Orazio Portuese: «Alla SSC ho imparato che il sapere è una responsabilità»

A pochi giorni dalla chiusura del bando di ammissione 2026/27 alla Scuola Superiore di Catania, l’ex allievo Orazio Portuese, oggi docente dell’Università di Catania, racconta come la SSC abbia trasformato la curiosità in metodo e ricerca, tra il rapporto con i tutor, le prime pubblicazioni scientifiche e una comunità che ha segnato la sua formazione.

«Curiosità che diventa metodo, metodo che diventa ricerca e ricerca che corrobora una vocazione». Con questi tre termini chiave, il Prof. Orazio Portuese, ex allievo della Scuola Superiore di Catania, riassume l’essenza del percorso di eccellenza dell’Ateneo catanese, fucina di sogni e giovani talenti. A ormai diciassette anni dal termine della sua esperienza da allievo SSC, il Prof. Orazio Portuese è oggi associato di Lingua e letteratura latina all’Università di Catania, nonché Presidente del Corso di laurea in Lettere e direttore del Centro di ricerca interdipartimentale School for Saving Classics. È proprio la sua testimonianza a portarci alla scoperta di ciò che la SSC può offrire a uno studente universitario.

Professore, partirei da uno dei pilastri della Scuola: l’avvio precoce alla ricerca scientifica. Come si concretizza, nella sua esperienza, il legame tra SSC e ricerca?
«Dipende moltissimo dal tutor che segue ciascun allievo. Nel mio caso tutto è cominciato tra la fine del primo anno e l’inizio del secondo, quando la mia tutor, la Prof.ssa Rosa Maria D’Angelo, ordinaria di Lingua e letteratura latina, mi affidò lo studio di alcuni Epigrammata Bobiensia, proponendomi di preparare una relazione per un convegno che si sarebbe tenuto a Venezia nel settembre di quell’anno. In seguito partecipai ad altri incontri dello stesso progetto e, nel 2009, a un secondo convegno, da cui nacque una seconda pubblicazione: per fare un bilancio, sono uscito dalla Scuola con la partecipazione a un progetto di ricerca nazionale e con due pubblicazioni scientifiche, elementi che si rivelarono determinanti per vincere il dottorato all’Università di Parma. Anche i corsi interni erano concepiti in funzione sperimentale, come il ciclo di lezioni tenuto dal Prof. Gian Biagio Conte e il corso di Paleografia Latina tenuto dal Prof. Walter Berschin, svoltosi in forma itinerante tra la Germania e il Nord Italia, che mi permise di studiare alcuni manoscritti. Per questo continuo a insistere sull’impronta che può dare il tutor all’allievo, che necessita in questa fase di essere guidato, con umiltà, dallo sguardo più maturo di un docente.»

A proposito di umiltà, vivere a Scuola significa anche arricchirsi sul piano umano. La SSC viene spesso chiamata da noi allievi SSCasa: cosa ha significato per lei entrare in questa comunità?
«Prima di entrare a Scuola ero uno studente principalmente orientato allo studio individuale, quindi una realtà come quella della SSC è stata per me una sfida. La Scuola mi ha infatti trapiantato in un contesto di vita collegiale in cui, a poco a poco, ho trovato il mio equilibrio, soprattutto attraverso il confronto con gli altri: spesso mi ritrovavo a tavola a chiacchierare con un medico o con un giurista, rendendomi conto di essere circondato da persone straordinarie. Tutto ciò ha creato in me un sostrato umano che continua a servirmi ancora oggi, nel contesto lavorativo.»

E qual è la lezione più grande che le ha lasciato la SSC?
«Che il sapere non è un privilegio, ma una responsabilità, perché insegna a condividere la conoscenza e a restituirla agli altri. Mi viene in mente una frase di Seneca, Non vitae, sed scholae discimus, cioè “non impariamo per la vita, ma per la scuola”, che l’autore scrive come una polemica contro l’educazione del suo tempo. Ecco, la Scuola fa l’opposto: è una palestra di vita che insegna a mettersi in discussione, a beneficiare dell’esperienza degli altri.»

La chiusura del bando 2026/27 si avvicina, e molti ragazzi sono indecisi se iscriversi o meno: a chi consiglierebbe di provare il concorso per la SSC?
«Innanzitutto a chiunque voglia lavorare nel mondo della ricerca, e poi a chi aspira ad arricchire il proprio percorso universitario ampliando le conoscenze e le esperienze. A mio parere, la SSC nasce per formare la futura classe scientifica, quindi mi sento di consigliarla soprattutto a coloro che, uscendo dal liceo, sentono questa vocazione per la ricerca in senso puro: la Scuola fa al caso vostro.»

*allieva SSC, IV anno Classe delle Scienze Umanistiche e Sociali

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