Tenco e i Radiohead s’incontrano in tempi di Brexit

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Il sorprendente album “Non importa” di Erri, nome d’arte del ragusano Carlo Natoli, un nomade per lavoro e per amore che da quattro anni vive a Londra. «Un disco di riappacificazione nato da una triste storia familiare». «In Gran Bretagna dall’amore per le differenze si è passati all’odio per lo straniero. Gli immigrati sono “sanguisughe” per l’inglese medio. Noi italiani siamo chiamati “wot”»

«La mia generazione cerca di inseguire il sogno dei nostri genitori: la sistemazione. Ma, per la maggior parte di noi quarantenni, siamo precari, nomadi del lavoro o nomadi sentimentali». E un nomade è il quarantunenne Carlo Natoli, nomade del lavoro e del sentimento. Per realizzare i suoi sogni ha lasciato la sua città natìa, Ragusa, girovagando per l’Italia, da Catania a Palermo, da Venezia a Genova, per poi approdare nel 2015 in Gran Bretagna, la terra promessa per molti italiani prima della Brexit.

Nella patria della perfida Albione ci sono i miti e le passioni musicali di Carlo, c’era una donna (italiana) che poi è diventata sua moglie e con la quale ha una bambina, c’è un lavoro che gli piace e che fra poco gli consentirà di aprire la sua prima azienda, ci sono opportunità e idee che nel suo Paese non aveva mai trovato. Nonostante la Brexit.

«La vigilia della Brexit è un thriller lunghissimo che dura da tre anni e si è rivelato un patibolo politico per diversi premier» sorride Carlo Natoli, lasciando trasparire un po’ di amarezza. «Per noi italiani è cambiato il tipo di accoglienza e la risposta dell’uomo comune inglese. Dall’amore per le differenze si è passati all’odio. Si è scoperchiato un vaso di Pandora, rivelando una ostilità nei confronti degli immigrati, definiti “sanguisughe”, che in Inghilterra sembrava non esistere. Sono stati sdoganati termini che erano stati banditi e che venivano utilizzati per apostrofare le razze. Noi, ad esempio, veniamo chiamati “wot”, è dispregiativo e sottolinea il modo goffo di parlare l’inglese da parte degli italiani. Si può tradurre con “zecca”. È quello che accade in Italia nei confronti degli extracomunitari o negli Usa contro i messicani. Per fortuna, in Inghilterra, esistono delle ferree leggi per contrastare i crimini razziali che prevedono il licenziamento in ambito lavorativo o il divieto di frequentare stadi per tifosi come quello del Chelsea che insultava i giocatori di colore del Manchester United gesticolando come una scimmia».

Carlo vive nella zona nord occidentale di Londra, non lontano da Wembley, in un quartiere operaio irlandese, oggi abitato da portoghesi e brasiliani. Ex maestro e studente di Conservatorio, all’ombra del Big Ben fa il tecnico audiovisivo per eventi, concerti, convegni, installazioni. L’incubo Brexit non lo preoccupa. «Anzi, dal punto di vista lavorativo, va meglio. Molti cittadini comunitari sono andati via, e così ho trovato molto più lavoro». Insomma, Boris Johnson non è una minaccia per lui. Che, comunque, non ha mai troncato definitivamente il cordone ombelicale che lo lega ancora alla Sicilia. Tutt’altro. Tra Sicilia e Londra è nato “Non importa”, il suo secondo lavoro discografico pubblicato sotto il nome di Erri.

«Erri è il mio alter ego» spiega Carlo. «Ho scherzato spesso sul fatto di avere un alter ego. Da Ziggy Stardust in poi, credo che chi fa arte, chi fa musica, chi dipinge, possieda due anime che lottano al suo interno. Erri è la voce che seppure sopita è dentro ognuno di noi. Erri cammina con la schiena dritta e non si piega, non si piega alla vita, all’ordine che ci governa, a chi ci vuole uguali, non pensanti, omologati. Un minore nel nostro panorama cantautorale che non cerca visibilità ovvie, sbiadite, tanto per apparire, ma colpisce dritto, forte come un pugno nello stomaco. Forse avrà l’effetto di un graffio sui vetri, ma lui ci prova a rappresentare un mondo dove sofferenze interiori, disagio, indifferenza sono l’amaro pane quotidiano di ognuno di noi. Phil Ochs, Pete Seeger, gli sono più vicini di quanto si possa immaginare, il loro impegno il loro andare avanti sempre e comunque, contro».

Se Carlo Natoli è il musicista serioso che ha studiato elettronica e fa musica di ricerca per puro piacere, Erri è il bambino cresciuto ascoltando i dischi dei genitori: De André, Guccini, Battiato, Jimi Hendrix, Janis Joplin. Se il primo scrive musiche per spettacoli di danza nella Repubblica Ceca o in Scozia, oppure per videoinstallazioni, l’altro è un cantautore essenziale, tagliente, a tratti psichedelico, onirico, spietatamente concreto.

“Non importa” segna l’incontro fra l’elettronica dei Radiohead e la canzone d’autore moderna alla Niccolò Fabi e quella classica di Luigi Tenco, citato in “I Tuoi Anni Migliori”, chiusura da standing ovation dell’album. C’è invece Thom Yorke nell’arpeggio di “Luce”, canzone dedicata alla figlia e, più in generale, ai giovani cui stiamo distruggendo il pianeta. Un disco in bilico tra elettronica e cantautorato, in cui la forma canzone viene destrutturata, dilatata, squarciata, adottando la tecnica dei Portishead nel tagliare e miscelare frammenti di musica.

“Non importa” è un album di rinascita e di riappacificazione. Per inseguire il suo sogno, Carlo Natoli aveva litigato col padre. Un distacco traumatico. «Per più di 15 anni mi sono lasciato trascinare dall’orgoglio e non ci siamo parlati. Quando ci siamo rivisti è perché avevo scoperto che stava morendo. Sono andato in ospedale la settimana prima che morisse. È stato drammatico rivedere mio padre in quella situazione». Sul letto di morte si compie la riappacificazione, «ma già mia moglie mi aveva spinto su questo percorso di riconciliazione, non con mio padre, ma con la rabbia per essere stato abbandonato».

Adesso la rabbia è rivolta contro sé stesso, contro quell’orgoglio che gli ha impedito di avere l’affetto del padre. Il dolore e il rimpianto prendono il sopravvento. Carlo smette di scrivere e di suonare. «Poi, improvvisamente, è arrivato un flusso di canzone che avevano come tema la riappacificazione, la lotta interiore e le ferite da rimarginare». Sono così nati due stupendi brani, “Lessico familiare” e “Non importa”, che si sono contesi il titolo dell’album. La prima, ispirata all’omonimo di Natalia Ginzburg e dedicata alla sorella, «affronta il tema della famiglia, allargando il discorso alla società». La seconda è legata alla scomparsa del padre, ai conflitti da risolvere. «Che sono il tema portante dell’intero album» spiega l’autore. «Personaggi e spunti narrativi diversi per parlare sempre di rapporti umani e familiari. Piccoli microcosmi che ti cambiano».

Come quello che si creò Antoine D’Agata, fotografo francese cieco da un occhio che lavora per la Magnum, andando a vivere con una prostituta cambogiana, sviluppando una grave tossicodipendenza. «Una storia che ho appreso vedendo a Palermo il documentario “The Cambodian Room” di due registi catanesi, Tommaso Lusena de Sarmento e Giuseppe Schillaci. Mi ha affascinato questo artista che ha rischiato di morire per realizzare il suo progetto».

Antoine D’Agata è tra i personaggi che ispirano l’album di Erri. Insieme con Emma Goldman, storica femminista anarchica, Kay Redfield Jamison, psichiatra autrice del libro “An Unquiet Mind”, Charlie Kaufman, sceneggiatore del film “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” (“Se mi lasci ti cancello” in italiano). Ispirazioni trovate lungo la strada. Come le città toccate dal nomade ragusano: Venezia, dove è nata “Stagioni diverse”, e la già citata Genova.

Ad aiutare Carlo Natoli nel suo percorso emozionale di cura e recupero, tanti amici, «primi fra tutti i Silent Carnival» e poi Od Fulmine, Defolk, Blindur e Bologna Violenta.

Tra le nebbie londinesi, se si fa attenzione, puoi anche trovarci un po’ di Sicilia. «Che è uno stato d’animo, diceva qualcuno» sorride Carlo. «Io me la porto sempre dentro. C’è nelle mie canzoni: è il modo cinico di approcciare persone e cose che ci circondano. Fa parte del nostro Dna. Anche in questo disco c’è la Sicilia. Non viene fuori come dovrebbe, però c’è. Non nei suoni, ma nel modo di raccontare la disillusione, a cui cerco di dare pace».

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