare nelle acque torbide del dubbio. Confondersi con il riflesso opaco di reticenze e fraintendimenti. Fino a moltiplicarsi in un’infinita serie di possibilità: tutte valide e tutte contraddittorie tra di loro. Un po’ come Poirot, Leonardo Sciascia ha speso tutta la sua vita da scrittore ad individuare il punto di rottura, la crepa in un muro di silenzi. A ricostruire e delineare abbozzi di scoperta, scottanti intuizioni. Come quella che agita le pagine di Todo modo (1974), romanzo che, tra un omaggio proprio al capolavoro della Christie e ammiccamenti alle filosofie investigative di Dupin e Holmes, fotografa l’ipocrisia e la connivenza di un intero Paese. Che si presenta, ad un primo livello, come un classico giallo da delitto della camera chiusa. Ma che sfocia, tuttavia, in una riflessione esistenziale sul significato profondo della moralità.

E certamente appare significativo che il protagonista non abbia nome. Che di lui si conosca solo la professione: pittore di successo. Come se il rompicapo che di lì a poco lo vedrà involontario protagonista necessitasse di qualcuno capace di sovrascrivere il linguaggio del reale. Di deformare l’orizzonte concreto degli eventi in una tela che celebra il trionfo del fittizio. Nella sua ricerca di un luogo che possa garantirgli una pausa dalla routine della sua attività, si imbatte in un luogo dall’aura suggestiva: l’eremo di Zafer. Una sorta di rifugio dell’anima travestito da albergo gestito dalla canuta e sorniona figura di Don Gaetano, che periodicamente lo adibisce a ritrovo per celebri figure che intendono dedicarsi agli esercizi spirituali. Proprio quando il protagonista viene ammesso come spettatore di quelle pratiche che sembrano quasi appartenere ad un altro tempo, fanno la loro comparsa personalità di alto rango: politici, imprenditori, industriali, direttori. Il sacro si mescola al profano, la fede – tale o presunta – all’arrivismo e all’economismo. Nella naturalezza con la quale i convitati si scambiano convenevoli e occhiate di complicità emerge qualcosa di inspiegabile e sinistro. Qualcosa che si concretizza quando, nel momento solenne della lettura del rosario, viene scoperto il terribile omicidio di uno degli ospiti, il senatore Michelozzi. I sospetti serpeggiano, lasciando immuni soltanto il pittore e Don Gaetano, che dinanzi ad un fatto così gravoso più che turbato appare persino compiaciuto. «Ma sempre c’era, in tutto quello che don Gaetano diceva o faceva, come una vibrazione o sfumatura d’irrisione: che, evidentemente, nessuno di quel gregge che intorno gli si raccoglieva era in grado di avvertire. E io l’avvertivo e me ne incantavo: perché mi parevano, quella distillata irrisione, quel sottile disprezzo, esercitati in una specie di consorteria, di solidarietà, che si era stabilita tra lui e me; e che la sua immagine fosse, più vecchia e saggia e consumata, la mia cui aspiravo».

Di coordinare le indagini per scoprire chi abbia esploso il fatale proiettile viene incaricato il procuratore Scalambri, vecchia conoscenza del protagonista, che quasi lo guida nella sua difficile istruttoria, resa ancora più intricata da un secondo omicidio: quello dell’avvocato Voltrano. L’urgenza di ottenere verità si fa sempre più pressante. Il cerchio, apparentemente, si stringe. E una risposta chiara, inequivocabile, allineata alle convinzioni che progressivamente il pittore ha maturato si offre al lettore. Nel bosco che circonda la tenuta, Don Gaetano viene ritrovato freddato, con accanto una pistola. «Non c’è qualcosa, nelle lenti, negli occhiali, che mi suscita, remoto, imprecisabile, un senso di stupore e insieme di apprensione? Non c’è qualcosa che ha a che fare con la verità e con la paura di scoprirla?». Proprio quando la soluzione del mistero appare a portata di mano, tutto si risolve in un nulla di fatto. Gli inquirenti gettano la spugna, convinti – davvero? – che il rebus non sia risolvibile. L’eremo viene chiuso, senza che la narrazione abbia, nonostante i suggerimenti sparsi, il tempo di chiarire chi sia il responsabile. Ma è nel finale ad una prima lettura aperto che la vicenda trova la sua più degna conclusione. Agli occhi di Sciascia, infatti, non è importante additare un colpevole univoco. Né, in fondo, è possibile farlo. È un intero sistema, un gioco collettivo di sanguinosi rimandi, ciò che va stigmatizzato. Al punto che l’unico a confessare il delitto è il più estraneo di tutti: il pittore stesso. Simbolo di un’autocoscienza che tenta di risvegliarsi. Di chiedere perdono per non aver fatto abbastanza. Per la meschinità altrui.

Perché tutti, in Todo modo, in questo specchio fedele e rovesciato della società, tradiscono la loro funzione sociale. I religiosi, scesi a patti con il vile desiderio di ricchezza e di influenza, come i laici. Vittime e carnefici di un reciproco ricatto, che deflagra e lascia dietro di sé solo macerie. Che finiscono ulteriormente per coprire ciò che tutti, pur non ammettendolo, hanno già visto. E che rimane, tuttavia, confinato in un eremo senza luogo. In un bosco di studiate indifferenze dove nessuno ha il coraggio o la volontà di tornare a rimestare.

(In copertina: una scena tratta dal film Todo modo del 1976)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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