“Sicilynglisi”: con Samuele Brusca il siciliano guarda all’inglese e diventa pop
Il format è semplice e proprio per questo vincente: coinvolgere la community di Instagram in una continua e sorprendente ricerca di punti di contatto tra le due lingue. E così il linguista palermitano classe 1995, che si è riscoperto content creator durante i mesi della pandemia, ha conquistato il social network – in cui conta 180.000 followers – illustrando quanto ricchi e vitali siano i parallelismi della lingua siciliana con il suo passato di incroci linguistici. Un gioco collettivo che vuole instillare nei più giovani anche il desiderio di tornare a coltivare la curiosità: «Vedo tanti adolescenti anestetizzati dall’uso passivo dell’IA, tra traduzioni automatiche e testi pre-confezionati. Finché una cosa non l’hai conosciuta, non puoi sapere se ti piace. Le parole servono a scoprirlo»
Samuele Brusca ha due costanti: le lingue e il sorriso. Non è il solito insegnante, non è solo un creator. È uno che alle lingue ha deciso di dare ritmo, colore e identità. Palermitano, classe ’95, linguista con la battuta pronta, sui social ha inventato Sicilynglisi: il format che mette il siciliano a chiacchierare con l’inglese. Dietro il suo stile scanzonato e immediato c’è un percorso che parte dall’infanzia e che si intreccia con viaggi, sport e accademia. «Fin da bambino, trascorrendo le estati a Malta con la mia famiglia, ho sentito la frustrazione di non riuscire a comunicare con i coetanei stranieri». Da lì è nata una “fissazione” positiva: imparare l’inglese per abbattere barriere e accedere a più mondi possibili. Una passione che lo ha portato dallo sport – dove era “traduttore in campo” per gli import players – fino alla ricerca accademica, passando per esperienze internazionali a Cardiff e ad Amsterdam: «In Italia è difficile concentrarsi su una sola lingua; all’estero ho potuto farlo. Un corso su Varieties of English mi ha aperto gli occhi sulle varietà globali, non solo britannico, ma anche americano, australiano, indiano, nigeriano».
La scintilla da creator scocca durante la pandemia. Samuele è appena tornato dal Regno Unito, si sente dentro un videogame in cui “gioca a non farsi prendere”, con aeroporti che chiudono a raffica e la Farnesina che organizza gli ultimi voli. Finisce in isolamento nel b&b della nonna: due settimane tra libri, palestra sul balcone, doomscrolling e troppe ore libere. «Non potevo passare le giornate così. Ho iniziato a chiedermi: come impiego questo tempo in maniera produttiva?». La risposta è un telefono appoggiato a un vaso. Letteralmente. I primi video su TikTok sono lì: inquadratura fissa, capelli corti, postura “un po’ stiff”. Samuele parla d’inglese come tanti altri bravi creator, spiegando regole e curiosità ma lo shift arriva su Instagram. Inizia a imitare gli accenti degli attori e la competenza accademica si fa pop. Da lì, il passo verso il siciliano è naturale: se il linguista può insegnare l’inglese, il siciliano può fare molto di più che sopravvivere nei proverbi dei nonni. Può parlare con l’inglese. Può diventare un format. Può diventare Sicilynglisi.
«Vista la nostra storia di invasioni, da altre civiltà e popolazioni, non poteva che andare così. Noi siciliani abbiamo avuto anche una grande influenza francese, che per certi versi condividiamo con l’inglese. Si creano triangoli etimologici interessantissimi»
Samuele Brusca
«IL SICILIANO È UNA LINGUA, NON UN COLORE FOLKLORISTICO». Il lessico è un porto antico: normanni, arabi, spagnoli, austriaci, americani, hanno lasciato scie che oggi riconosci a orecchio. “Non mi va” slitta in mi siddìa o chi camurrìa; “guardare” si fa talìare; se qualcuno esagera ti rompe i cabbasisi. In uno dei suoi reel la prima scena prevede un gancio d’effetto: «Ragazzi, io non solo sono siciliano… ma anche linguista!». Guanti alle mani, Samuele mette il siciliano sul tavolo operatorio e mostra perché è lingua, non folklore da cartolina. Non lo dice per patriottismo, lo dimostra per grammatica. Quando l’italiano segue un ordine, il siciliano lo rovescia: “a casa sono”. “Che ci fu?” entra dove in italiano diremmo “che è successo”, e quel verbo avere che in Sicilia diventa dovere — minnagghiri — dialoga con l’inglese come un vecchio amico: I have to go.
SICILYNGLISI, QUANDO LE PAROLE DIVENTANO PONTI. Da questa consapevolezza nasce la rubrica che l’ha reso riconoscibile. Il format funziona così: si parte da una parola, suona la campanella dell’etimologia, si propone un legame con l’inglese e poi la community mette alla prova l’idea. Il risultato non è una lista di “curiosità linguistiche”, ma un format di qualità in cui Samuele non gioca con somiglianze facili, costruisce traiettorie: «Ci sono un sacco di parole siciliane che derivano dall’inglese grazie al contatto con gli americani – ci spiega –. Pensiamo a ferribotto, che a Messina indica il traghetto e che viene direttamente da ferry boat. Oppure melone d’acqua, traduzione letterale di watermelon, che ha finito per oscurare “anguria”, termine già esistente». Sono prestiti che non nascono da necessità linguistiche, ma da incontri e contaminazioni. «Vista la nostra storia di invasioni, da altre civiltà e popolazioni, non poteva che andare così. Noi siciliani abbiamo avuto anche una grande influenza francese, che per certi versi condividiamo con l’inglese. Si creano triangoli etimologici interessantissimi». Pensiamo al taìstare palermitano. L’italiano lo traduce “tastare”, l’inglese dice to taste, ma Samuele apre la porta laterale: «In siciliano vuol dire provare in senso ampio: “taìstalo, vedi se funziona”». L’origine è un incastro di tàngere e gustare; l’inglese ci arriva di traverso passando dall’antico francese, entrato nel Regno Unito con i Normanni. Mediterraneo e Manica che si stringono la mano.
«Il format Sicilynglisi è potuto continuare anche grazie al contributo del pubblico. E potrebbe anche espandersi: potrei fare un viaggio nel mondo YouTube o immaginare un podcast. Su Instagram devo stare sotto i tre minuti, ma lì potrei allungare i tempi e approfondire«
Samuele Brusca
Nei contenuti di Samuele entra in gioco anche la fonetica: cluster che l’italiano ignora — quel “tr” di trippiari che fa l’occhiolino a trousers; sangu e fangu che scivolano verso “sàn(g)o” e “fàn(g)o”, proprio come l’inglese chiede in king o song. Il bello è che il pubblico non sta a guardare. Suggerisce, provoca, corregge, arricchendo il format con suggerimenti e parallelismi da altre lingue o dialetti, tanto che «il format Sicilynglisi è potuto continuare anche grazie al loro contributo». Quando nei commenti qualcuno scrive «pensa al modo in cui si pronuncia “train”», Samuele sorride: «Ce l’abbiamo paro paro». Un gioco collettivo, accessibile e memorabile che potrebbe avere un futuro anche su altre piattaforme: «Potrei fare un viaggio nel mondo YouTube o immaginare un podcast. Su Instagram devo stare sotto i tre minuti, ma lì potrei allungare i tempi e approfondire». Ma c’è anche un’idea che sta a cuore a Samuele: un progetto di orientamento e prevenzione scolastica. «Io vivo l’inglese 24 ore su 24 – afferma –; insegno, dirigo la mia Academy, creo contenuti. Vedo tanti adolescenti anestetizzati dall’uso passivo dell’IA, vorrei aiutarli a ritrovare curiosità e scelte». Cita le cuffiette con traduzione simultanea, interi capitoli scritti a comando, l’automatismo che accorcia le task ma allunga la dipendenza. È, di nuovo, un tema di lingua e identità: «Finché una cosa non l’hai conosciuta, non puoi sapere se ti piace. Le parole servono a scoprirlo».
LA SORPRESA FINALE. E proprio in chiusura, Samuele si concede l’improvvisata. La domanda è semplice: «Se dovessi scegliere una parola siciliana da proporre a un pubblico internazionale, quale sarebbe?». Lui resta in silenzio qualche secondo, poi ride: «Tu non ci crederai, ma credo di aver trovato una nuova parola per Sicilynglisi qui, live col Sicilian Post». La parola è rummuliari: brontolare, mugugnare. «Mi rimbalza in testa rumble. Perché to rumble in inglese è lo stesso: brontolare. Entrambe sono onomatopeiche, quel rum, rum, rum…».
Non la solita risposta preparata, ma una scoperta in diretta. «Farò le ricerche del caso — aggiunge –, vedrò se troverò una risposta o se lasciare un nuovo quesito alla community». È il segreto di Sicilynglisi: più che dare risposte, seminare curiosità… con anima pop.
Hai apprezzato questo contenuto?
Il Sicilian Post è gratuito e continuerà a esserlo.
Ma il giornalismo indipendente ha un costo: ogni inchiesta, ogni storia verificata, ogni articolo nasce dal lavoro di persone che scegliamo di retribuire in modo equo.
Se sei arrivato fin qui, forse questo lavoro per te ha valore.
Per continuare a offrirlo a tutti abbiamo bisogno anche del tuo supporto.
Abbonarti significa sostenere un’idea di informazione libera e responsabile.
Come segno di ringraziamento, agli abbonati riserviamo alcuni contenuti e iniziative editoriali.




