Verga, il colera e il virus della paura: se la colpa è sempre dello straniero

Un baraccone di umili commedianti arriva in un paesino della Sicilia durante una temibile epidemia. I bambini ritrovano un momento di gioia e la comunità si lascia alle spalle settimane di terrore. Poi, però, in una notte tutto cambia. Strane voci di untori e maledizioni si diffondono. E quei poveri viandanti ne pagheranno il prezzo. È da queste premesse che in una delle novelle più intense di “Vagabondaggio” il maestro del Verismo, sulla scia di Manzoni e anticipando Camus, ci invita a riflettere sulle paure irrazionali che da sempre vengono associate a chi viene da lontano. Oggi più che mai. Anche se con altri nomi

È una storia vecchia come il mondo, quella delle frontiere. Fatte per essere attraversate, esplorate, continuamente ridisegnate. Eppure serrate da mano d’uomo, tramutate in ostili e terrificanti ritrovi. Rifugio, alcova di libertà e contemporaneamente ignoto abisso di indifferenza. Sono spesso malviste, le frontiere. Esattamente come coloro che le popolano: gli stranieri, i dimenticati, i viandanti che non si accontentano della meta. Gli inquieti che il fato ha voluto fuggiaschi, o gli irriducibili affetti da un nomadismo dell’anima. Portano con sé le ancestrali paure degli altri, l’inerzia sofferente della diversità, l’ignota andatura di un mondo lontano che interferisce con la normalità. Oltrepassano quei limiti che separano il visibile dal sinistro e si innalzano, loro malgrado, a simboli di un rifiuto endemico, di un millenario fraintendimento tra invasione e convivenza. Accade allora di tutto, alle frontiere. Anche che si smetta di considerarle dei termini di passaggio e che ci si armi per difenderle con veemenza. Che qualcuno se ne impossessi al punto da stabilire arbitrariamente chi può stazionarvi e chi no. Perfino che si cancellino in nome di popolari ondate di terrore. Sono archetipi di ciò che la società evita consapevolmente di guardare o che osserva con fare distorto, attribuendo ad esse le colpe e le frustrazioni della propria inettitudine. E sono, per di più, i luoghi per eccellenza di una profonda solitudine. Luoghi destinati a soccombere contro la furiosa fiumana delle masse. I luoghi dei popoli barbari, degli infedeli, delle streghe e degli inquisiti, di Camus, di Sartre, di Pavese. Ma anche di Giovanni Verga e della sua penna così implacabile nel tratteggiare i drammi generati dell’isteria collettiva. Da quella superstizione mista a rabbia repressa che tanto ha segnato la storia del popolo siciliano e la cui eco si riverbera con forza nella raccolta di novelle Vagabondaggio (1887). Nella quale, intessuta in uno stile che vagamente riporta alla mente la Storia della colonna infame di Manzoni, giganteggia il racconto Quelli del colera, ambientato nel cuore dell’isola, tra Leonforte e Centuripe, durante uno dei tanti focolai che misero in ginocchio i siciliani nel corso del XIX secolo. Uno squarcio di realtà che la letteratura ha saputo venare di vendetta, di compassione, di un assurdo senso di impotenza e di disperazione.

«Un nuovo picco di contagi si fa strada. E con esso le voci, le anomalie, le stranezze: qualcuno parla di untori, di strane sostanze ritrovate sui muri. Di inspiegabili e contorti disegni. L’associazione è presto fatta: gli stranieri, i saltimbanchi dall’innocente sorriso, sono i responsabili»

Giovanni Verga, “Quelli del colera”

Ciò che sembra affliggere i paesani affrescati dall’inchiostro di Verga non è tanto la ricerca di una soluzione pratica, medica, al tormento di quel morbo così feroce. Quanto, piuttosto, la ricerca di un senso accettabile, il conforto di sapersi puniti non da un capriccio cieco della sorte, ma per via di colpe sacrileghe mai rivelate o mai comprese. Nel momento più buio, nel deserto fisico e morale di una comunità rintanata nei propri dubbi, sembra emergere, tra bislaccherie e teneri gesti, un rinnovato spirito di unanimità e di prossimità: «Quelli che erano rimasti, i più poveri, da principio avevano fatto il diavolo, minacciando di sfondar le porte chiuse, e bruciare le case dei fuggiaschi; poscia erano corsi a tirar fuori dal magazzino tutti i santi del paese, come quando si aspetta la pioggia o il bel tempo, l’Addolorata, coi sette pugnali di stagno, san Gregorio Magno, tutto una spuma d’oro, san Rocco miracoloso che mostrava col dito il segno della peste, sul ginocchio. All’ora della benedizione, nel crepuscolo, quelle statue ritte in cima all’altare buio, facevano arricciare i peli ai più induriti peccatori. Si videro delle cose allora da far piangere di tenerezza gli stessi sassi: Vito Sgarra che si divise dalla Sorda, colla quale viveva in peccato mortale da dieci anni; padre Giuseppe Maria a far la croce sul debito degli inquilini che proprio non potevano pagarlo; Angelo il Ciaramidaro andare a messa e a comunione come un santo, senza che gli sbirri gli dessero noia, e la notte dormire tranquillo nel suo letto, colla disciplina irta di chiodi e insanguinata al capezzale, accanto allo schioppo carico che ne aveva fatte tante. Misteri della Grazia! come diceva il predicatore». Ma la facciata devozionale del paese attanagliato dalla malattia si esaurisce ben presto. In concomitanza dell’arrivo di un umile carretto di comici, proveniente da chissà dove: pronto forse, accumulato qualche altro spiccio, a ripartire. L’attrazione che distoglierà inizialmente il paese dall’ossessione della morte. E che invece si rivelerà, se possibile, persino più fatale. «Quei poveri diavoli di comici, che si tiravano dietro la loro casa al par della lumaca, passato il temporale, tornarono a metter fuori le corna ad uno ad uno, appunto come fa la lumaca. Il vecchio aveva sciorinato all’uscio un gran cartellone dipinto. La moglie, con un tamburo al collo, chiamava gente; i ragazzi, camuffati da pagliacci, facevano mille buffonerie, e la giovinetta, colle gambe magre nella maglia color di carne fresca, un fiore di carta nei capelli, il gonnellino più gonfio di una bolla di sapone, le braccia e le spalle nere fuori dal corpetto di seta stinta, soffiava nella tromba, col poco fiato del suo petto scarno. Pure era una novità pel paese, e i giovinastri correvano a vedere, spingendosi col gomito. Inoltre i comici avevano altri richiami per il pubblico: un cardellino che dava i numeri del lotto; il ronzino che contava le ore, e indovinava gli anni degli spettatori colla zampa; un ragazzo che camminava sulle mani, portando in giro, stretto fra i denti, il piattello per raccogliere la buona grazia».

Gli stranieri non c’erano più. Ma il colera, quello no, di passare non ne aveva proprio voglia. Forse perché, più ancora che in una pelle raggrinzita o in occhi infossati, il colera risiedeva più in profondità. Nello sguardo, nel cuore, nell’insopprimibile bisogno di sfogo

Perché a quel colorato baraccone verrà presto associato il nero di una vera maledizione. Il tempo di una notte, di un nuovo serpeggiante trionfo del panico, di una trafelata ed inutile corsa del medico e delle sue boccette. Un nuovo picco di contagi si fa strada. E con esso le voci, le anomalie, le stranezze: qualcuno parla di untori, di strane sostanze ritrovate sui muri. Di inspiegabili e contorti disegni. L’associazione è presto fatta: gli stranieri, i saltimbanchi dall’innocente sorriso, sono i responsabili. «Uno, colla faccia stralunata, raccontava come Zanghi avesse acchiappato il male, nella baracca dei commedianti. L’aveva visto lui, coi suoi occhi, il vecchio che lo tirava per la falda del vestito perché gli pareva che volesse passare a scappellotto». Il meccanismo è innescato. La condanna morale e superstiziosa già emessa. Il ciclo infinito di diffidenza nuovamente in moto. «A un tratto udirono gridare: – Dalli! dalli! – e videro la folla inferocita che correva per sbranarli. – Signori miei! siamo poveri diavoli, poveri commedianti che andiamo intorno per buscarci il pane! – Il vecchio annaspava colle mani, per fare intendere le sue ragioni; la donna copriva i figlioletti colle ali, come una chioccia; la giovinetta colle braccia in aria. Arrivò una prima sassata, che fece colare il sangue. Poi un parapiglia, la gente in mucchio accapigliandosi, gli strilli delle vittime, che si udivano più forte. – No! no! non li ammazzate ancora! Vediamo prima se sono innocenti! vediamo prima se portano il colera! – C’erano pure delle anime buone in quella ressa. – Ma gli altri non volevano intender ragioni: Neli di comare Barbara, che gli sanguinava il cuore dall’angoscia, Scaricalasino che aveva visto coi suoi occhi Zanghi stecchito sotto il lenzuolo, massaro Lio che si sentiva giù i dolori di ventre addosso. In un attimo la baracca fu tutta sottosopra: i burattini, gli scenari, i cenci, la poca paglia fradicia dei sacconi. Poi, dopo che non ebbero più dove frugare, fecero un mucchio d’ogni cosa, e vi appiccarono il fuoco». 

Ogni traccia di quel carrozzone venuto da chissà dove era scomparsa. Volata via, come la cenere in cui era stata trasformata. Come le vite di altri viandanti, dei paesi contigui, freddati a colpi di schioppettate. Gli stranieri non c’erano più. Ma il colera, quello no, di passare non ne aveva proprio voglia. Forse perché, più ancora che in una pelle raggrinzita o in occhi infossati, il colera risiedeva più in profondità. Nello sguardo, nel cuore, nell’insopprimibile bisogno di sfogo. Che si trasmette, si rinforza, si moltiplica. Proprio come un’epidemia. Che cambia nome, tempo, ragioni, soggetti, destinatari. Ma ci avvince ancora. Fino a quando anche noi non diventiamo lo straniero di qualcun altro. «Il povero capocomico non sentiva e non badava più a nulla, né le grida di morte, né le falci, né le scuri; pallido e stravolto, col sangue giù per la faccia, i capelli irti, gli occhi fuori della testa, voleva buttarsi sul fuoco per spegnerlo colle sue mani, urlando che lo rovinavano, che gli toglievano il suo pane, strappandosi i capelli dalla disperazione, in mezzo alla famigliuola tutta pesta e malconcia, scampata per miracolo alla strage. – Meglio, meglio che ci avessero uccisi tutti! – Neppure il colera li aveva voluti, da per tutto dove l’avevano incontrato, stanchi ed affamati.
Ancora, dopo cinquant’anni, Scaricalasino, il quale è diventato un uomo di giudizio, dice a chi vuol dargli retta, che il colera ci doveva essere, nel baraccone. Peccato che lo bruciarono! Quelli erano bricconi che andavano attorno così travestiti per non dar nell’occhio, e buscavano centinaia d’onze a quel mestiere
».

(Immagine in copertina realizzata con OpenAI)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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