Un mondo sottosopra: Tomasi di Lampedusa e l’invisibile solitudine della normalità
Girolamo è un impiegato modello: da anni lavora nel suo ufficio con straordinari risultati. Tutti lo elogiano, ma al tempo stesso lo scherniscono per il suo fare un po’ buffo ed impacciato. In prossimità del Natale, viene premiato come miglior lavoratore, ma qualcosa va storto. Quello che doveva essere il suo riscatto si tramuta in un’ennesima, umiliante sconfitta. E attraverso la sua storia, narrata nel racconto “La gioia e la legge”, lo scrittore isolano, con un tono lontano da quello gattopardesco, riflette su quanto sia difficile essere qualcuno in un mondo che ti vorrebbe diverso e continua ad additarti come sbagliato
È divenuto quasi uno stigma, quello della normalità. Condizione ricercata, persino agognata, eppure parallelamente schernita, ritratta farsescamente sotto una patina di fragilità. Guardata di traverso per la sua presunta medietà, condannata ad una perenne, ineffabile solitudine. È il simbolo, l’anonimato involontario, di una società parossistica che non accetta la riservatezza, che brama il baccano dell’euforia, la scenografia dell’apparenza. Che maschera le proprie iniquità dietro la condanna della diversità, dietro la mistificazione dell’umiltà. È il riflesso di una prepotenza innata, il perimetro mentale e sociale di uno squilibrio di lungo corso, la ciclica affermazione di uno stato di cose che si vorrebbe immutabile. In cui i sentimenti, i meriti, il buon senso finiscono per risultare del tutto capovolti. È la storia di tanti, troppi invisibili alle soglie sperdute delle nostre città. Storia di lavoratori fagocitati dall’insoddisfazione e dal dovere. Di impiegati deandreiani prigionieri del grigiore, della piattezza. Dei prodotti di un sistema votato all’effimero, al consumismo sfrenato. Di faticatori che non conoscono retribuzione, se non quella tragicomica di una sorte ambigua, in cui le lodi si mischiano alla burla. In cui non resta che un insopprimibile senso di sottrazione. Storie singolari e amaramente ironiche come quella di Girolamo, nato da un vezzo letterario di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che gli costruì attorno un racconto lontano dalle atmosfere de Il Gattopardo, calato in una realtà urbana che scruta attentamente l’alternarsi sulla scena di popolari e borghesi da strapazzo. Quello scorcio così contemporaneo prese poi il nome di La gioia e la legge, pubblicato originariamente nel volume postumo I racconti (1961) per le edizioni Feltrinelli, diventando l’emblema di un’ampia riflessione che lo scrittore nato a Palermo aveva voluto compiere sul proprio tempo e sulle sue storture.
In concomitanza con l’avvicinarsi del Natale, infatti, Girolamo, che da anni si spende con irreprensibile professionalità per l’ufficio del Commendatore, sembra finalmente abbracciare il riscatto che le sue azioni avrebbero meritato già da un pezzo. Su indicazione unanime dei colleghi, viene indicato come l’impiegato più meritevole e per questo insignito di un premio apparentemente insignificante: un panettone. Ma quel simbolo così abusato, tanto destituito di ogni dimensione che non sia puramente commerciale o di circostanza, ha per lui un valore diametralmente opposto. È il primo, forse l’unico riconoscimento degli immani sacrifici compiuti. È la variabile imprevista in quadro monotono che anche questa volta, altrimenti, lo avrebbe visto contingentare le risorse con grande parsimonia. Perché Girolamo è, appunto, un invisibile. Un moderno Sisifo che si affanna nel silenzio della sua riservatezza e della sua dignità. Che emerge dall’ombra solo quando la sua purezza lo fa apparire come una controfigura carnevalesca. Come quando, sull’autobus di ritorno dalla “trionfale” giornata, intento a rallegrarsi del fatto che almeno il panettone potrà addolcire la moglie e i figli in questo ennesimo Natale pieno di debiti da coprire con l’aiuto della tredicesima, la sua natura di inconscio giullare si manifesta con chiarezza: «Quando salì in autobus infastidì tutti. La cartella stipata di fogli altrui, l’enorme involto che gli faceva arcuare il braccio sinistro, il fasciacollo di felpa grigia, il parapioggia sul punto di sbocciare, tutto gli rendeva difficile l’esibizione del biglietto di ritorno; fu costretto a poggiare il paccone sul deschetto del bigliettaio, provocò una frana di monetine imponderabili, tentò di chinarsi per raccattarle, suscitò le proteste di coloro che stavano dietro di lui e cui le sue more incutevano il panico di over le falde dei cappotti attanagliate dallo sportello automatico. Mentre si slittava sulla fanghiglia attraverso il caos miserabile del traffico, l’inopportunità della sua mole propagò il malcontento dalla coda alla testa del carrozzone: pestò piedi, gliene pestarono, suscitò rimproveri e quando udì perfino dietro di sé tre sillabe che alludevano a suoi presunti infortuni coniugali, l’onore gl’ingiunse di voltare la testa e s’illuse di aver posto una minaccia nell’espressione sfinito negli occhi». Pare quasi di vedere Charlot claudicare tra la folla. Un incontro tra Stanlio e Ollio intento a recuperare quelle tintinnanti monete da cui dipendono le imminenti festività. C’è tutta la sua drammatica innocenza, nella fierezza con la quale espone quell’inconsueto trofeo alla moglie. Anche quando Maria gli lascia intendere che sia tutt’altro che rilevante, il suo successo. Che solo la moneta sonante distingue i vincitori dai vinti, gli scafati dagli inetti. Lo rimbrotta persino per quella infantile contentezza. E poi lo gela, ricordandogli che, fra i tanti, c’è un debito a cui non si può assolutamente venire meno: «“Molto bene. Domani lo manderemo all’avvocato Risma, al quale siamo molto obbligati”. L’avvocato, due anni fa, aveva incaricato lui di un complicato lavoro contabile, e, oltre ad averlo pagato, li aveva invitati ambedue a pranzo nel proprio appartamento astrattista e metallico nel quale il ragioniere avevo sofferto come un cane per via delle scarpe comprate apposta. E adesso per questo legale che non aveva bisogno di niente, la sua Maria, il suo Andrea, il suo Saverio, Ia piccola Giuseppina, lui stesso, dovevano rinunziare all’unico filone di abbondanza scovato in tanti anni! Corse in cucina, prese il coltello e si slanciò a tagliare I fili dorati che un’industre operaia milanese aveva bellamente annodato attorno all’involucro; ma una mano arrossato gli toccò stancamente la spalla: “Girolamo, non fare il bambino. Lo sai che dobbiamo disobbligarci con Risma”».
Ciò che resta di un uomo gratificato è un’atroce beffa. L’impotenza dinanzi ai protocolli sociali, alle ipocrisie, alle logiche del servilismo e dell’utilitarismo. L’autenticità travolta dalla farsa. L’idea che agli ultimi non sia concesso nemmeno un attimo di gloria. È la legge della modernità, che non prevede gioia. Ma solo imposizione: «Il giorno dopo, infatti, lui acquistò un panettoncino anonimo, non quattro ma due stupefacenti candele e, per mezzo di un’agenzia, mandò il mastodonte all’avvocato Risma, il che gli costò altre duecento lire. Dopo Natale, del resto, fu costretto a comprare un terzo dolce che, mimetizzato in fette, dovette portare ai colleghi che lo avevano preso in giro perché non aveva dato loro neppure un briciolo della preda sontuosa. Una cortina di nebbia calò poi sulla sorte del panettone primigenio. Si recò all’agenzia fulmine per reclamare. Gli venne mostrato con disprezzo il registrino delle ricevute sul quale il domestico dell’avvocato aveva firmato a rovescio. Dopo l’Epifania però arrivò un biglietto da visita “con vivissimi ringraziamenti ed auguri”. L’onore ero stato salvato».
(Immagine in copertina realizzata con OpenAI)

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