Quando leggo racconti, e in gran parte pure quando li scrivo, ci sono un paio di cose che mi piacciono particolarmente. La prima: mescolare realtà e finzione in una maniera impossibile da districare, che faccia chiedere «Ma quindi questo è un fatto vero camuffato da finzione? O un fatto finto camuffato da realtà? O tutti e due, o nessuno dei due?». Forse perché amo gli enigmi, i misteri senza soluzione, le curiosità lasciate in sospeso fino alla fine.

La seconda cosa che mi piace è fare letteratura mentre si finge di fare altro. Per dirla con un esempio pratico: scrivere una storia in forma di saggio, di articolo di giornale, di intervista, di diario, di lettera. In qualsiasi forma, purché non sembri un racconto tradizionale. Così, per scompaginare un po’ le carte, per stupire un pizzico in più chi sta dall’altra parte del libro.

E la terza cosa che mi piace particolarmente è: sforzarsi di non darsi un tono. Anzi, di abbassarlo, il tono. Di usare una lingua quotidiana, perfino un po’ scurrile, identica a quella che useremmo parlando al bar con un amico. La trovo provocatoria, da un lato, e ricca di possibilità innovative dall’altro lato. Il che spiega come mai, fra i racconti italiani usciti quest’anno in libreria, Una proposta stronza di Maddalena Fingerle mi sia sembrato uno fra i più riusciti – per non dire uno fra i più spassosi.

Lo ha pubblicato Tetra, una casa editrice indipendente nata lo scorso maggio, sotto la direzione di Roberto Venturini, e pensata come una costola indipendente di Alter Ego Edizioni. Una realtà che, come si legge sul sito ufficiale, «offre una collezione delle migliori voci contemporanee del panorama editoriale italiano, unendo grandi maestri e penne nuove che si sono contraddistinte per la loro unicità».

Maddalena Fingerle (premio Calvino, Flaiano e Comisso per il suo romanzo d’esordio, Lingua madre, edito da Italo Svevo) rientra a pieno titolo in quest’ultima categoria. Una penna nuova, che si è già contraddistinta per la sua unicità e che nel racconto in questione spiega quanto sia stata stronza – come anticipa il titolo – la proposta del suo ex editore di farle scrivere un testo ispirato alla sua gravidanza, creando una storia che denuncia il problema mentre però gira intorno effettivamente all’argomento maternità, paragonando la gestazione alla nascita di un’opera letteraria.

Andrebbe bene già così, e invece a questi elementi ne vanno aggiunti almeno un paio di altri: l’editore, spiega la scrittrice, è in realtà un’editrice a cui è stato cambiato il sesso nella finzione narrativa. Il bambino non si sa se sia maschio o femmina, perciò per il momento si chiama Alex e porta all’uso di asterischi neutri tutte le volte in cui c’è un aggettivo o un participio riferito alla sua persona. E l’intero racconto è accompagnato da note a piè di pagina dense di digressioni, fonti bibliografiche, riflessioni a margine, imprecazioni.

Il tutto, ovviamente, senza che si capisca cosa è vero e cosa è stato inventato. Cosa è troppo assurdo per essere capitato sul serio, e cosa invece potrebbe benissimo riempire la prima pagina di una testata giornalistica fra qualche giorno. Il risultato è un piccolo gioiello di 68 pagine, incastonato in un’edizione di pregio e coronato da un titolo che più sfacciato di così non potrebbe essere, per lo meno per chi – quando legge un racconto – va sempre alla ricerca di un paio di cose specifiche.

Se anche alla ricerca di quelle cose non si volesse andare, comunque, Una proposta stronza continua a funzionare. Con le sue metafore, i suoi riferimenti interculturali, le sue tematiche attualissime. Funziona a prescindere, Una proposta stronza, perché la sua forza risiede in un’idea di scrittura fresca, insolita, di cui senza saperlo avremmo sempre più bisogno, e che per nostra fortuna è già disponibile in qualunque libreria.

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