«A cosa serve la politica se l’Italia non fa scelte?» Immigrazione ed Europa
secondo Lucio Caracciolo

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«Quando nel nostro Paese si parla d’interesse nazionale, l’impressione è che quest’ultimo sia solo quello di ricevere ordini. Ma se non ci facciamo venire qualche idea sul nostro futuro a cosa serve avere un governo?»

Nell’analisi di Lucio Caracciolo l’Italia si trova “nell’occhio del ciclone” poiché al centro di tre crisi: quella del Nord Africa, quella dell’Europa dell’Est non pacificata e quella di senso dell’Unione Europea. In questo scenario, presentato in occasione del convegno “Mediterraneo in guerra. Crisi dell’Europa” all’Università di Catania, il direttore di Limes ha affrontato dal punto di vista geopolitico alcuni dei macro temi che riempiono le pagine dei nostri quotidiani. Tra questi non poteva mancare quello del grande flusso migratorio, che vede migliaia di disperati sbarcare sulle coste della nostra isola in cerca di una porta verso un’Europa sempre più priva d’identità. Ma come viene affrontata la questione nel nostro Paese? E quali misure adottare affinché un problema diventi una risorsa?

«La maggior parte dei migranti – spiega Caracciolo – sbarca in Italia considerandola un collo di bottiglia verso l’Europa. Per alcuni anni lo sport delle nostre autorità è stato quello di salvare vite umane, salvo poi sperare di mandarle più lontano possibile. Contestualmente a questo il Governo ha dialogato con la Libia tentando di arginare i flussi dall’Africa. Oggi, fatto fuori Gheddafi, s’intrattengono rapporti con paesi come la Tunisia e il Niger. Quest’ultimo, tuttavia, il traffico lo organizza: ne ha deviato una parte verso altri corridoi e nel frattempo ha raddoppiato gli introiti con traffici di armi e droga».

«L’Italia tratta la questione migranti dialogando con il Niger, ma questo ha raddoppiato gli introiti dei traffici di armi e droga»

E se la politica estera italiana in quest’ambito non viene valutata positivamente dal giornalista e docente romano, la situazione non migliora quando si parla d’integrazione. Il confronto è con la Germania, che nel settembre 2015 ha aperto le proprie porte a milioni di rifugiati arrivati dalla Siria e dall’Afghanistan. «Sebbene la decisione solitaria della cancelliera Merkel abbia provocato una reazione che ha fatto sorgere un partito nazionalista che oggi ha oltre il 10% dei consensi – spiega ancora Caracciolo – i nostri amici del Nord hanno posto la questione dell’integrazione. Nel nostro Paese, invece, si cerca di evitare il problema delegandolo alle associazioni di volontariato poiché si tratta di un argomento impopolare e che rischia di far perdere voti».

«Nel nostro Paese si cerca di evitare il problema integrazione poiché si tratta di un argomento impopolare e che rischia di far perdere voti»

Lo specchio di questa totale assenza di politica d’integrazione sono i nostri centri d’accoglienza: luoghi in cui i migranti dovrebbero soggiornare trenta giorni e nei quali rimangono per anni. Al di là degli scandali che abbiamo letto sui giornali, con un’emergenza trasformatasi in un vero business economico, quali saranno gli effetti a lungo termine delle dinamiche che si sviluppano in questi contesti? «Oggi – chiarisce Caracciolo – chi arriva in Italia cerca di organizzarsi come può, ma questo avrà ripercussioni importanti tra qualche anno. Andando avanti così l’Italia del futuro vivrà continui attriti e frizioni tra noi “italiani di nascita” e gli immigrati delle nuove generazioni che per forza di cose vivranno nel Paese con regole diverse dalle nostre».

«Senza una politica d’integrazione futuro avremo continui attriti e frizioni tra noi “italiani di nascita” e gli immigrati delle seconde generazioni che vivranno con altre regole»

Allargando lo sguardo a una visione più macroscopica, a complicare il quadro è la crisi geopolitica della costituzione europea la quale, comportando una forte disgregazione istituzionale e mancanza di fiducia reciproca, si traduce nell’incapacità di vedere obiettivi comuni. «L’idea prevalente in Europa – conclude Caracciolo – è quella che ciascun paese abbia obiettivi diversi dagli altri. L’unica cosa da fare, allora, è prendere delle posizioni come Nazione. Sarà fondamentale avere una politica immigratoria seria e sensata, che ripristini un grado di solidarietà che oggi non si ripercuote su scala europea, augurandoci di essere ancora in tempo per evitare conseguenze molto più gravi nel nostro futuro. Nei prossimi mesi ci giocheremo davvero molto».

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