Elio e Ginetta: un amore contro il tempo, i regimi e le convenzioni
Fu, in tutti i sensi, una storia proibita, quella che unì Vittorini a Varisco, donna ribelle e spirito libero di cui lo scrittore si innamorò quando entrambi erano ancora sposati. La loro unione, scandalosa agli occhi della società dell’epoca, fu tanto travolgente da resistere al pregiudizio, alla distanza, alla caccia del fascismo per la loro partecipazione alla Resistenza. E da resistere persino alla divisione che la morte voleva imporre loro
Fu, in tutti i sensi, una storia proibita, quella che unì Vittorini a Varisco, donna ribelle e spirito libero di cui lo scrittore si innamorò quando entrambi erano ancora sposati. La loro unione, scandalosa agli occhi della società del tempo, fu tanto travolgente da resistere al pregiudizio, alla distanza, alla caccia del regime fascista per la loro partecipazione alla Resistenza. E da resistere persino alla divisione che la morte voleva imporre loro
Forse è vero che l’amore è tutta una questione di destini. Di attimi che si rivelano favorevoli anche quando tutto ciò che li circonda farebbe pensare al contrario. Una logica folle li sorregge, sospesi nell’intensità della loro affermazione. Immuni a qualsiasi negazione della loro esistenza. Si insinuano sotterranei, nei cuori che assaltano senza preavviso, come fuoco che si spande lungo le viscere della terra. Arrivano persino a riscrivere la storia, a sfidare la finitezza umana con la pretesa – e la promessa – di una qualche forma di eternità. Cavalcando anche i silenzi imposti da chi vorrebbe privarli di ogni alito di voce. Quegli stessi attimi, in fondo, non sono che inni alla necessità del saper soffrire per la giusta causa. Ferite che non si vorrebbe mai veder cicatrizzarsi. Abissi che non si può fare a meno di esplorare anche di fronte alla possibilità di finire fagocitati. Anche a costo di dover abbandonare qualcosa, o qualcuno, che a lungo avevamo custodito. Forse, allora, l’amore è la più rischiosa delle scommesse. Un aut aut tra la rovina e la rinascita, tra l’oblio e l’esaltazione. Un crinale accidentato che divide il sogno dalla salvezza. Un giuramento che, nel dichiarare un’appartenenza, segna contestualmente un distacco. Sarà che, parafrasando una celebre lirica di Prévert, gli amanti sono soli contro le porte della notte. Sarà che, a volte, lo sono anche contro le porte del pregiudizio. O quelle sbarrate di una cella. Come avvenne ad Elio Vittorini e Ginetta Varisco, protagonisti di un’epopea sentimentale lunga più di trent’anni, capace di attraversare indenne conflitti e distanze, detenzioni e condanne morali. Aggrappata a segreti e mezzi di fortuna, al caso come ad un’inesauribile speranza. Testimoni e vittime di un tempo che li avrebbe voluto divisi: e che invece, da quel 1932 in cui i loro sguardi si incrociarono per la prima volta a Bocca di Magra, non poté far altro che inchinarsi alla loro volontà.
Quella di Vittorini e Varisco non fu appena un’unione inscalfibile: ma la realizzazione di un microcosmo alienato dalle logiche consumate e grette del potere, della falsa moralità, delle etichette.
A favorire il loro incontro fu una di quelle beffe che la sorte ogni tanto si riserva di offrire. Giansiro Ferrata, critico letterario e marito di Ginetta in seconde nozze, fu l’innesco di una passione che non trovò mai requie. Nonostante, in quel momento, anche Vittorini fosse legato al matrimonio con Rosa Quasimodo, sorella del grande poeta. La loro comunanza di spirito, tuttavia, non conobbe confine: lui, emergente scrittore destinato ad una sfavillante carriera e ad un’irrequietezza morale ed intellettuale che lo avrebbero reso inviso sia al fascismo sia, in un secondo momento, al comunismo; lei, animo ribelle e insofferente alle costrizioni, volto sbarazzino – e archetipo di quella figura femminile che solo la fine degli anni ’60 avrebbe lasciato intravedere – che non temeva di interrompere legami coniugali e dedicarsi ad un uomo più giovane di lei. «Quando si ribellava a certe regole di vita – scrisse delineandone uno dei tratti fondanti della sua personalità lo scrittore Mario Monti – lo faceva con la stessa passione che aveva usato prima per difenderle. Non riusciva ancora a comprendere quanto le succedeva: confusamente sapeva di agire per orgoglio in cerca di una vaga libertà contraria alle convenzioni valide in altre famiglie». E non stupisce, dunque, che fu in un momento critico come la repressione fascista ad alimentare ulteriormente la loro attrazione. Quando, negli anni della Seconda guerra mondiale, Vittorini fu incarcerato a San Vittore per il suo collaborazionismo con la Resistenza. Ginetta, anch’essa tra le fila degli antifascisti, non esitò mai a fargli visita, con l’ausilio di quella stessa bicicletta che serviva a diffondere e consegnare del materiale anti-regime. Fu l’abisso della libertà repressa, l’ardente desiderio di una nuova vita a saldare definitivamente il loro legame. Che si concretizzò, poi, negli anni ’50, dopo aver ottenuto le separazioni dai rispettivi coniugi in Svizzera, dal momento che il divorzio, in Italia, era ancora naturalmente vietato. Il loro sodalizio d’amore, trasferitosi a Milano, divenne ben presto anche letterario: la loro casa si tramutò in un salotto frequentato dalle più prestigiose figure nazionali ed internazionali. Quella di Vittorini e Varisco non fu appena un’unione inscalfibile: ma la realizzazione di un microcosmo alienato dalle logiche consumate e grette del potere, della falsa moralità, delle etichette. Tanto che nemmeno l’urgenza di risposarsi prese possesso delle loro giornate. Almeno fino al 9 febbraio del 1966.
Senza sfarzo né ostentazione i due convolarono a nozze come ultimo dono per Vittorini. Di lì a tre giorni, lo scrittore siracusano venne stroncato dal cancro allo stomaco che lo attanagliava – senza tuttavia impedirgli di portare avanti il suo fervente lavoro editoriale – già da qualche anno. Ginetta gli sopravvisse per dodici anni, prima di ricongiungersi materialmente all’amato nel 1978. Per sua esplicita richiesta, Vittorini, che era stato originariamente tumulato a Milano, venne infatti sepolto nella tomba di famiglia dei Varisco, nel paese di Concorezzo, in Monza-Brianza. Nemmeno la terra poté trattenere l’ultimo riavvicinamento di un binomio che continua a rinnovare il proprio sentimento. Come dimostra l’intitolazione alla coppia, nel 2024, dei giardini della biblioteca comunale.
Cosa hai per consolare la tomba,
Marguerite Yourcenar – Réponses
Cuore sfacciato, cuore ribelle?
Il frutto maturo si appesantisce e cade.
Cosa hai per consolare la tomba?
‒ Ho il tesoro di essere stato.
(In copertina: immagine generata con OpenAI)

Hai apprezzato questo contenuto?
Il Sicilian Post è gratuito e continuerà a esserlo.
Ma il giornalismo indipendente ha un costo: ogni inchiesta, ogni storia verificata, ogni articolo nasce dal lavoro di persone che scegliamo di retribuire in modo equo.
Se sei arrivato fin qui, forse questo lavoro per te ha valore.
Per continuare a offrirlo a tutti abbiamo bisogno anche del tuo supporto.
Abbonarti significa sostenere un’idea di informazione libera e responsabile.
Come segno di ringraziamento, agli abbonati riserviamo alcuni contenuti e iniziative editoriali.




