Europa, democrazia e società: stiamo perdendo dei beni preziosi senza accorgercene?

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Stiamo forse dando per scontati i vantaggi che essere membri dell’Unione porta con sé? Quali sfide inedite e troppo poco discusse si appresta ad affrontare? Qual è il DNA di questo consorzio, ancora troppo economico e poco politico? Ne abbiamo discusso con Giuseppe Tripoli, Segretario Generale Unioncamere

«Viviamo entro i confini dell’Unione Europea senza renderci conto dei vantaggi che ne traiamo, nello stesso modo in cui viviamo sulla terra senza renderci conto dell’aria che respiriamo, almeno fino a che questa non viene meno». L’esempio utilizzato da Giuseppe Tripoli, Segretario Generale Unioncamere intervenuto presso la scuola Francesco Ventorino all’incontro su “L’Europa, le persone la politica” insieme al Presidente per la Fondazione Sussidiarietà, Giorgio Vittadini, e al giornalista Giuseppe Di Fazio, è molto incisivo. Quali conseguenze sta provocando la Brexit in Inghilterra e perché in Italia i tradizionali partiti anti-europeisti hanno modificato le loro priorità? «L’economia italiana è tra le 5 economie europee più vocate all’export, con 460 miliardi di merci vendute ogni anno all’estero, di cui, più della metà in Europa. Ogni giorno insomma le aziende italiane vendono ai Paesi esteri più di un miliardo di merci». Questo dato invisibile è divenuto evidente a tutti quando, qualche settimana fa, l’apparente approssimarsi della Brexit aveva spinto il Governo italiano a formare le aziende che lavorano con la Gran Bretagna per fronteggiare le procedure doganali. «Le imprese italiane interessate da quest’azione formativa sarebbero state ben 120 mila, un numero che in altri Paesi non è pari nemmeno alla somma di tutte le aziende che esportano all’estero». Ma l’Unione Europea non è solo un grande mercato che ha permesso la crescita delle imprese, è anche un sistema che agisce in sinergia nella difesa della giustizia sociale, mediante una condivisione delle modalità operative di sindacati o altri organi di tutela dei lavoratori. «Ancora una volta i dati sono estremamente esemplificativi: l’Europa, pur avendo solo il 7% circa della popolazione mondiale, ha un welfare che pesa sul Pil mondiale per il 50%. L’Unione Europea ha insomma messo insieme le risorse ma senza dimenticare i più deboli, anzi tutelandoli ed evitando così quella drastica separazione tra ricchi e poveri, che caratterizza società come quella statunitense o cinese».

DALLA POLITICA ALL’ECONOMIA. «La costruzione dell’UE non è stata lineare, anzi, se dovessimo rappresentarla dovremmo certamente segnalare tre momenti di inversione di rotta. Il primo avvenne quasi subito nel 1954, quando la Francia attraverso un referendum fu chiamata a scegliere se promuovere o bocciare il progetto di un’Europa federale che mettesse insieme le risorse e la difesa». Un progetto che non piacque ai francesi e che costrinse i “padri fondatori” a puntare piuttosto su un’unione economica con i Trattati di Roma del 1957. «Ecco che la politica esce dai binari europei ed entra l’economia, su cui si costruisce il mercato comune. Questo è stato il pilastro portante fino alla caduta del muro di Berlino, quando l’Europa ha dovuto fronteggiare il cambiamento degli equilibri interni con una Germania riunita e divenuta il gigante dell’Europa. La politica continuò però a restare al di fuori dei ranghi europei grazie all’ombrello americano che gestiva il rapporto con l’Unione Sovietica e il Medio Oriente». L’ultima inversione coincide con la crisi economica internazionale e il cambiamento dei grandi leader mondiali. «Con Trump, Xin Jinping e la nascita dei nazionalismi, la storia si è rimessa in moto e l’UE si è ritrovata sprovvista nel gestire problemi di natura politica perché concepita per questioni economiche. Gli ingenti flussi migratori, per i quali il trattato di Dublino si è rivelato inadeguato, il ritorno della politica e la fine dell’ombrello americano pongono oggi l’Europa in difficoltà e dovrebbero essere oggetto di un dibattito che invece è assente».

LA FINE DELLA SOCIETA? La disintermediazione sembra essere il principale obiettivo politico degli ultimi governi, in dialogo direttamente col singolo cittadino e bypassando ogni realtà intermedia. Come ci spiega Tripoli, «la disintermediazione è un meccanismo che viene da lontano ed è estraneo alla storia dell’Italia che ha costruito la sua società fondandosi sulle realtà intermedie. Quando al Primo ministro britannico Margaret Thatcher fu chiesto cosa ne pensasse della società, lei rispose semplicemente che la società non esiste e in suo luogo ci sono i singoli cittadini; non è un caso poi che proprio la Gran Bretagna abbia istituito il Ministero della Solitudine per fronteggiare un problema sociale diffuso». Ma perché allora un processo totalmente estraneo alla cultura italiana attecchisce anche nel nostro Paese? «Oggi il grande potere economico risiede sì nella finanza, ma soprattutto nelle aziende che gestiscono i dati degli individui. Le grandi società che operano sul web ricavano sufficienti informazioni per tracciare un profilo completo di ognuno di noi. Queste aziende necessitano di una società disintermediata per dialogare direttamente con il consumatore». Così anche nell’Italia dei distretti e delle reti di imprese, delle cooperative e dei consorzi si tenta di smantellare ogni corpo intermedio. La disintermediazione influisce anche sul concetto di democrazia e sulle sue potenzialità, come spiega Tripoli. «La democrazia non è una semplice investitura di un leader, come credono Orban e Putin, bensì il bilanciamento dei poteri e l’attuazione della socialità. Dietro la disintermediazione non c’è un disegno di efficientizzazione della società, bensì di impoverimento della democrazia stessa».

QUESTIONE DI SPINA DORSALE. L’identità dell’Europa ha una dimensione intangibile, quella forgiatasi in 2500 anni di storia attraverso la fusione tra Atene con l’amore per la ragione, Gerusalemme con il senso dell’assoluto e la dignità di ogni persona, Roma con la sua capacità unica di tenere insieme le diversità. Accanto però vi è anche una dimensione tangibile. «L’identità dell’Europa è data anche dalla sua corporeità – precisa Giuseppe Tripoli – ovvero da quell’organismo fisico che i giuristi chiamano “comunità europea”. Di questa fisicità fanno ad esempio parte i caffè, quei luoghi che, secondo George Steiner, caratterizzano il continente europeo in quanto spazio di discussione e d’incontro per una cultura unitaria». Riscoprire quest’identità è fondamentale per aprirsi alla diversità ed abbattere i muri. «Solo gli animali privi di spina dorsale hanno bisogno di un guscio. La spina dorsale dell’Europa è questa ricchezza culturale che emerge da una storia millenaria di valori e di costruzione comune: quando questa si impoverisce prevale l’esigenza del guscio».

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