Sicilian Playlist #282: Cassandra Raffaele canta la sua Sicilia eccentrica

La selezione di questa settimana parte con il nuovo capitolo discografico della cantautrice che intreccia sentimento e beat. Proseguiamo con “Rituale”, brano-denuncia di Ibla sulla pratica del matrimonio combinato, con “Fluire degli argini”, in cui Dimartino mescola memoria personale e realismo magico, e con “Oceano di sogni”, in cui deric. cattura l’ascoltatore in una dimensione sospesa. Spazio anche a “End of silence”, singolo di Silvia Salemi che vuole rompere il silenzio sul tema dei tumori, e a “Istruzioni”, in cui Giuse The Lizia canta di quel momento della vita in cui ci si accorge che la linearità può essere solo una illusione. Chiudiamo con “Controvento”, esordio di Anfibio che si regge tra viaggi interiori e tensioni sociali, e con “Ti cancello”, riflessioni di EDY sulla crescente ansia che si instaura nel rapporto tra umani e algoritmi

Ogni settimana sottoporremo al vostro ascolto una playlist di canzoni di artisti siciliani. Brani vecchi e nuovi scelti dalla redazione, ma che potrete indicarci anche voi e, soprattutto, potranno inviarci cantautori, cantanti e band, di qualsiasi genere musicale. Inseriremo i vostri consigli e le proposte musicali all’interno della nostra playlist che sarà pubblicata anche su Spotify.

Potete inviare le vostre proposte (complete di link Spotify e YouTube) all’indirizzo sicilianplaylist@sicilianpost.it

“Welcome to Sicily” Cassandra Raffaele

La cantautrice e produttrice siciliana Cassandra Raffaele torna con un nuovo, magnetico, capitolo discografico. “La Sicilia? È una donna DJ vestita Dolce & Gabbana che suona dischi alla processione del Santo Patrono”. Così Cassandra annuncia il suo singolo e la sua evoluzione artistica dopo aver consolidato la sua fama nel cantautorato d’eccellenza (vincitrice per due volte di Musicultura, l’ultima nel 2022) anche con prestigiosi featuring con Brunori Sas e Elio e Le Storie Tese.

«Un’allucinazione sonora, che ha dato il via alla composizione simultanea di testo, musica e produzione. E in questo paesaggio emotivo affiora vivido, il ricordo di mio padre», spiega Cassandra. Questo sentimento si intreccia indissolubilmente al beat, rendendo il brano un viaggio profondo, radicato nella terra ma proiettato verso una dimensione trascendentale.

Musicalmente, il brano è un audace esperimento di contaminazione e segna un ritorno consapevole a quel mondo club che l’aveva vista esordire ragazzina come vocalist di spicco per importanti progetti internazionali. (“Move on” – Cristian Marchi / Ministry of Sound). Oggi, proprio in questa veste di producer, Cassandra Raffaele incanala le vibrazioni leggendarie di Plastic Dreams di Jaydee, fondendo una nostalgia ancestrale con un loop moderno e magnetico. Il battito del cuore (“heartbeat”) incontra l’eleganza e l’atmosfera della deep house, dando vita a un flusso ipnotico e incalzante che ridefinisce i confini del pop elettronico. È il cerchio che si chiude: dalla voce prestata ai beat altrui alla creazione di un proprio, autentico paesaggio sonoro.

“Rituale” Ibla

Una ragazza di sedici anni promessa a un uomo che non ha scelto: da questa immagine antica prende le mosse “Rituale” è brano con cui Ibla (Claudia Iacono) è entrata fra i dieci finalisti del 24° Premio Amnesty International Italia, sezione Big, istituito nel 2003 da Amnesty International Italia e Voci per la Libertà per premiare la migliore canzone sui diritti umani pubblicata nell’anno precedente da un cantante italiano affermato. Il brano rileva un archetipo del passato — il matrimonio come patto tra famiglie — per spostarlo nel presente e interrogarne le eredità culturali e simboliche.

La canzone non si limita a evocare: la costruisce. Testo e musica dialogano su un terreno in cui le formule rituali e le invocazioni popolari della tradizione siciliana vengono smontate e ricomposte come lessico di resistenza. La vicenda della “sposa bambina” serve da catalizzatore per una riflessione più ampia — quanto delle scelte che chiamiamo nostre è davvero autogenerato e quanto è eredità di ruoli e prescrizioni sociali? Ibla pone la domanda con uno stile che alterna immagini puntuali e metafore controllate, evitando la retorica e privilegiando la precisione narrativa.

Sul piano sonoro “Rituale” lavora per sovrapposizione e dissonanza produttiva: tamburi e tonalità di matrice folklorica convivono con bassi elettronici e texture urbane, creando un paesaggio sonoro in cui il canto tellurico dell’artista si impone come asse drammaturgico. Questa saldatura di archetipi e ibridazioni contemporanee non mira al restauro, ma alla trasformazione — il rito non viene conservato come reliquia, ma trasformato in strumento per nominare nuove possibilità.

Il videoclip ufficiale diretto da Andrea Vanadia — con fotografia di André Tedesco e montaggio di Eleonora Cassaro — evita la facile iconografia folklorica e sceglie invece di sovrapporre corpi, terra e simboli del Sud in sequenze che non spiegano ma mostrano il rito come esperienza che accade. L’intento registico è quello di un processo di svelamento piuttosto che di rappresentazione: il rito non si mette in scena come ricostruzione etnografica, ma si lascia vedere nelle sue dinamiche performative.

“Fluire degli argini” Dimartino

A sette anni da “Afrodite” e tre dopo “Lux Eterna Beach”, Dimartino torna in solitaria con “L’improbabile piena dell’Oreto”. «Questo è un disco folk senza hit», racconta. Una definizione che suona quasi come una dichiarazione d’intenti dopo gli anni condivisi con Colapesce e il successo enorme di Musica leggerissima. «Non mi vedevo a inseguire la hit all’infinito», spiega oggi, guardando con lucidità a quel paradosso artistico: da una parte la consacrazione popolare, dall’altra la difficoltà di sottrarsi all’etichetta del tormentone. «Quel successo l’abbiamo vissuto bene umanamente, anche perché avevamo già subito tante vessazioni dal mondo della musica. Però non era facile uscirne».

Il disco ha il passo lento e continuo dell’acqua da cui prende ispirazione. Si muove come un unico racconto sonoro: dieci brani collegati tra loro da code strumentali, pensati per scorrere senza interruzioni, dentro un immaginario che intreccia memoria personale, realismo magico, certo cinema contemplativo e inquietudini adulte. Dimartino cita implicitamente anche Lucio Dalla e il lavoro sonoro dietro “Come è profondo il mare”, dove la voce registrata dentro la cassa armonica del pianoforte serviva a creare una sensazione subacquea. Qui però il movimento è meno teatrale e più carsico: un rumore di fondo che lega tutto e trascina l’ascoltatore dentro il paesaggio dell’Oreto.

“Oceano di sogni” deric.

È il primo disco omonimo del progetto firmato dal cantautore palermitano Federico Bonanno, che si cela dietro il nome d’arte di deric.: un lavoro che raccoglie e mette a fuoco un percorso sonoro e identitario costruito negli ultimi anni, tra chitarre riverberate, elettronica, alternative rock e suggestioni post punk.

Un album compatto e coerente, attraversato da un filo rosso tematico e da una ricerca sonora che alterna minimalismo e stratificazioni, tensione e sospensione. “deric.” è un disco introspettivo e notturno, che sceglie atmosfere scure e ambientazioni dense per raccontare ciò che spesso rimane non detto.

«Ho scelto di intitolare il disco con il nome del progetto perché sentivo il bisogno di espormi senza filtri», racconta deric. «Questo album è il punto in cui tutte le strade percorse finora si incontrano. È un lavoro che parla di incomunicabilità, di assenze, di rapporti che si incrinano quando le parole non bastano più. Ho cercato un suono che fosse coerente con questa tensione: a tratti minimale, a tratti ruvido, ma sempre sincero».

Ad aprire il lavoro è “Oceano di sogni”, composto per chitarra ed elettronica: un tappeto sonoro introduttivo prepara l’ingresso di un riff dai contorni sfumati, mentre synth, chorus e riverberi avvolgono l’ascoltatore in una dimensione sospesa e dark che definisce immediatamente l’identità dell’album. “Le stesse parole”, primo brano scritto per il progetto, nasce per chitarra e voce e riflette sull’importanza del comunicare: le parole possono aprire mondi e far sognare, ma anche togliere la terra sotto i piedi. L’arrangiamento pop, con cajon, shaker, basso e una seconda chitarra dal riff ascendente nel ritornello, sostiene una scrittura diretta e consapevole.

“End of silence” Silvia Salemi

Scritto dalla stessa Silvia Salemi e prodotto da Francesco Tosoni, anticipa il nuovo album della cantautrice siciliana, previsto per il prossimo settembre. La canzone ha una genesi particolare. Colpita nell’intimo dalla vicenda di una persona cara, che aveva ricevuto una diagnosi di tumore, l’artista scrive il testo toccata da un particolare aspetto di quella vicenda umana: il silenzio. Il cancro, infatti, è una malattia che fa rumore nella vita di chi la affronta, avvolta da incertezze, paure e tante domande che cercano risposta. Oggi però, al di là del silenzio, ci sono gli straordinari progressi della ricerca, i risultati della diagnosi precoce e l’importanza della prevenzione.

“End Of Silence” vuole essere la canzone che rompe il silenzio sui tumori grazie al linguaggio universale e penetrante della musica. «È una canzone che ho scritto di getto, con un impulso creativo naturale e spontaneo», racconta Silvia Salemi. «Sono convinta, da sempre, che la musica sia un mezzo di comunicazione potente, immediato e trasversale. Con questa canzone spero davvero di trasmettere, senza retorica, emozioni profonde e anche molto personali nate da suggestioni dirette e rappresentare i sentimenti di migliaia di persone».

Musicalmente, “End Of Silence” è un brano pop elettronico contemporaneo dall’energia immediata e travolgente. La ritmica cadenzata guida l’ascoltatore dall’inizio alla fine, con una produzione attuale che trova il suo punto di massima intensità in un ritornello aperto e liberatorio, esattamente come suggerisce il titolo. La voce di Silvia Salemi è in primo piano ma perfettamente integrata nel mix: presente, riconoscibile, capace di portare il peso emotivo del testo senza mai appesantire il suono. Il risultato è un brano che non si piega sotto il tema che racconta, ma lo trasforma in energia, in slancio, in speranza.

La fine del silenzio, qui, suona davvero come un inizio.

“Istruzioni” Giuse The Lizia

Da bambini ci viene insegnato che nella vita esiste una strada ben definita, una sequenza di passaggi ordinati, quasi inevitabili, in cui ogni cosa dovrebbe trovare il proprio posto: studiare, lavorare, comprarsi una macchina, poi una casa. Ma crescendo capita di accorgersi che questa linearità non è sempre garantita, che le consapevolezze possono complicarsi, sfilacciarsi, distruggersi. È da questa frattura che prende forma il nuovo singolo di Giuse The Lizia, primo capitolo di un racconto più ampio, un percorso narrativo e identitario che si svilupperà nei prossimi mesi.

Scritto pochi giorni prima della laurea in Giurisprudenza, nel brano l’artista osserva da vicino un presente in cui le coordinate appaiono sempre più sfocate, in una società attraversata da precarietà diffusa che non è più soltanto economica o lavorativa, ma una condizione trasversale: riguarda le relazioni, le scelte di vita, le identità. Con “Istruzioni” Giuse The Lizia dà voce a una generazione sospesa tra iper-consapevolezza e apatia, incapace di riconoscersi fino in fondo nei modelli ereditati e allo stesso tempo priva di nuove coordinate.

«Ho scritto questa canzone pochi giorni prima di laurearmi, cercando di mettere in ordine un po’ di domande che avevo accumulato nei mesi precedenti. La canzone si chiama “Istruzioni” perché la mia generazione è cresciuta sentendosi ripetere che per vivere bene bisogna studiare, trovarsi un lavoro, comprarsi la macchina. Volevo scrivere di come queste istruzioni non funzionino più, o forse non hanno mai funzionato», racconta Giuse The Lizia.

“Istruzioni” si muove dentro questo cortocircuito generazionale: un senso diffuso di disorientamento che attraversa il quotidiano, il racconto di relazioni fragili, di legami che si consumano nello spazio della barra di scrittura di Whatsapp. E così resta una domanda che attraversa tutto il brano e che non trova mai una risposta definitiva: ma a cosa serve davvero tutto questo?

“Controvento” Anfibio

Anfibio – al secolo Guido Fiorenza – si presenta nel panorama discografico con un album dal titolo “Mondi” per l’etichetta SorryMom!. Dopo anni di attività legata a tribute band e busking, il musicista napoletano, ormai da tanti anni based in Sicilia, a Catania, decide di intraprendere un progetto personale, prima autoprodotto e successivamente supportato da etichette indipendenti quali Orangle Records ed infine la veneta SorryMom!

L’album è composto da nove tracce, scritte e arrangiate da Anfibio nel corso dei suoi quasi 30 anni di attività, ma registrate solo fra il 2022 e il 2024 nello studio di registrazione Impronte Records. Alcuni singoli risalgono all’adolescenza dell’artista e trattano temi molto personali, legati alla fine di un amore, alla protesta sociale o alla scoperta del mondo. A questi si aggiungono brani di nuova stesura, nei quali si percepisce la crescita personale dell’artista e l’interesse verso le politiche contemporanee.   

I brani di “Mondi” raccontano viaggi interiori e tensioni sociali, il bisogno di restare autentici mentre tutto cambia. Ogni canzone è un grido, un racconto reale in cui potersi rispecchiare, riconoscersi e ritrovarsi senza difficoltà. Si tratta di un mix di buon rock italiano con venature e arrangiamenti made in USA. Chitarre piene, batteria viva e voce ruvida, senza nessun compromesso digitale.

“Ti cancello” EDY

“Algoritmocrazia”, il nuovo album di EDY, compositore, autore, musicista e produttore nato a Milano, cresciuto a Catania e romano d’adozione, è un viaggio tra rock alternativo italiano e cantautorato contemporaneo, attraversato da una lucida critica alla società digitale, con testi crudi e autentici, chitarre distorte, atmosfere dense e malinconiche,  influenze emo e urban. Dieci brani – tutti scritti da EDY, composti e prodotti insieme al giovane talento di HERESIA, suo figlio di soli 14 anni – che esplorano la fragilità emotiva, l’amore imperfetto, l’ansia transgenerazionale e il rapporto sempre più complesso tra esseri umani, social e algoritmi.

EDY racconta l’industria musicale dominata dai numeri, dinamiche sociali che soffocano l’ascolto e la comprensione, fragilità emotive, ansie, i vuoti lasciati dalle relazioni finite e il peso della nostalgia, mescolando introspezione personale e critica sociale. Ci sono momenti di ribellione e riflessione sull’identità e sul coraggio di restare fedeli a se stessi, alternati a tracce malinconiche che scandagliano il dolore, la solitudine e le difficoltà dell’amare. Un album che oscilla tra rabbia e vulnerabilità, lucidità e malinconia, tra critica del mondo esterno e introspezione profonda, creando un racconto coerente della contemporaneità e della condizione emotiva di chi cerca autenticità in un contesto sempre più artificiale.

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