Una vita tra colori e castelli magici: Giovanni Cammarata, l’arte della marginalità
A volerlo classificare, l’artista messinese non potrebbe che apparire come un grande, singolare escluso. Prigioniero di guerra in giovinezza, salvato dalle sue creazioni come la Sharazade delle “Mille e una notte”, visse appartato in una periferia geografica e spirituale da cui trasse ispirazione per ricomporre e ricombinare continuamente la sua creatività. La sua casa, simbolo del suo ingegno stravagante, andò incontro ad una sorte paradossale. Conclusione amara, ma in linea con una vita e una visione dai confini infiniti
Tutte le volte che il baratro del nulla le si approssimava minacciosamente, come la lama di una sciabola, Sharazade si aggrappava alla medesima ancora di salvezza: il racconto. Lo tesseva con arguta delicatezza, dinanzi ai tonanti e sanguinari capricci del Re di Persia. Sfiorava la dimensione del sacro, in quelle notti colorate d’alba che non giungevano mai a conclusione. Componeva, disfaceva, intrecciava, tratteggiava storie e personaggi con lingua e posa eterea, tramutandosi ella stessa in figura di carta e d’inchiostro. Fino al trionfo della finzione sulla realtà. Della favola sulla morte. È forse questo il più grande lascito che la celebre, esotica, affascinante silloge narrativa Le mille e una notte ci consegna da secoli: l’elogio incondizionato dell’arte e della sua capacità di ribaltare la razionalità. L’esaltazione dell’inventiva e dell’ingegno al di sopra di ciò che non sa librarsi oltre la superficie. È forse il più grande, il più singolare affresco che sia stato in grado di ritrarre in tutta la sua efficacia il miracoloso potere dell’affabulazione, l’ammaliante spettacolo di un sogno che impone la sua legge all’arido mondo degli uomini. Quella via di fuga dalla malinconia e dal terrore che solo l’esperienza estetica e viscerale della parola può illuminare. E così Sharazade, intrepida figlia del Gran Visir, si incaponisce nel voler porre un argine alla crudeltà del misogino Shahryar, che continua a far strage di donne innocenti. Lo fa con delle storie, con dei frammenti di vite altrui che si interrompono proprio sul più bello e che avvincono il sovrano a tal punto da rendere irrinunciabile la scoperta, il giorno successivo, dell’epilogo. Finché le armi non tacciono definitivamente in favore di una eterna narrazione. In questo exemplum del lontano Oriente si rispecchia anche una vicenda tutta siciliana. Il punto di inizio di una carriera – o di una traiettoria – dai contorni frastagliati, unica e isolata nel suo genere. La storia di Giovanni Cammarata, artista messinese indissolubilmente legato alla sua città, in cui nacque nel 1914, che fece dell’eccentricità un marchio di fabbrica. E di una disavventura da romanzo un’occasione di rinascita.
La decisione di arruolarsi tra le fila dei soldati impegnati sui fronti della Seconda guerra mondiale gli valse, infatti, un’esperienza piuttosto probante. Nel 1943 venne fatto prigioniero dagli inglesi, per poi essere dirottato in Turchia prima e a Gaza poi. Fu proprio qui che il suo talento e il suo istinto gli valsero la salvezza. Nelle grigie giornate di segregazione, Cammarata si dilettava nella realizzazione di castelli d’argilla che lasciarono di stucco i suoi aguzzini. Tanto da garantirgli un progressivo alleviamento delle condizioni di carcerazione. Arte e magia, una sovrapposta all’altra. Fino all’agognata libertà e al ritorno, con la moglie, nella città dello Stretto. Dove si consacrò come una sorta di emarginato d’eccezione, come attrazione solitaria refrattaria ad ogni etichetta, ad ogni definizione. Scelse di stabilirsi a Maregrosso, simbolo di una periferia dimenticata, oltraggiata dal tempo, dalla miseria e dall’indifferenza. Scelse la fatica, la calce sulle mani, la vita da muratore e da abile artigiano. Ma il richiamo di quella meravigliosa stranezza continuò sempre a chiedere udienza al suo cuore. E nel 1970 un’altra, peculiare impresa conobbe il suo principio. Niente più occupazioni varie, ma solo una stratificata, intensa, esclusiva devozione per l’arte. La sua umile dimora – che qualcuno non ha esitato a definire una vera e propria baracca, si tramutò in un trionfo di fantasiose evoluzioni. Mosaici, sculture, bassorilievi, ritratti cominciarono a popolare i cortili e le facciate di quello che sarebbe diventato un grande museo a cielo aperto. Le icone religiose incontravano quelle profane del grande schermo, dipinti e murales facevano il paio con curiose combinazioni di materiali e reperti dei generi più disparati, rappresentazioni dal sapore classico incontravano senza soluzione di continuità soggetti di stampo surrealista. Guglie e trencadís di gaudiniana memoria annunciavano già a distanza la natura di un luogo inclassificabile. Ma proprio per questo intriso di un fascinoso, irresistibile mistero. Un insieme di tasselli sempre vivo, sempre in trasformazione, magmatici come la mente che li aveva collocati. Sospesi nel vuoto dell’effimero e della precarietà. Riflesso di una vita turbolenta e travagliata.
La cui conclusione non fu certo da meno. Dopo la scomparsa di Cammarata nel 2002, l’abitazione venne prima presa di mira dai vandali e poi quasi del tutto smantellata, nel 2007, in vista della realizzazione di un centro commerciale. Ciò che resta, in sostanza, non è che un frammento di ciò che fu. E certo non ci si può che rammaricare di una tale mancanza di lungimiranza. Ma forse, in fondo, a volerla considerare diversamente, a riconsegnare il centro della scena a quell’affabulazione che riscrive i destini, è proprio in questa transitorietà che risiedeva una delle chiavi del processo creativo di Cammarata. Nell’infinito, instancabile peregrinare dell’anima. Nell’arte che lascia testimonianza di sé anche in ciò che non è più visibile. Con gli occhi, almeno. Nel continuo riavvolgere, riscrivere, ricomporre la pellicola dei ricordi.
(Immagine in copertina realizzata con OpenAI)

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