Sfuggire al tempo, sfuggire al dolore: Bonaviri e la Sicilia come rifugio
“Notti sull’altura” è una sorta di nòstos che il protagonista sente il bisogno di affrontare dopo la morte del padre. Dopo aver rimesso piede nell’isola natìa, qualcosa di magico, di incantato, prende possesso della vicenda. E mentre, tra leggende e oasi esotiche, la traversata si rivela infine null’altro che una tenera illusione, una consapevolezza si fa largo nel cuore dei protagonisti e dei lettori: che dallo scorrere della vita, e dalle sue sofferenze, non si può fuggire. Ma che, di tanto in tanto, in certi luoghi dell’anima, è possibile apprezzarne il valore e il significato. Per poi ritrovare noi stessi
Se potessimo ridurre il tempo ad un elemento trascurabile, ad un flusso di eventi intermittente al quale fra una transizione e l’altra, è possibile sottrarsi, dove sceglieremmo di vivere questo stallo? Come ci porremmo, con quali domande, con quali speranze, dinanzi ad un apparentemente illimitato ventaglio di scelte? Oscilleremmo, probabilmente. Cederemmo alla tentazione di lasciare il passato alle spalle, di inaugurare una fase nuova, aurorale. Ma poi, repentinamente, inconsciamente, finiremmo per rientrarci, in quel tempo da cui tanto avevamo voluto fuggire. Finiremmo per ripercorre ogni ricordo, ogni frammento di esistenza che ci aveva spinto fin lì, su quella soglia. Torneremmo a rivivere le ansie, le ombre, le parole non dette, le emozioni non risolte. Fin quando quella parentesi senza misura, quel benefico isolamento dell’anima, non ci apparirebbe come una remota parentesi. Una fase illusoria che è valsa, tuttavia, la pena attraversare. Su questo limitare, molto spesso, si muove l’aspirazione umana. Nel tentativo di dare un nome, una forma quantomeno astratta, all’utopia di vivere in assenza di tempo. In assenza di quell’assillante, talvolta avvilente, sensazione di dovere, di disorientamento. In una perpetua, congelata eternità dove non esisterebbero né morte, né separazione. Ma poi, ecco che il dubbio la assalirebbe, quella aspirazione: cosa sarebbe, la vita umana, senza il confronto con le epoche che passano? Dove finirebbe il bagaglio di esperienze costruito con fatica? Con questi dilemmi, per mezzo della solita, visionaria scrittura, si confrontò Giuseppe Bonaviri, allorquando, nel 1971, ideò un’opera capace di condensare una storia fortemente personale ed autobiografica e una riflessione generale sul destino dell’uomo, sul suo bisogno di evasione, sul rapporto conflittuale tra identità e società. A tratti riflesso di uno scenario onirico, a tratti interessante contaminazione fra letteratura di viaggio e romanzo di formazione, Notti sull’altura rappresenta una singolarità: inserita sì nel più ampio quadro della poetica di Bonaviri, eppure a più riprese divergente, imprevedibile, come l’itinerario intrapreso dai personaggi.
Quello a cui il romanzo ci introduce, infatti, è una sorta di nòstos da archetipo classico: uno scrittore, Zephir, afflitto per la morte del padre Don Nanè – il sarto della stradalunga che fa la sua comparsa nell’esordio letterario dello scrittore isolano – sente la necessità di tornare a casa, in Sicilia, di raccogliersi su sé stesso, di stemperare i malesseri che Vittorini avrebbe definito “astratti furori”. E non è un caso che sia proprio uno scrittore il personaggio cardine della vicenda: la scrittura, la finzione, l’alterazione lirica della realtà sanno confortare, sublimare il dolore. Giunto nella natìa Mineo, preso quasi da un ancestrale terrore del vuoto, il figlio del sarto raduna una bislacca comitiva ai piedi del castello che domina le colline del paese. Al suo fianco, in quella che ben resto sembra tramutarsi in una traversata cavalleresca, figurano persino dei maghi. Ma l’obiettivo di quella radunata, se possibile, è ancora più astruso: rinvenire tracce del leggendario tanatouccello, custode delle ultime memorie del padre. I contorni della ricerca si fanno ben presto vaghi, al limite dell’incantato: la Sicilia, il rifugio prediletto in cui il protagonista si era rintanato in cerca di pace, sfuma in una costellazione di luoghi esotici, talvolta quasi impronunciabili: «Qalat-Minaw si vedeva, lassù, dentro il galleggiante caos di nubi – si legge nell’interessante saggio di Ambra Carta che cita questo estratto – che mandavano varianze luminose sulle fasce boschive. Seguendo giri e rigiri di strada contorta dal colle tre sentieri scendevano verso giù; s’imbucarono in un cunicolo, li lasciammo per interrarci in un solco vallivo. L’una squadra e l’altra erano limitrofe, e nel loro diramarsi a raggiera, in una azione centrifuga, si allontanavano in direzioni divergenti, in un tortuoso cammino, dedalo di viuzze, bambagia di fili siderei». Si immergono, i personaggi di Bonaviri, in questo paesaggio dal carattere altamente simbolico. Quasi come se il loro desiderio, più che di giungere a destinazione, fosse quello di perdersi, di diventare un tutt’uno con il mistero che li avvolge. Di diventare essi stessi la natura che stanno attraversando, di sfidare la morte che ancora, sulle di quell’uccello sfuggente, manifesta forse un suo miracoloso prolungamento. Di questa volontà di inglobamento panico, di memoria dannunziana, è espressione il tentativo di mettersi in comunicazione con il volatile attraverso un esperimento quasi alchemico, in cui il corpo di un ragazzino e il tronco di un albero vengono fusi. L’azione non sortisce effetto, se non quello di veder sparire il giovane e sua madre nella fitta vegetazione. Consegnati, forse, a quel mondo autentico, incontaminato che può esistere solo nella fantasia e nella scrittura. Che si rivela una fugace impressione. I flebili indizi che conducono al tanatouccello si dissolvono come se mai fossero esistiti. E con esse i miraggi di un’avventura che, chissà, potrebbe non essere mai esistita. Ma che, anche solo per un attimo, ha avuto il sapore di una salvezza possibile.
Al termine del viaggio, ai personaggi di Bonaviri rimane la consapevolezza che il tempo ci lascia giusto qualche finestra. Qualche piccolo pertugio per sbirciare l’altrove in cui vorremmo vivere. La dimostrazione che il confine tra inizio e fine, tra passato e futuro, tra prospettiva e regressione è lo spazio che plasma il nostro essere. E rimane, sullo sfondo, una Sicilia millenaria, sempre disposta ad ascoltare e ad accogliere chi fugge dal turbinio di ciò che sta fuori: «Lucrezio si era arrampicato su un mandorlo per meglio sentire quel suono che da leggero si fece limpido con vuoti improvvisi e riprese d’amore che lo rendevano in innumerevoli timbri piangenti là, fuori, nel flusso di plasma lunare che si diffondeva in combinazioni luminose, indirettamente le ricordava come per loro la Sicilia fosse la “mezzaluna perduta nel mare”, “l’isola sognata” nelle notti che calano sugli ardenti tramonti del deserto. Il tramonto finiva in milioni di sparpagliate propaggini e in un incupirsi di colori, anche se dal resto delle brughiere e dei valloni si alzavano come punte traforate di porpora. Altri pennacchi salirono da alture, alture, da incavi invisibili e, in una successiva simultaneità, di traiettoria in traiettoria si persero nella sottigliezza dell’aria».
(Immagine in copertina realizzata con AdobeFirefly)

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