Un pezzo d’Africa alle pendici dell’Etna: tra dromedari, struzzi e marabù l’incanto del Parco Gjmàla

A Trecastagni sorge una delle poche fattorie produttive a carattere africano presenti in Italia. L’intento originario prevedeva di produrre soltanto il pregiato latte dei caratteristici animali con la gobba, ma poi il progetto, nato dall’idea dell’etologo Santo Fragalà, si è espanso fino a diventare zoo, home restaurant e fattoria didattica. Un modo curioso per guardare al mondo in modo eco-sostenibile e per riconnettersi alle radici della nostra isola: «In verità l’allevamento di dromedari non è nuovo in Sicilia, perché era stato già introdotto dalla dominazione araba per il lavoro nelle solfatare e la produzione di latte. Qualche mio progenitore avrà avuto già a che fare con questi splendidi animali»

Che ci fanno due dromedari – con uno sguardo irresistibilmente simpatico e con tanto di grande gobba pelosa – sull’Etna e più precisamente a Trecastagni, tra i tipici lecci e i muri neri a secco? Forse c’entra qualcosa il riscaldamento globale o la desertificazione del territorio siciliano? 

Per fortuna no, o quasi. Si tratta di una delle poche fattorie produttive a carattere africano presenti in Italia, quindi zoo, home restaurant e fattoria didattica: il Parco Gjmàla, casa di manguste egiziane, zibetti africani, asini della Somalia, marabù, ibis e tante altre specie “aliene”. Ma non solo: il parco ospita anche delle specie a forte rischio di estinzione, soprattutto a causa della grave siccità che in Somalia da più di 4 anni minaccia la vita di quasi 5 milioni di persone, di interi ecosistemi – come la foresta pluviale somala – e alimenta una guerra civile che va avanti dal 1991.

Foto di Enrico Fisichella

DALL’ORO BIANCO AL GIARDINO. L’idea di una fattoria somala sull’Etna è venuta 14 anni fa a Santo Fragalà, veterinario specializzato in etologia, soprattutto per la volontà di lavorare nella propria terra e non emigrare: «Il mio sogno è sempre stato lavorare in uno zoo e ho sempre sperato di poterlo fare qui in Sicilia. Poi quando mi sono laureato lo zoo di Paternò ha chiuso. Ma durante il mio dottorato di ricerca in fisiologia equina mi sono imbattuto in un articolo della FAO sul latte di dromedario e ho trovato la mia strada». All’inizio infatti l’idea era una fattoria di soli dromedari, per vendere “l’oro bianco del deserto”, come dice Santo mentre con una certa fatica guida decine di famiglie e bambini rumorosi attraverso il parco. Ma il business non è riuscito e Santo ha esteso la fattoria: «Se in molti erano curiosi e interessati ai dromedari, in pochi erano disponibili a berne il latte, per diffidenza e timore o perché schizzinosi. Frutto del pregiudizio per cui la nostra cultura occidentale – specie quella culinaria – sia la migliore in assoluto. Ma gli inglesi avrebbero da storcere il naso di fronte al costume catanese di macellare i cavalli, così gli indiani, per i quali la vacca è un animale sacro; per non parlare del fatto che nel nostro territorio è normale mangiare lumache, che siano vaccareddi, babbaluci o crastuni e cucinare perfino i larunchi, cioè rane fritte in padella». 

Foto di Parco Gjmàla

ECHI D’ANTICHE USANZE. Ogni domenica le sue visite guidate sono piccole lezioni di etologia (in verità il dromedario ha due gobbe, come il cammello! sorprende sempre tutti), ma Santo parla anche di attualità. Spiegare il comportamento riproduttivo delle vedove per esempio, piccoli uccelli africani, vuole anche sostenere il carattere naturale della maternità surrogata; la visita agli asini della Somalia – di cui oggi sopravvivono in natura meno di 100 esemplari nei deserti del Corno d’Africa – invita a riflettere sul cambiamento climatico e l’estinzione delle specie; la descrizione (ma si potrebbe dire anche elogio) dei dromedari di Santo diventa l’invito a riconsiderare non solo i paradigmi della propria cultura, ma anche a riscoprirne le radici: «In verità l’allevamento di dromedari non è nuovo in Sicilia, perché era stato già introdotto dalla dominazione araba per il lavoro nelle solfatare e la produzione di latte. Qualche mio progenitore avrà avuto già a che fare con questi splendidi animali: il mio cognome infatti deriva proprio dall’arabo, gioia di Allah, come molti altri cognomi siciliani come Vadalà o Zappalà». 

DIFFICOLTÀ ORDINARIE. Anche se Santo si occupa di più di 15 specie «la vera fatica è affrontare la burocrazia italiana che sembra odiare le imprese» dice Santo. «Per fare qualsiasi cosa devo interloquire con 13 uffici che non comunicano tra di loro, con ben tre ministeri e con personale che non ha la più pallida idea di quello che deve fare. In particolare l’ente Parco dell’Etna, a cui piace non rispondere alle richieste». Non è stato facile nemmeno iniziare: «Io ho avuto bisogno di autorizzazioni per qualsiasi cosa, anche per la potatura degli alberi, e per diventare giardino zoologico ho dovuto fare una conferenza dei servizi dove ci sarebbe dovuto essere Comune, Parco dell’Etna, Asp e Vigili del Fuoco. Si presentò solo il Comune. Ma ce l’abbiamo fatta».

(In copertina: foto di Parco Gjmàla)

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Studente di lettere classiche all'università di Catania e allievo della Scuola Superiore di Catania. Collabora con la rubrica culturale della Treccani "Il Chiasmo" e gestisce il giornale universitario "InChiostro".

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