“Un cavallo nella luna”: Pirandello e la libertà in un riflesso surreale

È una delle novelle più suggestive dello scrittore agrigentino. Un racconto dove il confine tra sogno e realtà non è mai chiaro. Dove Nino e Ida, novelli sposi, si ritrovano, in un attimo, dinanzi ad un segno paradossale, ad un incantesimo sconvolgente. Ma forse, di bizzarro, c’è solo la nostra ritrosia dinanzi a ciò che non comprendiamo. La difficoltà a spogliarsi dell’aspetto che qualcun altro ha stabilito dovessimo avere

Un filo sottile, talvolta, separa il segno dalla suggestione. Il simbolo dall’illusione. La sua natura ambigua, permanentemente in chiaroscuro, mette chi volesse carpirne i segreti dinanzi ad un bivio: sospeso tra il comprensibile timore dell’ignoto e l’attrazione fatale per ciò in cui non si riconosce un profilo di familiarità. Bisogna tradire persino sé stessi, in certe occasioni, per scavare fino al fondo di quella dicotomia. Abbandonare la razionalità, i recinti confortanti delle consuetudini, abbracciando con l’istinto le manifestazioni di ciò che non è immediatamente comprensibile. Perché è nelle titubanze, nelle ritrosie, nell’allineamento alle comuni convinzioni che l’identità rischia di scomparire. Sommersa, sepolta da innumerevoli travestimenti morali. Da un’immagine di noi dettata e plasmata dagli altri. Serve quasi una fuga dalla normalità. O da ciò che tale viene considerato. Una cesura con le granitiche certezze che ci hanno condotto soltanto allo smarrimento. Un ribaltamento di prospettiva che possa, paradossalmente, rimettere a fuoco il contesto che ci sta intorno. E poco importa se le probabilità saranno scarse. Se la scelta da prendere sarà la più controintuitiva tra quelle disponibili. E se i frammenti di quella nuova realtà, per diverso tempo, faranno fatica a combaciare. Le risposte che risiedono oltre il velo dell’assurdo potrebbero essere le stesse che a lungo la linearità della vita aveva sottratto al nostro sguardo. Ci vorrebbe, insomma, un coraggio – o una bizzarra incoscienza – da novella pirandelliana. Una di quelle più trasognanti, per giunta. Una di quelle dove i piani del reale vengono sfalsati, rimescolati, intrecciati a quelli del sogno. Dove un gesto o un evento apparentemente insignificanti finiscono per rivelare l’essenza più profonda e decisiva dell’animo umano. Come accade in Un cavallo nella luna, pubblicata originariamente nel 1907 e poi confluita nella raccolta Donna Mimma del 1925. In quel titolo quasi ariostesco, per non dire velatamente surrealista, Pirandello seppe racchiudere una delle sue più singolari narrazioni. Un flusso frammentario di immagini in cerca di un incipit e di un finale, che tuttavia rimangono indefiniti, forse addirittura inespressi. Abbozzati soltanto in un luogo ideale, dove il lettore deve avventurarsi senza l’ausilio dell’inchiostro.

Non avrebbero nulla di letterario, Nino e Ida, presi nella loro individuale medietà e nella sciatta celebrazione del loro matrimonio. Non perché lui, erede di un antica famiglia d’alto rango, sia qualcosa di simile ad un impiastro, senza alcun guizzo di amor proprio o di autostima; o perché lei, dall’alto della sua vivacità, appaia come l’esatto opposto. Ma perché la loro unione, voluta da trame familiari, incespica fin dalle prime battute. Come se quei due, appena divenuti formalmente una coppia, fossero in realtà destinati a rimanere come estranei prossimi: «Il pranzo di nozze, preparato in una sala dell’antica villa solitaria, non fu davvero una festa per i convitati. Nessuno di essi riuscì a vincere l’impaccio, ch’era piuttosto sbigottimento, per l’aspetto e il contegno di quel giovanotto grasso, appena ventenne, dal volto infocato, che guardava qua e là coi piccoli occhi neri, lustri, da pazzo, e non intendeva più nulla, e non mangiava e non beveva e diventava di punto in punto più pavonazzo, quasi nero. Si sapeva che, preso d’un amor forsennato, per colei che ora gli sedeva accanto, sposa, aveva fatto pazzie, fino al punto di tentare di uccidersi: lui, ricchissimo, unico erede dell’antico casato dei Berardi, per una che, dopo tutto, non era altro che la figlia d’un colonnello di fanteria, venuto col reggimento da un anno in Sicilia. Ma il signor colonnello, mal prevenuto contro gli abitanti dell’isola, non avrebbe voluto accondiscendere a quelle nozze, per non lasciare là, come tra selvaggi, la figliuola».

Sembra già affondato, Nino, nella sua inettitudine. Gozzovigliante e nulla più. Insignito dalla vita solo di uno stemma senza significato. Mentre Ida, nell’istante esatto in cui la sua metà le appare più vicino, intravede già la stortura di quelle nozze: «Lo sbigottimento per l’aspetto e il contegno dello sposo cresceva nei convitati, quanto più essi avvertivano il contrasto con l’aria della giovanissima sposa. Era una vera bambina ancora, vispa, fresca, aliena: e pareva si scrollasse sempre d’addosso ogni pensiero fastidioso con certi scatti d’una vivacità piena di grazia, ingenua e furba nello stesso tempo. Furba però, come d’una birichina ancora ignara di tutto. Orfana, cresciuta fin dall’infanzia senza mamma, appariva infatti chiaramente che andava a nozze affatto impreparata. Tutti, a un certo punto, finito il pranzo, risero e si sentirono gelare a un’esclamazione di lei, rivolta allo sposo. – Oh Dio, Nino, ma perché fai codesti occhi piccoli piccoli? Lasciami… no, scotti! Perché ti scottano così le mani? Senti, senti, papà, come gli scottano le mani. Che abbia la febbre?».

Cosa mai potrebbe scardinare la malinconica prosaicità di un matrimonio come tanti? Cosa mai potrebbe sottrarre i personaggi ad un destino di anonimato? Una crepa nella parete. Un avvenimento che rompe le catene degli schemi. E un casale. Lo stesso che i due sposi, finito il ricevimento, intravedono mentre attraversano la campagna siciliana: «Cominciava a essere inquieta, entro di sé. Non voleva mostrarlo. Irritata da certe curiose ostinazioni di lui, non sapeva, non voleva star ferma; voleva fuggire ancora, allontanarsi ancora; scuoterlo, distrarlo e distrarsi anche lei, finché durava il giorno. Di là dalla collina si stendeva una pianura sterminata, in un mare di stoppie, nel quale serpeggiavano qua e là le nere vestigia della debbiatura, e qua e là anche rompeva l’irto giallore qualche cespo di cappero o di liquirizia. Laggiù laggiù, quasi all’altra riva lontana di quel vasto mare giallo, si scorgevano i tetti d’un casale tra alte pioppe nere. Ebbene, Ida propose al marito d’arrivare fin là, fino a quel casale. Quanto ci avrebbero messo? Un’ora, poco più. Erano appena le cinque. Là, nella villa, i servi dovevano ancora sparecchiare. Prima di sera sarebbero stati di ritorno».

Un cavallo morente di para dinanzi alla corsa della coppia. Uno scenario desolante, carico di una misteriosa inquietudine. L’immagine di una vita che stenta, metaforicamente minacciata dai corvi che sorvolano l’area. È Ida a prodigarsi per la povera bestia, i cui occhi sgranati sembrano un preludio senza speranza:

«Che muoja qui, di fame, di sete? – riprese ella, col volto tutto strizzato dalla compassione e dall’orrore. – Perché è vecchio? perché non serve più? Ah, povera bestia! che infamia! che infamia! Ma che cuore hanno codesti villani? che cuore avete voi qua?

             –    Scusami, – diss’egli, alterandosi, – tu senti tanta pietà per una bestia…

             –    Non dovrei sentirne?

             –    Ma non ne senti per me!

             –    E che sei bestia tu? che stai morendo forse di fame e di sete, tu, buttato in mezzo alle stoppie? Senti… oh guarda i corvi, Nino, su… guarda… fanno la ruota. Oh che cosa orribile, infame, mostruosa. Guarda… oh, povera bestia… prova a rizzarsi! Nino, si muove… forse può ancora camminare… Nino, su, ajutiamola… smuoviti!

             –    Ma che vuoi che gli faccia io? – proruppe egli, esasperato. – Me lo posso trascinare dietro? caricarmelo su le spalle? Ci mancava il cavallo, ci mancava! Come vuoi che cammini? Non vedi che è mezzo morto?

             –    E se gli facessimo portare da mangiare?

             –    E da bere, anche!

             –    Oh, come sei cattivo, Nino! – disse Ida con le lagrime agli occhi».

Ida corre a cercare aiuto. Nino, pensieroso, trova conforto in un muretto scalcinato. Mentre le povere membra del cavallo vengono lambite dalla luce della luna, un indecifrabile prodigio, una sorta di incantesimo, trasforma una storia qualunque in un affresco rivelatorio: «Quando Ida, disillusa, sdegnata, sperduta per la pianura, gridando: – Nino! Nino! – ritornò, la luna s’era già alzata; il cavallo s’era riabbattuto, come morto; e Nino… – dov’era Nino? Oh, eccolo là, per terra anche lui. Si era addormentato là? Corse a lui. Lo trovò che rantolava, con la faccia anche lui a terra, quasi nera, gli occhi gonfi serrati, congestionato – Oh Dio! E si guardò attorno, quasi svanita; aprì le mani, ove teneva alcune fave secche portate da quel casale per darle a mangiare al cavallo; guardò la luna, poi il cavallo, poi qua per terra quest’uomo come morto anche lui; si sentì mancare, assalita improvvisamente dal dubbio che tutto quello che vedeva non fosse vero; e fuggì atterrita verso la villa, chiamando a gran voce il padre, il padre che se la portasse via, oh Dio! via da quell’uomo che rantolava… chi sa perché! via da quel cavallo, via da sotto quella luna pazza, via da sotto quei corvi che gracchiavano nel cielo… via, via, via…»

Via. Chissà verso quale direzione. Forse non quella attesa, e nemmeno quella sperata. Ma l’unica percorribile per spogliarsi di frustrazioni, imposizioni, incomprensioni. Per inaugurare una nuova stagione. Dove vivere non come riflesso del volere di qualcuno. Ma interprete di un riflesso autentico, anche se opaco. Quello di un cavallo nella luna.

(Immagine in copertina generata con Copilot)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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