Sciascia, Montaigne e il potere della finzione: storia di un’identità perduta
Nel 1982 lo scrittore di Racalmuto pubblicò “La sentenza memorabile”. Mai titolo fu più azzeccato per raccontare la surreale vicenda di Martin Guerre, contadino francese costretto a lasciare la moglie e il figlio e usurpato della sua identità da un impostore talmente abile da ingannare un intero paese. Di quel processo di metà ‘500, rimasto celebre tra le cronache anche per il finale a sorpresa, il grande filosofo francese fu testimone diretto. E le pagine che ne nacquero si collegano perfettamente a quelle sciasciane
A Rieux, nei pressi di Tolosa, erano accorsi davvero tutti. Stipati nella sala udienze di un tribunale di provincia che quasi non riusciva a contenerli, familiari, amici, approfittatori e semplici curiosi avevano atteso spasmodicamente il pronunciamento di una sentenza che avrebbe fatto la storia. In un angolo polveroso, pressato dalla calca, in quel 12 settembre 1560, ad assicurarsi un posto era riuscito anche un giovane intellettuale dall’animo scanzonato, ma non per questo meno indagatore. Quel ragazzo era Michel de Montaigne, uno dei più grandi filosofi della storia francese. Quella vicenda così surreale, così metamorfica, così naturalmente, istintivamente teatrale lo aveva ammaliato come succede alle vittime di un incantesimo. E certo non risulta complicato figurarselo mentre, armato del suo inseparabile taccuino, voracemente annota le suggestioni più rilevanti di quella condanna resa pubblica. Al punto che più di vent’anni dopo, nei suoi monumentali Essais, l’ascesa, la caduta e la rinascita del contadino Martin Guerre avrebbero trovato ampio spazio di riflessione. Perché, essenzialmente, le inquisizioni, le indagini distorte, i paradossi della realtà che abbracciano la finzione suscitavano in Montaigne un irresistibile piacere. Un impulso irrefrenabile ad immergersi tra le pieghe più torbide dei non detti, delle mezze verità, delle macchinazioni e dei camuffamenti. E, d’altra parte, lo scrittore transalpino era stato parecchio lungimirante. Di Guerre, e della sua incredibile vicenda, non si sarebbe mai smesso di dibattere. Anche per merito di un altro, implacabile scrutatore delle follie del mondo. Un animo affine, spesso travolto dal gusto delle carte disperse, delle inchieste insabbiate, delle stranezze che sconfessano le presunte normalità. Quel Leonardo Sciascia che ritrasse il processo consumatosi in Linguadoca con il consueto acume da investigatore. E che finì per diventare un vero e proprio volume: La sentenza memorabile, pubblicato nel 1982 da Sellerio.
Di memorabile, in effetti, nella storia di quell’umile lavoratore originario dei paesi baschi francesi, c’era davvero parecchio. L’immensa e consumante fatica di un ragazzino che si adoperava nella fornace di mattoni della famiglia, un matrimonio precoce, forse troppo, ma non per questo meno felice, con la bella Bertrande, il discredito del piccolo villaggio di Artigat per la prolungata mancanza di figli. Messo a tacere, poi, dalla nascita del piccolo Sanxi. Dovette apparirgli come il tanto agognato compimento. Come la chiusura di un cerchio che gli avrebbe garantito una qual certa felicità. E invece Martin si era ritrovato sulla soglia di un’avventura più grande di lui: era stato accusato di aver derubato il padre, ospite nella medesima tenuta. Di aver infangato il nome di una famiglia che si era conquistata con le unghie e con i denti la rispettabilità. Ed era stato, perciò, costretto a fuggire, a lasciarsi alle spalle la famiglia che si era appena costruito. A girovagare per la confinante Spagna, nel tentativo di colmare la profondità di quel vuoto dell’anima. Ed era finito a prestare servizio per l’esercito di Filippo II, del quale, dopo essere rimasto gravemente ferito ad una gamba ed aver dovuto ripiegare su una protesi, si era guadagnato la stima e la protezione. Fin che il suo nome e l’eco della sua lontananza non erano spariti nel nulla.
Almeno fino al momento pirandelliano della loro ricomparsa. Quando nel 1556 un uomo tozzo, lontano dall’atletismo del fu Martin Guerre, con un accento tutt’altro che basco, si era presentato come il marito e padre scomparso anni prima. Destando sospetti ed inquietudini, certo. Ma riuscendo comunque a farsi largo in un paese, in una comunità, in una famiglia che sembrava, misteriosamente, conoscere a menadito. Persino Bertrande, pur se attanagliata da un certo straniamento, aveva acconsentito a ricomporre quella singolare unione. Forse perché bisognosa, economicamente e legislativamente, di un marito a cui appoggiarsi. Forse semplicemente perché la solitudine, la disperazione, l’incredulità sono spesso l’anticamera del materializzarsi delle più ardite finzioni. Ed erano rimasti così, per quattro anni, con il presunto Martin che aveva imbracciato con convinzione gli affari di famiglia. Sotto lo sguardo vigile, tuttavia, dell’unica persona che mai si era lasciato abbindolare dalla recita: Pierre Guerre, lo zio di Martin. Era stato proprio lui a trascinarlo in tribunale, con l’ausilio di un soldato che aveva condiviso il campo di battaglia con il vero Martin: che lo aveva visto cadere, contorcersi dal dolore, tenersi la gamba per interminabili minuti dopo un terribile colpo d’archibugio. Ed era sempre stato lui, Pierre, lo zio tenace che non si era rassegnato, a collezionare le prove che l’impostore fosse in realtà Arnaud du Tilh, uno scavezzacollo che si era sempre arrabattato tra inganni e furtarelli e che aveva, chissà come, studiato ogni minimo dettaglio della storia dei Guerre. La condanna era stata inevitabile. Anche perché, proprio in concomitanza con le fasi finali del processo, un ultimo, esaltante colpo di scena era giunto a coronare questo romanzesco affare: il ticchettio nervoso di una gamba di legno. Che aveva rimbombato per tutta la sala udienze, coprendo il pianto dei familiari che lo avevano finalmente ritrovato e riconosciuto. Tornato dal nulla. Tornato senza apparente motivazione. Forse sospinto dal remoto chiacchiericcio che quella assurda storia aveva generato in tutta la Francia. Il finale de copione era già stato scritto: Arnaud, il fraudolento amante, era stato giustiziato proprio davanti alla dimora dei Guerre. Bertrand era scampata all’accusa di bigamia perché ritenuta davvero inconsapevole dell’inganno. Mentre Martin era stato riabilitato. Il suo doppio improvvisato era stato cancellato. Ma il tema dell’identità, dell’incongruenza, della schizofrenica attitudine umana, quella no. Nemmeno una sentenza poté mettervi un punto.
Perché è in quell’intercapedine tra la credibilità e la pantomima che Sciascia, e Montaigne prima di lui, si incuneò. Nella consapevolezza che la finzione, il più delle volte, rivela molto di più della stessa realtà. Che l’identità, per quanto ci definisca, è labile, inconsistente, relativa. Vive negli occhi e nel cuore di chi guarda. È investita della luce che, di volta in volta, qualcuno le attribuisce. Delle convinzioni che ci tocca cavalcare per non vedere tutto il resto. Divora la memoria, i fatti, le circostanze. Assurge al sogno. E accade che non sempre dirimere la contesa, l’enigma sia possibile. Come Martin: tornato a casa, ma per sempre, irreparabilmente sdoppiato da sé stesso.
(In copertina: immagine realizzata con Bing Image Creator)

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