Mattia Pascal e i suoi compagni sono di solito additati come emarginati e nevrotici da compatire. In realtà sono il simbolo della verità che trionfa sulla menzogna. E il modello da cui ripartire per costruire un mondo migliore

«Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno». Fu Hermann Hesse a pronunciare questo iconico aforisma, che ancora oggi ammalia ogni lettore non soltanto per l’efficacia dell’immagine scelta, ma soprattutto perché ci ricorda continuamente come non esista una definizione assoluta di giusto o sbagliato. Anche nel disordine, nella marginalità, in quello che sembra minare le nostre certezze, risiede una meraviglia inaspettata, una ricchezza soffocata dai nostri pregiudizi e dalle nostre paure. Luigi Pirandello è stato l’assoluto maestro di questa riflessione sulle profondità dell’animo umano: nelle sue opere ha sempre dato ampio spazio a personaggi apparentemente improbabili, a funambolici capovolgimenti dell’ordine naturale della società, a scelte e comportamenti a prima vista incomprensibili e distruttivi agli occhi di chi vi si approcciasse con fare superficiale. Tuttavia, c’è un nucleo più profondo da cogliere, un insegnamento perpetuo e prezioso: la finzione può gridare delle verità che la realtà non può nemmeno sussurrare. E la follia, talvolta, è solo una normalità che non riusciamo ad inquadrare, ma che sogniamo di raggiungere.

Per questa ragione i personaggi pirandelliani suscitano in noi un’impressione ambivalente, oscillante tra la presa di distanza e la voglia di interpretarne le gesta. Sono come dei giocolieri che si esercitano con le nostre emozioni, clown che sanno strapparci un sorriso e contemporaneamente instillarci il seme positivo di un dubbio malinconico. Così finiamo per provare compassione per quelle cosiddette maschere nude che crediamo sull’orlo del cedimento emotivo: per Mattia Pascal, creduto morto e privato della sua identità, che torna e scopre la relazione tra la sua vecchia compagna e il suo migliore amico, prima di visitare la sua stessa tomba; per Vitangelo Moscarda, che vede crollare il suo castello di sicurezze quando realizza che l’immagine di ognuno di noi non è che un frammento in ogni sguardo che incrociamo; per i sei personaggi in cerca d’autore, che attendono ansiosi il completamento delle loro vicende, creati da una mente che li ha poi abbandonati. E così per tutte le altre creature di Pirandello, sensibili ingegni che hanno individuato la crepa nel grigio muro della realtà e vi si sono introdotti con dolore, ma anche con rinnovata consapevolezza. La loro presunta pazzia è solo la condanna di chi ha troppa paura per compiere il loro stesso tragitto. È la condanna di una società inchiodata alle sue malsane consuetudini, avvezza ad indossare maschere di falsità per compiacere qualcuno, a celarsi dietro mille volti fino al punto da dimenticare quello originale. I protagonisti immaginati da Pirandello si crucciano di essere stati sradicati, ma presto si rendono conto di aver barattato volentieri il loro posto in quella collettività inautentica, dove tutti fingono sapendo di fingere. Dove la libertà è subordinata alla convenienza. Solo chi esce da questo flusso contorto e perverso può sperimentare una vera sensazione di autonomia.

Ecco in che modo la follia può fungere da base per il mondo di domani. Ecco perché da essa dipende la nostra salvezza. Perché quello di Pirandello non è solo un atto d’accusa a chi preferisce denigrare le particolarità dell’altro piuttosto che mettersi in discussione, ma un monito sentito: a lasciarci alle spalle i contatti e le abitudini che nuocciono al nostro benessere, a superare quegli ostacoli materiali e morali che intralciano il cammino verso la felicità, a fare scelte coraggiose e in cui crediamo a prescindere dalla maligna disapprovazione degli altri. Solo mettendo un freno alla nostra smania di piacere a tutti i costi, solo risolvendo questa nevrosi che ci attanaglia potremo scegliere liberamente chi essere. Non c’è vittoria che valga più di questa.