Sulle rive della Drina: viaggio nella Bosnia che non conosce pace
Da quando gli accordi di Dayton, nel 1995, ne hanno riscritto i confini amministrativi dopo anni di sanguinosi conflitti, lo stato balcanico vive in un perenne clima di tensioni e sospetti. Venti di secessione da parte della popolazione di etnia serba, convivenze linguistiche, culturali e religiose complicate tra cattolici e musulmani, tra bosgnacchi e croati, nuove generazioni che si vogliono far crescere senza memoria o con libri di storia riscritti ad hoc. La Bosnia non è solo un caso eccezionale, ma è un monito, proprio nei giorni in cui si sta decidendo il futuro del conflitto russo-ucraino e di Gaza. Un monito su come tutte le iniziative istituzionali calate dall’alto siano destinate a fallire, se non tengono in considerazione le complessità del passato e delle persone
Il fiume Drina sembra un confine profondo: qua Bosnia, là Serbia. La Serbia ortodossa, la Serbia della grande pianura pannonica, qua invece la Bosnia interreligiosa e multiculturale, la Bosnia delle grandi Alpi Dinariche. E la Drina, larga e lenta, circondata da distese infinite di verde incontaminato, segna una distanza frutto di una tragica storia di odio etnico, genocidio e massacri. In verità tutto è più complicato. Là è Serbia, e già vedi i cartelli stradali scritti solo in alfabeto cirillico, qua è Bosnia sì, ma Repubblica Serba, una delle due entità in cui è suddiviso il paese, abitata in grande maggioranza da bosniaci di etnia serba. L’altra entità della Bosnia è abitata dai bosgnacchi, bosniaci musulmani, e dai croato-bosniaci, cattolici: messi insieme da un mastodontico castello costituzionale eretto dopo gli accordi di Dayton (1995) che ha generato un marasma di indecisione, veti incrociati e assemblearismo permanente. A complicare le cose – come se non lo fossero già – il distretto di Brčko, che formalmente fa parte di entrambe le entità, l’emblema di una difficile convivenza: niente stemmi, niente bandiere e presenza permanente dei soldati della comunità internazionale, impegnati in una estenuante ed eterna missione di peacekeeping.
DIVISI A TAVOLINO, IERI COME OGGI. Guardare alla Bosnia e parlare degli accordi di Dayton 30 anni dopo, fa uno strano effetto oggi: una scoraggiante sensazione dell’impotenza della diplomazia e della fragilità della pace, mentre gli sforzi diplomatici di tutto il mondo sembrano – o sembravano, fino a pochi giorni fa – concentrati a trovare una soluzione al conflitto in Ucraina e a fermare l’occupazione di Gaza da parte di Israele. Dopo gli entusiasmi del summit di Ferragosto infatti, tutti hanno ribadito che i negoziati sono sempre più lontani, e il presidente Trump ha affermato che far incontrare il presidente ucraino e russo “È come mescolare l’olio e l’aceto”.
Intanto la Bosnia sta lì, 30 anni dopo gli accordi che posero fine a un conflitto che ha causato la morte di 100.000 persone, tra cui circa 66.000 bosgnacchi, e lo sfollamento di milioni di civili. Gli accordi hanno evitato ed evitano – per ora – il risorgere del conflitto soprattutto grazie all’impegno della comunità internazionale. Un impegno simile esige l’Ucraina per evitare qualcosa di simile al Memorandum di Budapest del 1994: con quell’intesa, l’Ucraina rinunciò al suo arsenale nucleare, consegnando circa 1.900 testate a Mosca. In cambio, Russia, Stati Uniti e Regno Unito garantirono il rispetto dell’indipendenza e dell’integrità territoriale del Paese. Accordi che con l’invasione della Crimea nel 2014, e ancor più con l’aggressione del 2022, si sono rivelati carta straccia. Allo stesso tempo gli accordi di Dayton ci ricordano i limiti e le difficoltà di quello che allora fu chiamato un progetto di ingegneria istituzionale: la Bosnia ha avuto la pace, ma la sua vita politica è da più di 20 anni bloccata in uno stallo istituzionale.
A Srebrenica ogni 11 luglio il mondo ricorda il genocidio: 8.372 vittime. Ma nessuno sembra volerne parlare, sia tra i serbi sia tra i bosgnacchi, per stanchezza o per un’amnesia autoassolutoria: “Non possiamo vivere nel passato”. «Qui molti negano il genocidio, dicono che i ritrovamenti delle vittime sono ossa di cane e che è tutto una menzogna. A scuola i nostri coetanei serbi hanno programmi scolastici diversi dai nostri, quindi non c’è una memoria collettiva»
Amina, studentessa ad Istanbul originaria di Srebrenica
FERITE ANCORA APERTE. Da anni, al di qua della Drina, si invoca la secessione dalla Bosnia Erzegovina, proprio come nel ‘92 (era il 9 gennaio: qui è la festa nazionale, polemicamente opposta al 14 dicembre, giorno in cui i bosgnacchi festeggiano la fine della guerra). Da anni partiti di maggioranza e opposizione si trovano sempre d’accordo su un punto: ultranazionalismo, quindi secessione dalla Bosnia, magari con l’aiuto dei serbi di Serbia. Da giorni non si parla d’altro e la parola secessione, o peggio, guerra, è sulla bocca di tutti: a febbraio un tribunale bosniaco aveva condannato a un anno di carcere Milorad Dodik, il presidente della Repubblica Serba. L’1 agosto la sentenza è stata confermata, 5 giorni più tardi la Commissione elettorale centrale della Bosnia Erzegovina ha rimosso il leader serbo-bosniaco dall’incarico di presidente della Repubblica Serba, e la Commissione elettorale centrale della Bosnia lo ha dichiarato incandidabile. Il processo riguardava il mancato rispetto da parte di Dodik delle decisioni dell’Alto Rappresentante delle Nazioni Unite, Christian Schmidt, il funzionario internazionale che sovrintende l’accordo di pace che ha posto fine al conflitto degli anni Novanta. A Dodik è stato anche vietato di ricoprire la carica di presidente per i prossimi sei anni. A Banja Luka, capitale de facto della Repubblica Serba, davanti a migliaia di persone radunate in suo sostegno, Dodik ha dichiarato che ignorerà qualsiasi condanna e ha minacciato “misure radicali”. Aleksandar Vučić, presidente della Serbia ha espresso pieno sostegno a Dodik.


Il 23 agosto Dodik ha annunciato per il prossimo 25 ottobre un referendum contro la sua sentenza di condanna. Ma molti in Bosnia rispondono che un tale processo referendario sarebbe del tutto illegale, dal momento che la costituzione del paese non prevede che un livello inferiore di governo, la Repubblica Serba, possa indire autonomamente un referendum su decisioni delle istituzioni statali di Bosnia-Erzegovina. “Accettate le decisioni del cittadino straniero non eletto Christian Schmidt e le sentenze incostituzionali del tribunale di Bosnia-Erzegovina pronunciate contro il presidente della Republika Srpska?” anche solo il tono del quesito referendario dà un’idea della tensione che attraversa quei territori.
UNO CONTRO L’ALTRO. Qualcuno ha paura: «Non tornerò in Bosnia, resterò in Slovacchia altri 6 mesi prolungando il mio Erasmus e poi si vedrà: temo una guerra»: dice Amina, studentessa di ingegneria elettronica. Lei è tra i tanti bosniaci che lasciano la propria terra: «La Bosnia è ormai così spopolata che in caso di guerra non ci sarebbero gli uomini per combatterla, e questo un po’ mi rassicura» dice Silvia Maraone, milanese, coordinatrice di una sede locale di una ONG che si occupa di migranti che attraversano la rotta balcanica: «La Bosnia è una delle tappe per migliaia di esseri umani che percorrono i balcani per raggiungere l’Europa. Dopo la Bosnia c’è la Croazia e la sua polizia che picchia, deruba e respinge i migranti, la Croazia che ha tagliato il bosco in due per poter individuare facilmente i migranti che provano il game, cioè a passare il confine. Il capitolo di storia più recente di questa folle zolla di terra. Conosci quella famosa frase di Churchill? I Balcani producono più Storia di quanta non ne possano consumare. È proprio vero». Infatti ogni cosa ha il fascino di un oggetto fumante di una Storia che procede sotto i tuoi occhi: i cartelli stradali, dove talvolta due alfabeti rivaleggiano per rappresentare la stessa lingua, e anche qualcosa di più, i campanili delle chiese ortodosse che rivaleggiano in altezza con i minareti di moschee che si moltiplicano mentre i musulmani diminuiscono, e le bandiere, presenza ubiqua, ostentate anche durante i matrimoni, quando la macchina degli sposi attraversa le città strimpellando, e una bandiera eloquente mostra l’etnia degli sposi: “sia chiaro, questo non è un matrimonio misto!”.
I turisti cattolici da Medjugorje, prima di passare il ponte e fotografare con beata soddisfazione la gelida Narenta che scorre impetuosa sotto Mostar, sono istruiti a non comprare souvenir dai negozi musulmani. Bosgnacchi e croati studiano nello stesso liceo, ma entrano da due ingressi diversi, non frequentano le stesse classi e studiano programmi diversi
MEMORIE FRAGILI. Qui in Repubblica Serba non c’è traccia della bandiera giallo-blu della Bosnia, ma ovunque – sulle chiese, sulle macchine e nelle case – vedresti sventolare la bandiera della Serbia, riconoscibile per lo stemma nazionale: la minacciosa aquila bicefala e la croce serba inscritta. Ci sono città come Bratunac. Prima della guerra, la maggioranza della popolazione di Bratunac era musulmano-bosniaca. All’inizio del conflitto, l’esercito serbo-bosniaco, insieme ai paramilitari della Serbia e alle forze dell’Armata Popolare Jugoslava, espulse l’intera popolazione musulmana della città, più di ventimila persone. I maschi musulmani vennero separati da donne e bambini. Poi, molti di loro, finirono torturati, e deportati nei campi di concentramento e almeno 612 persone furono uccise.
La pulizia etnica riuscì così bene che l’allora ministro Velibor Ostojić, annunciò: «Ora possiamo colorare Bratunac di blu». Per quanto accaduto ai musulmano-bosniaci di Bratunac, l’ex presidente dei serbo-bosniaci, Radovan Karadžić, è stato accusato di genocidio. Attenzione a parlare di genocidio qua. A Srebrenica ogni 11 luglio il mondo ricorda il genocidio: 8.372 vittime. 30 anni fa. Ma nessuno sembra volerne parlare, sia tra i serbi sia tra i bosgnacchi, per stanchezza o per un’amnesia autoassolutoria: «Non possiamo vivere nel passato», ti dicono un po’ scontrosi o un po’ rassegnati. Un’altra Amina, di Srebrenica, studentessa di architettura a Istanbul, spiega che è difficile discuterne: «Persino qui molti negano il genocidio, dicono che i ritrovamenti delle vittime sono ossa di cane e che è tutto una menzogna. A scuola i nostri coetanei serbi hanno programmi scolastici diversi dai nostri, quindi non c’è una memoria collettiva». Soprattutto – spiega – non c’è stata giustizia perché gran parte dei colpevoli è a piede libero: tutti sanno che un tassista, qui a Srebrenica, bruciava vivi i musulmani durante la guerra». Ormai Srebrenica si sta spopolando, non più fabbrica metallurgica, né miniere di zinco, piombo e oro. Amina sogna: «Il mio desiderio più grande è che Srebrenica torni ad essere viva come mi racconta mia madre: tanta gente e tanto lavoro. Non lascerò la città».

UN EQUIVOCO SENZA FINE. Ma non solo nella montuosa Repubblica Serba si preparano le premesse per un nuovo, grande equivoco. In Erzegovina, anch’essa montuosa – ma sono monti desertici e infuocati, non boscosi come a est – il capoluogo Mostar è una città divisa in due. Se non in tre. Croati da un lato, bosgnacchi dall’altro, in un quartiere i serbi. Durante la guerra i bosgnacchi furono bombardati sia dai serbi che dai croati. Svetta sulla collina un’enorme croce, anch’essa frutto di una guerra che ha esasperato le differenze religiose. I simboli di Mostar sono un ponte patrimonio dell’umanità, il ponte vecchio – così importante da dare il nome alla città – e un bellissimo liceo in stile neo-moresco. Proprio qui si aggrumano alcune delle contraddizioni più evidenti. Il ponte fu distrutto dall’artiglieria croata durante la guerra, ma i libri di testo croati insegnano che il ponte è caduto da solo; i turisti cattolici da Medjugorje, prima di passare il ponte e fotografare con beata soddisfazione la gelida Narenta che scorre impetuosa sotto Mostar, sono istruiti a non comprare souvenir dai negozi musulmani. Bosgnacchi e croati studiano nello stesso liceo, ma entrano da due ingressi diversi, non frequentano le stesse classi e studiano programmi diversi. Mentre l’Italia – comunica l’ambasciata italiana a Sarajevo – ha inviato altri 300 soldati in territorio bosniaco, qui i necrologi diversi per le tre etnie, le bandiere della Croazia che sventolano intrepide in territorio bosniaco, interi palazzi che conservano fresche le cicatrici della guerra minacciano una nuova sovrapproduzione di Storia.
Foto di copertina Matieu Pons | Unsplash
Hai apprezzato questo contenuto?
Il Sicilian Post è gratuito e continuerà a esserlo.
Ma il giornalismo indipendente ha un costo: ogni inchiesta, ogni storia verificata, ogni articolo nasce dal lavoro di persone che scegliamo di retribuire in modo equo.
Se sei arrivato fin qui, forse questo lavoro per te ha valore.
Per continuare a offrirlo a tutti abbiamo bisogno anche del tuo supporto.
Abbonarti significa sostenere un’idea di informazione libera e responsabile.
Come segno di ringraziamento, agli abbonati riserviamo alcuni contenuti e iniziative editoriali.




