Viaggio tra gli eterni profughi sahrawi: «Da 50 anni la nostra speranza sfida il deserto»
Nel 1976 la Spagna cede il Sahara Occidentale al Marocco, che lo occupa con la forza. Da allora il popolo sahrawi è costretto a vivere nel bel mezzo di un mare di sabbia, in dei campi improvvisati in territorio algerino: dove il tempo e lo spazio sono svuotati di significato. Anelando di ritornare prima o poi a casa. Coltivando, nonostante tutto, dei germogli di speranza. Come i piccoli che frequentano il laboratorio di ceramica di Rais, o le biblioteche che si fanno largo tra i villaggi o le donne che rimuovono le mine anti-uomo per regalare un futuro alle prossime generazioni. Un reportage dai luoghi di un dolore dimenticato. Ma non in Sicilia, dove ogni anno una rappresentanza di bambini trova ospitalità grazie all’associazione “Mi Casa Es Tu Casa”
Sono le 5.30 del mattino a Tindouf, al confine tra Algeria e Marocco. Fuori dal piccolo aeroporto militare ad attendermi c’è Jalil con il sorriso mite e paterno con cui si è fatto conoscere a “Mi Casa Es Tu Casa”, l’associazione che ogni estate accoglie ad Acireale un gruppo di bambini dei campi profughi sahrawi siti nel deserto algerino. Ed è proprio qui che sto per recarmi. Jalil ormai è di casa nella mia Acireale. È emozionato: per la prima volta mi aprirà le porte di casa sua. In quei campi, però, casa non è un concetto geometrico: è un cuore diffuso tra tende e improvvisate mura in cemento o sabbia. Mi dà una pacca sulle spalle: «Bienvenida» e saliamo sul fuoristrada del protocollo della Rasd (Repubblica Araba Sahrawi Democratica). Un’ora e mezza con le sole stelle a illuminarci e arriviamo. Sara è già là, è partita qualche giorno prima. Per la presidente di “Mi Casa Es Tu Casa” è la terza volta ai campi e non si stancherebbe mai di quelle strade che strade non sono, di quelle piazze che piazze non sono, di quella terra che terra non è perché qui non cresce niente, qui non sei da nessuna parte perché questo è il non-luogo dell’esilio, un esilio che da 50 anni separa questo popolo dal Sahara Occidentale, la patria, l’amata terra che terra è ma gli è stata tolta. Da quando la Spagna, nel 1976, l’ha ceduta al Marocco. E da quando il Marocco si è affermato con la forza erigendo un muro. Qui, da questa parte dimenticata di mondo, la vita è un’imitazione tenuta in piedi dall’attesa del ritorno. Eppure, qui, è casa. Eppure, anche qui crescono i fiori.
UN LABORATORIO DI SPERANZA. Uno di questi è coltivato con cura da Rais: «Sono il direttore della scuola di ceramica di Smara e da sette anni insieme ad altre volontarie porto avanti un laboratorio gratuito per bambini. Ognuno di loro può venire quando vuole e trovare un’attività da fare, non solo con la ceramica». Oggi di manine che lavorano ce ne sono veramente tante, tra loro anche un ragazzo con disabilità cognitiva. «A volte sono persino 50, almeno 30». Lo sguardo si posa su un pupazzo di neve messo a seccare. «Lo avranno visto su Internet». Il progetto vive grazie al sostegno di associazioni internazionali. «Qui c’è molto tempo libero, così abbiamo cercato un modo per insegnare ai bambini un’arte e impegnarli in qualcosa di divertente e creativo. Magari molti vengono solo per la merenda, ma non importa. Abbiamo realizzato questa bottega per toglierli dalla strada».

EDUCARE AI SOGNI. Non molto distante dalla bottega di ceramica, una parete tutta colorata con disegnato un uccello bianco e nero custodisce libri per bambini. «Si chiama Bubisher e nella nostra cultura porta buone notizie». E quale migliore notizia di un libro, nel bel mezzo del deserto? Mina, la coordinatrice della biblioteca, ci accompagna dentro tra un dolce schiamazzo. «Questo è il primo “nido” del Bubisher, lo abbiamo messo su nel 2008. Adesso c’è una biblioteca in ogni villaggio». Mina e le volontarie organizzano tantissime attività, dai club di lettura, in arabo e in spagnolo, a teatro, cinema, pittura e poesia coinvolgendo anche i grandi. «La nostra idea è che ogni bambino cresca con un libro in mano». Capiamo che quanto più una società è lontana dalla vita desiderata tanto più è fondamentale lavorare con i bambini, i «piccoli ambasciatori di pace». Tra loro, anche tra quelli che negli anni hanno conosciuto l’Italia e hanno vissuto esperienze di confronto culturale in Sicilia, anche tra quei 10 che il 24 luglio arriveranno ad Acireale, potrebbero esserci gli adulti che guideranno il ritorno nella loro terra. Formarli significa educarli ai sogni, perché anche ai sogni ci si educa, anche i sogni vanno educati. Il diritto a sognare i sahrawi lo tengono stretto, lo alzano con tenacia insieme alla loro bandiera e tiene uniti tutti, anche gli ultimi tra gli ultimi. Soprattutto gli ultimi tra gli ultimi.
«Non possiamo recuperare ciò che abbiamo perso in tutto questo tempo; la nostra infanzia, soprattutto. Non abbiamo avuto la fortuna di essere bambini. Da piccolo, a casa mia, avevo una bicicletta: dall’esodo non ho più pedalato. Quello che mi manca è passeggiare lungo la mia costa, mettere le gambe nel mare del Sahara. A Dio piacendo accadrà molto presto»
Paco, Museo Nazionale della Resistenza
VIVERE SEDUTI. A confermarmelo è la storia di Rageb e di come ha saputo mettere su la Federazione per persone con bisogni speciali. Ne fanno parte uomini e donne con disabilità fisica che provengono da diversi villaggi e che trascorrono quasi tutta la vita seduti. «Vengono qui per fare sport, liberarsi dalla routine e sentirsi parte della società. Qui possono praticare basket e pallavolo, socializzare, scambiarsi opinioni, vivere. Li andiamo a prendere e li riaccompagniamo, organizziamo il materiale e le attività sportive ma anche le merende. Prima, grazie ad aiuti internazionali, riuscivamo a svolgere attività due volte a settimana. Ora è sempre più difficile, stiamo facendo di tutto per non fermare il progetto». Mentre parliamo gli uomini giocano un torneo di basket; le donne, invece, giocano a pallavolo sedute a terra. «Il nostro obiettivo è partecipare ai Giochi Internazionali: vogliamo alzare la nostra bandiera come tutti gli altri».






LO SPAZIO E IL TEMPO DI UN RIFUGIATO. Sono 10 giorni lenti e intensi. La loro accoglienza ci fa sentire fraterni anche se non ci conosciamo. Ognuno qui sembra avere un ruolo per la collettività. Ci sorprende come, benché in mezzo al deserto e senza risorse, questo popolo sia riuscito a ricreare le strutture tipiche di un’intera società. «Nei campi ci siamo organizzati per lavorare da esiliati come se fossimo in un paese: abbiamo sindaci, ministeri, istituzioni, cosicché quando ritorneremo a casa nostra avremo già una nostra struttura per vivere normalmente», ci spiega Jalil. Davanti ai miei occhi si materializzano così due forme di resistenza: quella che viene portata avanti nei territori liberati – quel fazzoletto di terra che sono riusciti a riprendersi – e quella che dal 1976 ad oggi portano avanti vivendo in un territorio inospitale, in cui persino orientarsi è difficile. Quando cerchiamo dove vivono le famiglie dei bambini che negli anni sono stati ospiti in Sicilia, sono proprio i bambini in giro a scortarci, mentre per telefono gli abitanti ci guidano con «vai verso il camion verde o la tenda grande». Sul fuoristrada non incontriamo segnali stradali. Sidahmed, il nostro autista, a un certo punto sa che deve girare a destra. Ma quando tutto intorno è giallo e blu, qual è la destra? Spazio e tempo sono concetti che sfuggono. C’è il tempo della vita quotidiana che scorre senza frenesia dalla teiera al bicchiere riempiendo con il rito del tè ogni attimo insieme. E c’è il tempo dell’attesa. Tutto è temporaneo, abitare nelle tende è temporaneo, la gestione della spazzatura, della corrente, dell’acqua, la gestione amministrativa in mezzo alla sabbia è temporanea. E intanto sono passati 50 anni dalla Marcia Verde, l’incursione di civili e militari marocchini nel Sahara Occidentale. Vite sospese ad aspettare Godot. Perché?
«Il nostro compito è rilevare le mine, mapparle e segnalarle. Quando individuiamo una mina avvisiamo il leader del gruppo e un’altra squadra poi le disinnesca. Quando vado a lavorare, mia figlia Toufa, che ha sei anni, piange come tutti i bambini. Capisce però che quello che faccio è per aiutare il mio popolo e per dare a lei e alla mia famiglia una vita più dignitosa»
Vera, una delle desminadoras

LE MINE, I MURI E L’IPOCRISIA. Poi, l’infinita distesa di sabbia lascia il posto ad un luogo altamente simbolico: il Museo Nazionale della Resistenza. E l’incontro con Paco, se possibile, genera ancora più domande. Ci accoglie con le braccia aperte e un gran sorriso. «Questo è per l’Italia»: ci ringrazia; dice che sa tutto quello che fanno gli italiani per i sahrawi in materia di salute e umanità. È un leitmotiv che ci fa sentire orgogliosi. Ma l’orgoglio presto si trasforma in qualcos’altro. Le mani di Paco stringono, alzandole al cielo, delle scatolette gialle: sono mine antiuomo made in Italy. Come possiamo con una mano accogliere la sofferenza dell’altro e con l’altra mano fabbricare armi che la prolungano? Non è solo una domanda etica ma logica. Se smettessimo di sostenere l’industria bellica non potremmo risparmiare in beneficenza? Eppure, questa ingenuità dimentica che politica e cittadini non vanno sempre nella stessa direzione. Che tutto ciò sia contraddittorio lo leggiamo nello sguardo deluso di Paco. «La maggior parte di queste che sono difficili da neutralizzare sono italiane». Si ferma un istante e ripete: «La maggior parte». Ci indica poi una cartina: «È il muro della vergogna: inizia in Marocco, qui al Nord, e guardate come divide il Sahara». Le sue dita si spostano sul tavolo dove un modellino riproduce l’architettura di questa barriera. Costruito negli anni ‘80 dal Marocco, separa i territori occupati del Sahara Occidentale dai campi profughi algerini. Da un lato il deserto, dall’altro fosfati, petrolio e acque pescose. «Un muro così strutturato il Marocco da solo non potrebbe mantenerlo. Dietro c’è il sostegno di tanti paesi. Il popolo Saharawi da qui sta lottando contro mezzo mondo». Lungo circa 2.720 km, è il muro geopolitico più lungo al mondo, quello con il più lungo campo minato. Il Sahara Occidentale è una delle Berlino dimenticate. «Non possiamo recuperare ciò che abbiamo perso in tutto questo tempo; la nostra infanzia, soprattutto – prende fiato Paco –. Non abbiamo avuto la fortuna di essere bambini. Da piccolo, a casa mia, avevo una bicicletta: dall’esodo non ho più pedalato. Qualche anno fa sono salito di nuovo su una bicicletta, quando attraverso progetti di solidarietà sono cominciate ad arrivare anche nel deserto». Lo sguardo si risolleva: «Quello che mi manca è passeggiare lungo la mia costa, mettere le gambe nel mare del Sahara. A Dio piacendo accadrà molto presto».

DESMINADORAS. Ma per farlo bisogna evitare le mine. Il Sahara Occidentale è uno dei territori con la maggiore presenza al mondo. «Mi chiamo Vera, sono laureata in relazioni internazionali e lavoro come sminatrice spostandomi nei territori liberati, collaborando con il Centro Smaco, l’ente nazionale che gestisce tutti i lavori legati allo sminamento, inclusa l’assistenza alle vittime. Ho scelto di fare questo lavoro perché ho visto quante persone muoiono e restano mutilate a causa delle mine. So bene che è pericoloso». Una vera missione: «Partiamo dai campi profughi intorno alle cinque del mattino. Arrivati, allestiamo l’accampamento e ci riuniamo: c’è sempre un medico e chi custodisce gli strumenti, mentre le macchine restano in una zona più sicura. Nella mia squadra siamo undici, di cui tre donne. Il nostro compito è rilevare le mine, mapparle e segnalarle. Quando individuiamo una mina avvisiamo il leader del gruppo e un’altra squadra poi le disinnesca». Con noi c’è la figlia di Toufa, ha sei anni: ascolta attenta, in silenzio. Le chiediamo che pensa del lavoro della mamma, una delle prime desminadoras sahrawi. Si dice orgogliosa. A chi le chiede che lavoro fa sua mamma risponde che lavora per creare un futuro migliore. «Certo, quando vado a lavorare piange come tutti i bambini. Capisce però che quello che faccio è per aiutare il mio popolo e per dare a lei e alla mia famiglia una vita più dignitosa». Interviene Jalil: «Qui siamo orgogliosi di poter dire che le donne lavorano in ogni settore: ciò rende la nostra società diversa da quella di altri paesi arabi. La lotta per la patria si fonda anche sulla promozione dell’uguaglianza di genere». Le storie di Vera e Toufa ci dicono che «resistenza» è un sostantivo femminile, come «speranza», due forze legate dal dolore. Sul volto di Mahmuda, che ha vissuto la decolonizzazione tradita e l’esilio, possiamo seguirne la geografia.

IL BAULE DEL RITORNO. «Sono arrivata qui, fuggendo dalla mia terra, a 25 anni. Ora che ne ho 75, ho dimenticato tante cose. Ricordo che, quando si cominciò a parlare di indipendenza dalla Spagna, pensavo che la nostra vita sarebbe migliorata. Lo credevo perché vedevo i bambini studiare. Ci spostavamo sempre con gli animali, ma a un certo punto qualcuno ci disse che non potevamo più restare lì e fummo costretti a scappare nel deserto algerino. Il Marocco la chiamò Marcia Verde: c’erano elicotteri, ma anche cortei di gente armata. Chi non riuscì a fuggire morì sotto i bombardamenti. Quella lotta per la decolonizzazione si trasformò all’improvviso in una lotta contro una potenza straniera: il Marocco. E continueremo questa lotta finché non avremo la libertà o moriremo. Qui abbiamo trovato una terra senza nulla. Pensavamo che fosse questione di qualche giorno, di qualche mese. Pensavamo che saremmo tornati presto nella nostra terra. Cosa mi manca? Mi manca tutto. Nonostante viviamo qui da 50 anni, ci sentiamo ancora profughi. Questa non è casa nostra. Voglio che veniate a trovarci quando saremo liberi. Accadrà presto: presto torneremo a casa nostra». Ogni famiglia custodisce un baule chiamato baule del ritorno: vi ripongono le proprie cose, quelle più importanti, per quando ritorneranno a casa. «Il mio è vuoto». Sono parole che Mahmuda tira fuori senza fronzoli. Lala, giovane donna sahrawi, figlia dolce e caparbia, ci aiuta a tradurre mentre gli occhi le si riempiono dell’Oceano Atlantico.
Eppure, anche qui crescono i fiori.
Un ringraziamento speciale a Lala, a Jalil e alle loro famiglie per la calorosa accoglienza. Grazie anche Sara per la condivisione del viaggio e per il supporto alla stesura dell’articolo.
(Foto in copertina di Francesca Privitera)
L’INIZIATIVA
Anche questa estate l’Associazione “Mi Casa Es Tu Casa” di Acireale (CT) accoglie dal 24 luglio al 20 agosto un gruppo sahrawi: 10 bambini e 2 accompagnatori adulti. Il gruppo, proveniente dai campi profughi sahrawi siti nel deserto algerino, partecipa al Progetto “Bambini Sahrawi Ambasciatori di Pace”, in collaborazione con il Ministero della Gioventù e dello Sport della Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD). Obiettivi del progetto sono diffondere la storia del popolo sahrawi, permettere al gruppo di effettuare le visite mediche necessarie, far conoscere ai bambini la vita fuori dai campi, far passare loro il periodo estivo in un clima consono alla loro crescita, promuovere attività di confronto fra culture e coinvolgere le istituzioni locali nella partecipazione alla causa sahrawi.
Hai apprezzato questo contenuto?
Il Sicilian Post è gratuito e continuerà a esserlo.
Ma il giornalismo indipendente ha un costo: ogni inchiesta, ogni storia verificata, ogni articolo nasce dal lavoro di persone che scegliamo di retribuire in modo equo.
Se sei arrivato fin qui, forse questo lavoro per te ha valore.
Per continuare a offrirlo a tutti abbiamo bisogno anche del tuo supporto.
Abbonarti significa sostenere un’idea di informazione libera e responsabile.
Come segno di ringraziamento, agli abbonati riserviamo alcuni contenuti e iniziative editoriali.




