Il fascino e i capricci di “Her Majesty”: l’Etna e il caos dell’aeroporto visti dall’estero
La stampa internazionale racconta il vulcano come uno spettacolo naturale irresistibile, ma anche come una presenza familiare e ingombrante. E mentre la cenere paralizzava Fontanarossa, una domanda si faceva spazio nelle riflessioni di chi osservava l’isola da lontano: quanto può essere fragile un sistema infrastrutturale costruito a poche decine di chilometri da uno dei vulcani più attivi del pianeta?
C’è un momento in cui l’Etna smette di essere una meraviglia da fotografare dal finestrino dell’aereo e diventa, per quello stesso aereo, il suo più acerrimo nemico. All’interno dei terminal dell’aeroporto Vincenzo Bellini di Catania, tra tabelloni rossi di cancellazioni e passeggini abbandonati, centinaia di viaggiatori per tutta l’estate – e fino a questa mattina – hanno invano una coincidenza su uno smartphone privo di risposte. È in questo esatto punto di contatto – dove l’imponderabile forza della natura incrocia la logistica della mobilità globale – che lo sguardo della stampa estera ha fissato le sue telecamere. L’ultima e reiterata fase eruttiva dell’Etna è diventata oltreconfine il palcoscenico di un racconto a due facce: mentre Reuters raccontava l’ennesimo balletto tra chiusure e riaperture sottolineando come l’aeroporto, quinto in Italia per traffico passeggeri, sia ormai costantemente esposto alle conseguenze dell’attività vulcanica, ecco che una visione sfaccettata ha iniziato a prendere forma: da un lato l’estasi visiva per lo spettacolo del vulcano attivo più alto d’Europa; dall’altro una strisciante, quanto lucida, perplessità per le fragilità sistemiche della Sicilia, tra voli dirottati, comunicazione rivedibile e interrogativi logistici.
LA MONTAGNA INCANTATA. La stampa straniera continua, infatti, a raccontare l’Etna con un misto di stupore e fascinazione. In agosto, mentre la cenere costringeva Fontanarossa a sospendere i voli, Euronews osservava una curiosa contraddizione: l’eruzione stava provocando disagi al traffico aereo nel pieno della stagione turistica, eppure l’evento non intaccava il richiamo per una grande quantità di visitatori. Il vulcano, scriveva la testata, è affettuosamente chiamato dagli abitanti “Her Majesty”, Sua Maestà. E proprio quella nobiltà percepita, quella magnificenza, era un motivo sufficiente per affrontare un disagio non da poco.
È un’ambivalenza che emerge ancora meglio in un articolo del The Times del 10 settembre. Il giornale scrive che i turisti amano l’Etna per le sue “antics”, purché le sue emissioni non interferiscano con i voli. Ma subito dopo introduce un’altra parola, molto più intima: “Idda”, “lei”. È così che i siciliani chiamano il vulcano, sottolineando il rapporto quasi personale con una presenza che, oltre a minacciare occasionalmente il traffico aereo, regala alla terra una fertilità. È forse qui che lo sguardo straniero ha colto qualcosa che andava oltre la semplice cronaca dell’eruzione: l’Etna non è soltanto qualcosa con cui i siciliani devono convivere. È qualcosa che appartiene alla loro idea stessa di casa.

LEGAMI FAMILIARI. Nel 2025 Le Monde aveva dedicato all’Etna un reportage dal titolo eloquente: L’Etna, mère protectrice et grondeuse, “l’Etna, madre protettiva e brontolona”. Il giornale francese raccontava il lavoro del fotografo siciliano Emanuele Occhipinti, autore del progetto A’ Muntagna, e descriveva il rapporto degli abitanti con il vulcano come «un amore straordinario». L’Etna, nelle parole raccolte dal fotografo, è considerato un’entità vivente, quasi una madre che protegge, nutre e al tempo stesso può manifestare la propria collera.
Ma la metafora familiare non è una suggestione recente. Già nel 2001, The Independent aveva colto questa dimensione intima, pubblicando un reportage intitolato Learning to live with Auntie Etna: imparare a vivere con “zia Etna”. Il giornale raccontava gli abitanti delle pendici del vulcano come persone abituate ai suoi umori, capaci di accettarne la minaccia senza per questo sviluppare risentimento. Una residente intervistata dal giornale spiegava allora: «We live with this volcano. It’s like a family member». Viviamo con questo vulcano. È come un membro della famiglia. È una frase che sembra fatta apposta per descrivere ciò che accade oggi. Perché il disagio non cancella l’affetto. Così come, tuttavia, l’affetto non cancella il disagio.
Idda può rendere fertile una vigna e, qualche chilometro più in là, costringere migliaia di persone a cambiare aeroporto. Può essere uno spettacolo per chi sale a guardare la lava oppure una nutrice dai tratti spigolosi. E forse il punto non è scegliere fra queste immagini. È accettare che siano tutte vere
CAOS SULLA PISTA. Il paradosso diventa evidente quando l’Etna arriva sulla pista di Fontanarossa. La stampa britannica parla di “travel chaos”; quella spagnola di “caos en el aeropuerto de Catania”. I voli vengono cancellati, altri sono dirottati verso Palermo, Trapani o Comiso, e un problema nato sulla montagna finisce per coinvolgere l’intero sistema dei trasporti siciliano. The Independent, nel frattempo, ricorda che l’Etna «regularly interferes with operations at Catania»: non si tratta dunque soltanto dell’eccezionalità dell’eruzione di questi giorni, ma di una vulnerabilità ricorrente. Il giornale spiega inoltre perché la prudenza sia necessaria: la cenere vulcanica può essere aspirata nei motori degli aerei e comprometterne il funzionamento.

L’INTERROGATIVO. L’aeroporto non si trova ai piedi dell’Etna: tra Fontanarossa e il vulcano ci sono circa trenta chilometri. Ma la vicinanza, combinata con la direzione dei venti e con la dispersione della cenere, rende l’infrastruttura particolarmente vulnerabile. Lo raccontava così ai suoi lettori El País in un reportage pubblicato durante l’eruzione di agosto. Mentre Catania era paralizzata, la testata spagnola ricordava che da anni si discute della possibilità di costruire un nuovo aeroporto nel centro della Sicilia o di redistribuire parte del traffico su scali come Comiso. Ma il problema, osservava il giornale iberico, non sta soltanto nel luogo in cui collocare una pista: quando Fontanarossa si ferma, la crisi si propaga rapidamente a tutto il sistema. Comiso viene a sua volta raggiunto dalla cenere, Palermo e Trapani devono assorbire i voli dirottati, mentre autobus, taxi e strade diventano parte della stessa emergenza. È una prospettiva forse più interessante della semplice domanda sulla distanza dall’Etna: quanto è resiliente un’isola quando il suo principale aeroporto orientale deve fermarsi? Una domanda che vale ancor più quando sulla città etnea, come accaduto negli scorsi giorni, si abbatte una combo micidiale come quella raccontata da Lovin Malta: il cosiddetto double whammy, ovvero la singolare congiuntura per cui la città si ritrova contemporaneamente paralizzata dalla pioggia di cenere in quota e dagli allagamenti lungo via Etnea a causa dei repentini nubifragi autunnali. L’Etna non può essere spostato, né si può pretendere che smetta di fare ciò che un vulcano attivo fa. Lo stesso discorso vale per il clima, sempre più incline ad eventi estremi. A doversi adattare, semmai, è il sistema che sta intorno.
VIVERE E CONVIVERE. Forse è proprio questo che rende il racconto internazionale dell’Etna più interessante della semplice cronaca di un aeroporto chiuso. All’estero vedono il vulcano come uno spettacolo. I siciliani, naturalmente, lo percepiscono come qualcosa di più difficile da tradurre: una presenza benevola e minacciosa, impossibile da separare dal paesaggio, dall’economia e dall’identità. Idda può rendere fertile una vigna e, qualche chilometro più in là, costringere migliaia di persone a cambiare aeroporto. Può essere “Her Majesty” per chi sale a guardare la lava oppure una nutrice dai tratti spigolosi.
E forse il punto non è scegliere fra queste immagini. È accettare che siano tutte vere. L’Etna è una delle ragioni per cui il mondo guarda alla Sicilia con meraviglia. Ma è anche una presenza che obbliga l’isola a interrogarsi continuamente sulla propria essenza e sul proprio futuro. La domanda, allora, è: quali interventi, quali scenari possono sottrarre l’isola ad una condizione perennemente emergenziale?
(In copertina: Foto di Andrea Mirabella | Wiki Commons)
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