Edoardo Cacciatore: una poesia di eccezioni e di segreti
In tutto il Novecento si farebbe fatica a rintracciare uno spirito corsaro come quello del poeta nato a Palermo. Un uomo che difese strenuamente la sua eccentricità e che, con i suoi sonetti, ha scardinato le regole del linguaggio. Fino al punto da rendere i vuoti più affascinanti dell’apparenza
La poesia può generare paura. Quasi come se l’inchiostro, la successione dei versi, l’incastro delle rime e delle segrete corrispondenze si vestissero di terrore, di perturbante incertezza. La vorremmo piana, distesa. E ci spiazza, quando, invece, si presenta spigolosa, recalcitrante. La desidereremmo amica e confidente, libro di aperte confessioni: e poi la ritroviamo barriera, parete da scalare. Può far paura, la poesia. Come tutto quello che sfugge alla comprensione. Come i misteri che si chiudono in sé stessi e non si offrono ad alcuna risoluzione. Si cerca soccorso qua e là. Si domanda alla filosofia, si scartabellano gli annali della letteratura, si cerca nell’oscurità dei sensi un gancio, un’analogia. Ma poi, dinanzi all’eccezione, all’intimità di un sentire sconosciuto, bisogna capitolare. Rassegnarsi all’idea i vuoti hanno il loro fascino, la loro raison d’être. Lasciarsi trasportare dalla corrente. Fuggire le etichette, le caselle rigide, gli schemi consunti di una presunta logica. Abbracciare la complessità dell’incomprensibile. E certo si tratta di una chiamata dall’alto costo. Per chi scrive, naturalmente. Ma anche per chi si avventura nella lettura. Nella marginalità di un mondo senza riferimenti. Un mondo sempre a rischio di sprofondare nell’oblio o nell’indifferenza. Come accaduto al siciliano Edoardo Cacciatore. Non perché la sua vita di poeta e critico abbia conosciuto pochi scossoni, se non il prematuro trasferimento da Palermo, dov’era nato nel 1912, a Roma con la famiglia. Non perché le sue tracce letterarie fossero talmente evanescenti da non meritare menzione. Ma per la ragione esattamente opposta. La sua eccentricità, il suo sottrarsi alla consuetudine, all’influenza di un modello piuttosto che di un altro, gli valsero – e gli valgono tuttora – uno scarso riconoscimento. Perché si potrebbe percorrere in lungo ed in largo il Novecento poetico. Incaponirsi nell’accostargli altri trasgressori del canone, altri liberi versificatori. Eppure a fatica si troverebbe un omologo. Un irriducibile corsaro della forma chiusa. Un uomo incurante del suo essere scomodo.
Amava scardinare, Cacciatore. Innestare la sua modernità, il suo sperimentalismo, nella forma poetica per eccellenza: il sonetto. Il filo rosso che si snoda lungo i secoli della lirica italiana e non. L’armonia codificata di quartine e terzine. Il grande, classico sfoggio di brevità e abilità. Lo scrigno per generazioni di sentimenti. Distorto, traslato su un piano diverso. Sospeso, slegato dai referenti della lingua e degli occhi. Come ben testimonia Sollievo, tratta dalla raccolta La puntura dell’assillo (1986), che ondeggia tra una sentenza di condanna contro il tempo e un inno al disorientamento. Tra la demistificazione della normalità e un’esaltazione al senso di smarrimento:
«Sentire alla lunga è esperienza assai vieta
Sollievo, da La puntura dell’assillo (1986)
Protendi quei brividi a farne bersagli
Vi bàzzichi e fissa tu credi la meta
In faccia o di taglio l’azzecchi o la sbagli
È un’altra − lo scopo che lucri è in cammino
Errando ormai va in tutto dissente
Sentire pretendi e ti fai più vicino
Così che il sensorio risulti battente
Chi batte è l’assillo pressante andatura
Il rombo si asserpola e stringe in un dunque
Di balzo è raggianza più in su s’avventura
Felice − tortura quei sensi qualunque
Coatto tu vivi via via coevo
Tu pensi per ordine e provi sollievo»
Ma poi eccolo emergere, il referente. Rientrare in scena da uno sfondo dimenticato. Camuffarsi dietro una parvenza di familiarità. Impersonare la faccia di una luna che si scopre in grado di parlare, anche se non, interamente, in maniera lieta. Non è la luna di Leopardi, quella del ricordo e dell’innocenza. Non è la luna di Ciàula, quella dello stupore e dell’illusione. Non è la luna di Federico García Lorca, quella sensuale che fugge dalle grinfie dei gitani. Ma è comunque la luna di tutti. Che veglia sui rumori e sui silenzi. Sui morti e sui vivi. [Nella luna di luglio da Il discorso a meraviglia (1996)]:
«Questa luna che dice ad ogni cosa svestiti
Nella luna di luglio, da Il discorso a meraviglia (1996)
La realtà svela ai sepolcri dell’Appia
Nella luna di luglio due volte superstiti
Al morto prima ed ai vivi poi ch’io sappia
Sopravvivenza mostra un logoro costume
Da un lato all’altro strappato dal collo all’anca
Di ogni sospetto la vita ormai è immune
La nullità consiste si fa pietra bianca
Gli occhi dentro ai quali è un viaggio di laghi
Dimenticano mentre sanno l’accaduto
Non hanno nemmeno l’accortezza dei maghi
Che tengono per dato quanto è risaputo
Questa luna in cui ora andiamo smarriti
È la morte di cui ci siamo rivestiti»
Ma è anche a fermarci qui, che Cacciatore ci invita. Dove il viaggio sembra iniziare, ma forse è già alla sua conclusione. Alle soglie di una dimensione intermedia tra il detto e il non detto. Perché la poesia può far paura. Se non si accetta che anche lei, esattamente come noi, è gelosa dei suoi segreti.
(Immagine in copertina generata con Bing Image Creator)

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