Sicilian Playlist #279: le irriverenti domande sull’amore di Tony Pitony e Tommy Cash

La selezione di questa settimana parte con il surreale e scanzonato incontro tra l’artista siciliano e il rapper estone, in un brano che è una candida ammissione di come nessuno, in fondo, sappia decifrare la complessità del sentimento amoroso. Proseguiamo con “Misericordia”, il nuovo brano di rob che scava senza filtri nella fragilità di una relazione instabile, con “Modo”, incontro tra Ivan Segreto e Mario Venuti sulla scia di suggestioni jazz e influenze brasiliane, e con “Lu cantu chi cura”, singolo dal sapore ancestrale in cui il cantautore Ezio Noto tenta di recuperare la forza generativa della musica. Spazio anche a “Certi pensieri” e al rock duro, capace di schivare nella psiche, dei Capocotta, e a “Re minore”, potente metafora dei Disorient Express dedicata a tutti coloro che continuano a sentirsi spodestati nella vita. Chiudiamo con “Le stesse parole”, riflessione sul peso del linguaggio firmata da deric, e con “Tutto deve andare”, analisi lucida e malinconica di Armando Cacciato sullo scorrere del tempo e su ciò che resta dopo una relazione finita

Ogni settimana sottoporremo al vostro ascolto una playlist di canzoni di artisti siciliani. Brani vecchi e nuovi scelti dalla redazione, ma che potrete indicarci anche voi e, soprattutto, potranno inviarci cantautori, cantanti e band, di qualsiasi genere musicale. Inseriremo i vostri consigli e le proposte musicali all’interno della nostra playlist che sarà pubblicata anche su Spotify.

Potete inviare le vostre proposte (complete di link Spotify e YouTube) all’indirizzo sicilianplaylist@sicilianpost.it

“L’ammor” Tony Pitony feat. Tommy Cash

L’incontro tra il provocatore siracusano e l’eccentrico rapper estone era stato anticipato a marzo 2026 da una serie di video virali che li ritraevano insieme a cantare “Donne Ricche”, scatenando settimane di curiosità e speculazioni sul web. Il titolo è già un programma: “L’ammor” è una storpiatura dialettale di “l’amore”, che mette in chiaro fin dal primo secondo il registro del pezzo. Non una canzone d’amore nel senso convenzionale, ma una riflessione sghemba e ironica sull’amore come concetto incomprensibile, che si cerca di spiegare senza riuscirci davvero.

Il brano alterna inglese e italiano in modo volutamente caotico, mescolando immagini surreali – il cotone, il diamante, la caramella, il parmigiano, la portabella – con una domanda che si ripete ossessivamente: “What is love, don’t ask and teach me how to love you”. Non è una risposta, è una resa. L’amore non si spiega, si subisce.

Tommy Cash porta la sua cifra stilistica riconoscibile: il nonsense costruito con precisione, le rime che suonano assurde ma hanno una logica interna. Tony Pitony ci aggiunge il suo italiano storpiato e teatrale, creando un duetto in cui nessuno dei due sembra davvero voler risolvere la domanda iniziale. Il ritornello – “Io non lo so, tu sì però” – è la sintesi perfetta: nessuno sa cos’è l’amore, ma tutti fingono di sapere cosa prova l’altro.

“Misericordia” Rob

Un racconto crudo, senza filtri, fatto di immagini quotidiane e verità difficili da ignorare: rob fa uscire un nuovo singolo realizzato insieme a Nitro. Il brano racconta notti precarie, conti divisi male e una quotidianità segnata da instabilità e pensieri che non trovano tregua. La scrittura di rob, insieme a quella di Nitro, Victor Anfray e Luca Ferraresi, resta diretta e visiva, quasi diaristica: ogni immagine è reale, immediata, senza costruzioni. Al centro, un senso di identità in bilico, schiacciata da aspettative e giudizi costanti.

La presenza di Nitro, una delle voci più potenti del rap italiano, firma un intervento diretto, didascalico, senza concessioni. Le sue barre entrano come una lama, smontano il rumore di fondo e riportano tutto all’essenziale. Non cerca empatia, non addolcisce il colpo: espone, analizza, colpisce. 

In questo equilibrio, rob tiene il centro emotivo del brano con una presenza diretta e viscerale. La sua voce non filtra, non protegge, non cerca compromessi: espone fragilità, contraddizioni e stanchezza con una lucidità disarmante. È proprio nella ripetizione, nelle immagini quotidiane e nel tono quasi istintivo della sua scrittura che costruisce un’identità riconoscibile, capace di trasformare esperienze personali in qualcosa di condiviso. 

Con questo singolo, l’artista continua a definire il proprio percorso artistico, spingendosi oltre i confini di genere e consolidando una voce sempre più riconoscibile. L’avvicinamento del suo primo progetto segna un momento chiave: la promessa di ampliare ulteriormente il suo universo sonoro, mantenendo intatta la sua autenticità.

“Modo” Ivan Segreto e Mario Venuti

Scritto e prodotto da Ivan Segreto, il brano nasce dall’intreccio tra sensibilità affini e percorsi musicali distinti, muovendosi tra scrittura d’autore e una ricerca sonora che attraversa suggestioni jazz, influenze brasiliane e una tensione contemporanea dal respiro quasi progressive. “Modo” si sviluppa come un dialogo tra due voci riconoscibili, capaci di fondersi mantenendo intatta la propria identità, in un equilibrio che restituisce profondità emotiva e dinamismo.

«Ogni artista ha il suo modo peculiare di incontrare il cuore di chi lo ascolta», racconta Ivan Segreto. «Ho sempre raccolto dalla scrittura di Mario una limpidezza, una sorta di schiettezza vivace che ti aiuta a rintracciare la tua sincerità, che è la parte migliore di noi. Quando poi ti accorgi che questa qualità è presente anche nell’uomo, è meraviglioso. In questo brano, ha portato la sua energia e una sincera voglia di vivere. Per me è stato un incontro importante, sia sul lato umano che professionale».

Un sodalizio, quello con Mario Venuti, attivo da diversi anni, come ricorda il cantante catanese: «Bello ritrovarsi dopo anni, dal Sanremo del 2006 che ci vide sullo stesso palco. E ancor di più incastrare le nostre voci su questo brano vagamente progressive. Ivan sempre etereo, al tempo stesso carnale e spirituale. Una voce così peculiare mancava dalla scena italiana».

La collaborazione si nutre di affinità profonde, tra cui la comune appartenenza geografica e culturale e un condiviso amore per la musica brasiliana, elementi che contribuiscono a dare al brano una cifra stilistica calda e stratificata.

“Lu cantu chi cura” Ezio Noto

Il cantautore e scrittore di Caltabellotta, animatore del Dedalo Festival che si volge ogni anno nel paese dell’agrigentino, ha fatto di questo brano dal grande effetto evocativo una sorta di colonna sonora per l’omonimo album di racconti. Una canzone prodotta e registrata da Libero Reina, con le voci di Ezio Noto, Libero Reina e Carmen Piritore che accompagnano quella narrante di Ezio Noto. 

Le storie che compongono il volume – Armonica, Duduk, Viola e La leggenda di Flauto – accompagnate dai disegni e dalle visioni curate dall’artista Giovanni Proietto «restituiscono al racconto stesso la sua forza generativa, quella carica erotica che svela l’antica funzione di guarigione del canto», scrive Danilo Serra nella prefazione. «In ciascuno di essi la sofferenza, intesa in senso ampio e nelle sue diverse sfumature, diventa l’origine di un “canto”; voce, suono, parola e gesto si trasformano in strumenti di ricomposizione del mondo, o meglio di una ridefinizione continua della relazione tra l’io e il mondo».

“Certi pensieri” Capocotta

“Rette parallele” è il titolo dell’EP d’esordio discografico della band agrigentina Capocotta. Un lavoro che si presenta come un vero e proprio manifesto di resistenza artistica: in un tempo dominato da ascolti veloci e formule replicate, la band agrigentina sceglie la via della sincerità, costruendo un punto d’incontro tra cantautorato d’autore e alternative rock, dove la parola conserva il suo peso e il suono si muove lungo traiettorie non convenzionali.

“Rette parallele” è un viaggio senza filtri dentro l’urgenza di esprimersi, un racconto che attraversa disincanto, rabbia e speranza, mantenendo sempre quella sottile ironia che permette di osservare il mondo con lucidità. Le canzoni diventano spazi emotivi in cui ciò che resta ai margini trova finalmente voce, in un equilibrio continuo tra tensione e apertura. «Questo progetto discografico nasce dal bisogno di fermarsi e dire qualcosa di vero, – racconta la band – senza adattarsi alle logiche della velocità. Abbiamo cercato di costruire un lavoro che fosse diretto, umano, imperfetto nel modo giusto: un disco che non abbia paura di mostrare fragilità, contraddizioni e desideri. È il nostro modo di resistere, restando fedeli a ciò che siamo».

All’interno dell’EP, i brani si susseguono come capitoli di un unico racconto: “Bagnasciuga” è una ballata romantica sul naufragio di un amore, dove il mare diventa forza rigeneratrice e simbolo di trasformazione; “Certi Pensieri” rappresenta il lato più viscerale e oscuro del progetto, un rock diretto che scava nella psiche e denuncia l’ipocrisia contemporanea; “Casa Mia” si muove invece su un equilibrio fragile, raccontando un amore giovane e instabile, in cui l’altro diventa rifugio e perdita allo stesso tempo; al centro dell’EP si colloca “L’abito rosso” (focus track), un brano intenso e cinematografico che restituisce l’amore nella sua dimensione più carnale e ossessiva, esplorando il confine sottile tra presenza e assenza.

“Re minore” Disorient Express

Terzo singolo dei Disorient Express, nuovo tassello del percorso artistico che condurrà all’EP “Aspettando il sole”. Il brano, introdotto da un’intensa atmosfera carica di aspettativa, racconta lo stato d’animo di chi si sente talvolta spodestato e alla costante ricerca di un “trono” che forse non troverà mai.

«È una condizione sospesa, fragile e universale, – racconta la band – in cui il bisogno di trovare un proprio spazio si intreccia con la paura di non riuscire mai a conquistarlo. In questo viaggio interiore emerge la dimensione del silenzio, descritto come il luogo ideale in cui ascoltare il suono che riecheggia da dentro: una vibrazione profonda capace di chiarire il nostro cammino e le nostre percezioni nel vivere quotidiano. La monotonia che scandisce la vita, spesso alimentata da futili ricorrenze, trova una dimensione nuova solo quando viene condivisa con chi sa mandarci fuori sincro il ritmo cardiaco. È in quell’istante di sfasatura perfetta che prendiamo coscienza dell’essenzialità della vita e vorremmo che quel momento non finisse mai».

I Disorient Express sono una band cantautorale della costa tirrenica della Sicilia orientale, dove il post-folk assume una forma collettiva e profondamente emotiva. Il loro nome è una dichiarazione d’intenti: un treno in corsa, disorientato, sempre pronto alla scoperta e all’esplorazione. Non esistono fermate prestabilite, perché la meta è il viaggio stesso. Le loro canzoni sono una fotografia multiprospettica tra luce e tenebra, un equilibrio tra introspezione e dissacrazione. 

“Le stesse parole” deric 

Nuovo singolo di deric., al secolo Federico Bonanno, estratto dal suo primo album in uscita nei prossimi mesi. Scritto inizialmente per chitarra e voce, “Le stesse parole” è il primo brano nato all’interno del nuovo progetto discografico e si sviluppa come una riflessione lucida e personale sul peso e sul potere del linguaggio. Le liriche mettono a fuoco quanto le parole possano costruire immaginari, aprire possibilità e generare sogni, ma allo stesso tempo destabilizzare, fino a togliere punti di riferimento e certezze. «È stato il primo brano che ho scritto per questo disco, quasi un punto di partenza emotivo e narrativo. “Le stesse parole” nasce dall’esigenza – racconta deric – di interrogarmi sul valore della comunicazione: le parole possono avvicinare, creare mondi, ma anche ferire o farci perdere l’equilibrio. Mi interessava restituire questa ambivalenza, questo confine sottile tra costruzione e caduta».

Dal punto di vista sonoro, il brano si muove su coordinate pop essenziali, mantenendo un’impronta intima e diretta: una sezione ritmica minimale composta da cajon e shaker sostiene l’andamento, mentre basso e chitarre costruiscono un tessuto sonoro dinamico. A emergere è soprattutto il riff ascendente della seconda chitarra, elemento distintivo che accompagna e rafforza l’apertura del ritornello.

“Tutto deve andare” Armando Cacciato

“Tutto deve andare” è una riflessione sul tempo e sulle relazioni, su ciò che rimane quando tutto sembra finire. Il brano affronta il tema della distanza con uno sguardo lucido e consapevole: il tempo non è solo perdita, ma trasformazione. Dal punto di vista sonoro, il singolo si muove tra il cantautorato italiano d’autore e un immaginario più internazionale, con richiami ideali a una scrittura visionaria che, per sensibilità e tensione narrativa, può evocare atmosfere care a Franco Battiato e David Bowie.

Il videoclip sviluppa questa tensione all’interno di un teatro vuoto, spazio simbolico in cui palco e platea diventano metafora di una relazione sospesa. Gesti, silenzi e distanze raccontano ciò che le parole non riescono più a dire. Nel video appare Aurora Tavella, presenza intensa e misurata che accompagna il racconto visivo con naturalezza espressiva.

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