Un cuore sospeso tra gli astri: “Dammi il mio giorno”, la poetica memoria di Quasimodo
A tratti una preghiera, a tratti una confessione alla natura. Un po’ dialogo, un po’ monologo: la lirica del poeta isolano scava nella sua anima – e in quella di tutti i lettori – alla ricerca di quello spazio impossibile dove la perdita non esiste. Dove passato, presente e futuro coesistono e si rimescolano in uno sguardo intriso di bellezza e malinconia
Ogni tempo, in fondo, è compreso nella poesia. Quello andato, che si trascina come un pallido alone sui vetri. Quello presente, intrecciato e arroccato sulle proprie incertezze, sospeso tra le dimensioni del tutto e del niente. E quello futuro, che nonostante gli sforzi non riesce a prevedere sé stesso. Coesistono, nell’attimo come nel secolo, come figure geometriche su un piano, come illusioni che, in alternanza, si disgiungono e si sovrappongono. Quando sembra possibile afferrarle, la loro sostanza si ritrae, come ombra che svanisce a contatto con il buio. E solo il verso, l’intuizione ardita di chi lo padroneggia, può sperare di seguirne le flebili tracce. È di questo che la poesia si nutre: della ricerca di ciò che è perduto. Del rifiuto alla rassegnazione dell’assenza. Dello sforzo di custodire l’effimero, ciò che rischia di disperdersi, di confondersi nella torma del reale. Canta la speranza, anche quando apparentemente questa le ha voltato le spalle. Fluttua tra i ricordi, sosta tra i rimpianti, e poi li cuce con sapiente maestria. Confonde i confini, abbatte le barriere, rende universale il particolare. Finché il singolo, l’infinitesimale umano, non trova, nella vastità del cosmo, il suo riflesso più appropriato. Come se per un frangente, come se per un lampo, i due ordini di grandezza potessero coincidere. Come se l’impossibile, come se la dilatazione di quell’istante potesse avvenire solo nello spazio di una lirica. Mentre il poeta stesso, intento a proteggere ciò che fugge, si ritrova ad evitare di smarrire anche il proprio sé. C’è questo senso di affascinante precarietà in Dammi il mio giorno, uno dei componimenti che Salvatore Quasimodo incluse originariamente in Oboe sommerso (1932) e che rappresenta, non soltanto per assonanza, quasi una preghiera alla natura, un dialogo intenso con il fantasma di un sentimento mai sopito. Ma anche il monologo di un uomo errante, prigioniero e viaggiatore di una memoria carica d’afflizioni, ma non per questo meno teneramente familiare.
Nello sguardo risoluto che investiga l’esistente, il poeta isolano oscilla tra sagome e paesaggi, tra l’incontro con l’altro e il confronto con la propria interiorità. Ogni netta differenza tra le due condizioni si assottiglia, ogni passo faticoso trova il modo di accorciare la sua agonia. È forse l’abbraccio di una nuova consapevolezza? O il commiato definitivo che segue l’ultimo incontro? Nulla appare certo, consolidato. Se non la necessità di compiere quel viaggio insieme con il poeta, là dove l’onirismo si mischia alla concretezza del corpo. Lungo i passi più accidentati, che dalle vette conducono alle cave più segrete del cuore. E sembra quasi di scorgerlo, quel volto che provoca affanno al poeta, metaforicamente incastonato tra le stelle e il mare, nella rete di una poesia che si aggrappa ai suoi simboli di lungo corso per interpretare il mondo che la ospita. Finché lo smarrimento non si rivela orientamento. Finché l’anima non riconosce il suo incedere in una notte alimentata da una misteriosa bellezza:
«Dammi il mio giorno;
Salvatore Quasimodo, “Dammi il mio giorno”
ch’io mi cerchi ancora
un volto d’anni sopito
che un cavo d’acque
riporti in trasparenza,
e ch’io pianga amore di me stesso.
Ti cammino sul cuore,
ed è un trovarsi d’astri
in arcipelaghi insonni,
notte, fraterni a me
fossile emerso da uno stanco flutto;
un incurvarsi d’orbite segrete
dove siamo fitti
coi macigni e l’erbe»
Forse è a questo che conduce la poesia: alla scoperta di un luogo dove persino la scomparsa può conoscere un esito diverso. Dove la fragilità non è una condanna, ma la chiave d’accesso per comunicare con l’intimità di sé e degli altri. Dove la frammentazione del nostro quotidiano si rivolve in una miracolosa unità. Che conferisce persino ai fossili, ai rimasugli di una delusione, di uno sconvolgimento, la possibilità di rinascere.
E come l’io lirico, con magica leggiadria, fa tra i versi, così il testo di Quasimodo ci cammina sul cuore. Mentre la nostra immagine, riemersa dagli abissi insieme a quella del poeta, accoglie con curiosità la complessità della sua composizione. Mentre tutto, in questa insperata, utopistica armonia, si rivela vicino, conoscibile. Mentre un senso di pace, di possibilità, invade lo spirito, sottraendolo all’angoscia. Concedendogli ancora un giorno in cui aspirare a qualcosa di più grande.
(In copertina: Salvatore Quasimodo, 1958. Ph. WikiCommons)

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