Diciamolo chiaramente: tra il susseguirsi di divieti e lockdown, andare a cenare fuori – magari in un’occasione speciale – è diventato non solo un lusso, ma anche un’attività meno spensierata di quanto lo fosse prima. L’idea di recarsi in un ristorante, incontrare degli estranei e rischiare un contagio per un’attività “non essenziale”, inevitabilmente, rende molti meno sereni e talvolta ci fa pure sentire in colpa.
Nel corso degli ultimi dodici lunghissimi mesi, ristoratori e imprenditori del settore non sono stati con le mani in mano, dapprima facendo a gara di solidarietà (con molte “celebrità” che hanno cucinato per gli ospedali e tutti coloro che sono stati impegnati in prima linea nella lotta al virus) e in seguito trovando vari modi per offrire servizi compatibili con le restrizioni: inventandosi formule cena più camera in hotel o attrezzandosi con il delivery. Quest’ultimo, inutile negarlo, non sempre ha funzionato a dovere. Perché se con il sushi e i piatti freddi, così come con la pizza, tutto sommato ce la siamo sempre cavata, una cena completa a domicilio è semplicemente impensabile. Immaginate di assaggiare una pasta preparata da venti o trenta minuti: nella migliore ipotesi potremo riscaldarla per avere un po’ l’effetto degli “avanzi del giorno prima”. 
In questo contesto, con San Valentino in piena zona arancione, la proposta degli Chef con la Coppola ha rappresentato quasi una sorta di luce in fondo al tunnel: una cena completa (da ultimare a casa) e la garanzia di quattro cuochi tra i più interessanti della loro generazione: Simone Strano (già chef Palazzo Montemartini, Roma), Giuseppe Raciti (chef di Zash, Riposto, 1 stella Michelin), Giovanni Grasso (già chef Medousa Bistrot, Taormina) e Peppe Torrisi (chef Cortile Spirito Santo, Palazzo Salomone, Siracusa). Certo, magari tavola e impiattamenti fatti in casa non avranno l’effetto di un ristorante gourmet, ma valeva la pena provare.

PIÙ ANIME, UN SOLO PROGETTO. Ciò che rende il progetto degli Chef con la coppola una sorta di unicum nella scena siciliana è la capacità di questi quattro giovani cuochi dalle identità molto definite di lavorare insieme alla luce di una competizione non dissennata, bensì costruttiva. Il risultato è stato un menù variegato, ma equilibrato e ben costruito. Consegnato con cura (da uno degli chef in persona) in box e buste ermetiche – senza tralasciare i minimi dettagli come l’olio biologico Feminò, la selezione di pane ai 7 cereali, pane di grano duro, grissini al sesamo e perfino “pane e panelle” – il menù ci è stato fornito insieme a delle istruzioni chiare e facili da seguire. La preparazione dei piatti è stata non solo semplice, ma anche divertente, con la composizione lasciata alla nostra fantasia.

GLI ANTIPASTI. Senza dubbio le entrée sono state tra le parti più intriganti della cena. Ad aprire le danze sono state delle ostriche con cedro, sedano e panna acida, per poi proseguire con il salmone salagionato, avocado, mandarino e semi di papavero e – a dispetto di chi inorridirebbe all’idea di mescolare pesce e formaggio – un delicato assaggio di gambero rosso, burrata, frutto della passione e peperoncino. Gli antipasti proseguono con degli scampi proposti a crudo (fuori menù), e uno sguardo ad Oriente con il nighiri di tonno e salsa teryaki e (a sorpresa) uno strepitoso sushi futomaki fritto.

Lo chef Giuseppe Raciti

IL PRIMO. La preparazione del primo ha richiesto una decina di minuti. Si è trattato di cavatelli di grano duro (da cuocere per sei minuti), ragù di totano (da scaldare in padella e nella quale saltare la pasta), una salsa di broccoletti (da scaldare a parte e usare come base) e mollica tostata (da aggiungere alla fine della preparazione del piatto). Un piatto ricco ed efficace, intenso e appagante – anche nelle porzioni – che ben si colloca a chiudere la prima metà della cena.

IL SECONDO. Se negli antipasti abbiamo assistito a un omaggio – seppur personale – al Giappone, il secondo è in un certo senso un sentito richiamo all’Etna e ai suoi lapilli, che vengono evocati dalla crosta nera del baccalà, servito con insalata di finocchi e maionese ai lamponi. Completata la cottura in forno per pochi minuti, il piatto si caratterizza per sapori ben bilanciati tra il pesce, l’agrodolce dell’insalata e la maionese dal colore così singolare.

DULCIS IN FUNDO. Il dolce proposto dagli chef è una mousse di cioccolato, rum e peperoncino presentata come fosse un gelato Magnum e accompagnata da piccole meringhe. Arriva al momento giusto, dopo i sapori intensi del pesce protagonista dei piatti precedenti, e fa sì che quando ci si alza da tavola non si può che rimanere soddisfatti.

IL VINO. Per quanto concerne il vino, abbiamo deciso di affidarci al gentile omaggio degli chef: una bottiglia di Shãh Mat Bianco Extra Dry “Maschio Dei Cavalieri”. Bollicine venete dunque, che a impatto potrebbero un po’ stonare con una proposta “con la coppola”, sebbene il progetto dei quattro chef sia da sempre stato incentrato su un’idea di Sicilia rispettosa del passato, ma in continuo dialogo con il mondo. Il vino, in ogni caso, ha svolto egregiamente il suo compito: non si tratta di una bottiglia onerosa e impegnativa, ma che sorprende per bouquet e per la giusta sapidità, prestandosi molto bene al sushi e agli antipasti e risultando adatta anche al resto della cena.


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