Quei valori che svaniscono giorno dopo giorno: D’Arrigo, Gogol’ e il peso dell’indifferenza
Nel 1842, lo scrittore russo pubblicò una delle sue opere più celebri: “Le anime morte”, la storia di un uomo che tenta di arricchirsi sulle spalle di poveri schiavi sfruttati. Proprio di recente è emersa, dalle carte dello scrittore messinese, una riscrittura del materiale originale, pensata come sceneggiatura cinematografica. Un omaggio, certo, ma anche una reinterpretazione ambientata in Sicilia. Che ci svela come le vere anime morte sono quelle di chi disprezza il prossimo. Di chi, pur potendo, non si adopera per costruire un mondo migliore
«Sempre nella vita, dovunque, fra gl’irti strati suoi più bassi, ruvidi di miseria e bruttati di muffa, o tra le freddamente uniformi, noiosamente forbite classi superiori – dovunque, almeno una volta, interviene sul cammino dell’uomo un’apparizione, dissimile da tutto quello che gli è accaduto di veder finora; e, almeno una volta, desta in lui un sentimento, dissimile da tutti quelli ch’è destinato a provare nel corso della vita». Uno dei pregi più significativi della scrittura letteraria è quello di saper essere universale pur ricercando la sintesi. Di essere simbolo, metafora carnale ed esistenziale pur nella raffinata astrattezza della sua forma. E basterebbe leggere queste poche righe appartenenti alla penna di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ per ritrovarvi piena consonanza d’animo. Per scorgere, nell’intensa e surreale vicenda di Čičikov che si dipana nel celebre romanzo Le anime morte (1842), qualcosa che scotta di verità, di presente, che sopravanza ogni distanza. Perché è meschino Čičikov, ma anche un po’ disperato. Cerca con affanno il suo posto nel mondo, un’affermazione personale in una società di etichette, di ruoli predefiniti. Sente di poterla ottenere soltanto attraverso il denaro: e si ingegna, sulla via sbagliata, per accumulare dei grossi capitali. Si mette ad acquistare dei servi della gleba deceduti, che tuttavia ancora non risultano tali per via della cadenza quinquennale dei censimenti. Poveri disgraziati sfruttati fino all’ultimo istante della loro vita, sui quali i proprietari terrieri continuavano a pagare le tasse. È attraverso tale sotterfugio che il personaggio gogoliano assurge a uomo di ventura, ad inconsueto parvenu. Ma proprio quando la sorte pare arridergli, qualcosa va storto. E una consapevolezza nuova si fa largo nel suo spirito, mentre il romanzo si conclude con una rocambolesca e ignominiosa fuga. Nel silenzio di quella corsa, nell’incerto destino che attende Čičikov oltre le pagine, molti si insinuarono con curiosità. Tra questi, come di recente è emerso da un gruppo di carte rimasto ignoto presso il Gabinetto Vieusseux di Firenze, anche il nostro Stefano D’Arrigo, che aveva gettato le basi per una riduzione cinematografica del capolavoro di Gogol’. Una sorta di riscrittura che non soltanto omaggiava il materiale originale, ma che tentava di interpretarne la modernità, di prolungarne la semantica. Il risultato fu Il compratore di anime morte (2024), uscito postumo per Rizzoli.
Benché le premesse possano apparire pressoché identiche, Cirillo, l’orfano napoletano le cui vicende si svolgono alle porte dell’Unità d’Italia e a cui D’Arrigo affida le chiavi della narrazione, si fa portatore di un profondo senso di drammaticità. Tutti lo consultano perché si è sparsa la voce che i suoi sogni possano essere premonitori e forieri di grandi vincite: fanno a gara, i potenti, per assicurarsi l’ingenua industriosità di un ragazzo che ogni giorno deve lottare per la propria sopravvivenza. A spuntarla è il Principe di Margellina, un cronico scialacquatore che ha bruciato le proprie finanze nel gioco d’azzardo e che mira a restare a galla con degli espedienti poco specchiati. E proprio Cirillo, che non può far altro se non adoperarsi per garantirsi il favore del suo nuovo signore nel ruolo di scrivano, viene incaricato di escogitare la strategia vincente. Come il personaggio di Gogol’, anche lui si improvvisa trafficante di anime, dopo aver scoperto che, tra un censimento e l’altro, i contadini possono essere venduti insieme ad un appezzamento terriero anche quando non sono più in vita. Approdato in Sicilia, Cirillo ne accumula un numero considerevole. Ben presto, tuttavia, la voracità del guadagno lascia spazio ad una constatazione fulminante: tutto ciò che ha sempre dato per scontato, per assodato, è in realtà capovolto. I valori che ha sempre inseguito si mostrano in tutta la loro ipocrisia, in tutta la loro ferrea volontà di ritardare, oscurare i cambiamenti. Tutti i ricchi che lucrano sulla pelle di chi non c’è più, sul dolore di famiglie che non possono interrompere la propria fatica nemmeno per piangere i propri cari, gli appaiono improvvisamente come i veri morti: come menti e cuori corrotti dall’avidità, insensibili alla sorte del prossimo, prigionieri di un’inerzia fatale. Cirillo si interroga più volte sul da farsi, finché tutto non gli appare chiaro quando entra in contatto con la famiglia Traina e con la storia di Rosaria, dispersa e creduta morta. In quel microcosmo umile e familiare, in quella dimensione che gli era sempre risultata estranea, il giovano trova, per la prima volta, un barlume di sé stesso. Un appiglio al quale rivolgere la sua frustrazione, il suo irrisolto carico di solitudine. Capisce, nel riflesso di quegli occhi sofferenti ma sovrabbondanti di dignità, che la vera morte della società è l’indifferenza, l’indisponibilità ad agire pur avendone i mezzi, il seppellimento dell’empatia in nome di una logica da homo homini lupus. Imprigionato dopo che i suoi traffici illegali sono stati scoperti, Cirillo decide di sganciarsi da quel meccanismo perverso. Sceglie gli affetti rispetto al denaro.
Sull’onda delle contestazioni popolari nate in seguito allo sbarco delle milizie garibaldine nell’isola, decide di restare in Sicilia, accanto ai Traina, e di combattere per la causa che gli appare giusta. Lo vediamo, alla fine del romanzo, infervorato, schierato dalla parte dei rivoltosi. E poco importa che, nel suo percorso di maturazione, i Mille si riveleranno tutt’altro che nobili liberatori. Per una volta, Cirillo ha preso posizione. Ha scelto il suo destino. Ha camminato in mezzo alla morte del buon senso, della solidarietà, e ne è uscito rinnovato. Desideroso di rivolgere finalmente, a quelle anime che credeva di poter comprare, uno sguardo di compassione. Uno sguardo che le riconsegni alla vita.
(Immagine in copertina generata con OpenAI)

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