Il mito è necessario per sopravvivere: Camilleri, le sirene e l’Odissea al contrario
Mentre ancora il dibattito sul film di Nolan echeggia, dimostrando come i grandi racconti letterari trovino sempre il modo di rinnovarsi e tornare alla luce, uno dei romanzi più intensi dello scrittore di Porto Empedocle, ovvero “Maruzza Musumeci”, riscrive il famoso episodio omerico del canto suadente delle leggendarie creature per metterci dinanzi alla consapevolezza che oggi la disperazione di chi naviga per il mondo è data dalla guerra, dall’odio, dalle divisioni. E che leggere storie non è solo un diletto, ma un rifugio
Tuffarsi nelle eterne, narrative trame del mito non è appena un diletto, un vezzo da lettore appassionato. È una esigenza esistenziale, un ciclico, perpetuo mezzo di rinnovamento. Ci si aggrappa, al mito, come si fa con i ricordi dei momenti felici, dove la quiete, almeno per qualche istante, non rischia di essere minata. Come ad una boa in mare aperto, nel tentativo di resistere alla forza travolgente delle onde. I grandi racconti, i personaggi cardine, le vicende capaci di tenere insieme un certo grado di surrealtà e una profonda, vibrante umanità: tutto riaffiora a tempi alterni, in epoche distanti tra loro, abbellendo talvolta, con contorni differenti e rinnovati, una sostanza semantica pressoché immutata. È quasi una condizione inconscia, la nostra vicinanza alle suggestioni mitologiche. Un incontro che si presentifica nella topografia, nel folklore narrato e trasmesso con leggerezza, persino nel linguaggio e nelle sue più frequenti declinazioni d’uso. Forse perché la loro essenza coincide con quella di ogni generazione, con le sue aspirazioni e le sue cadute, le sue paure e le sue risoluzioni. Con i fondamenti morali ed emozionali di un’umanità sempre analoga a sé stessa. Certe sponde, poi, dal mito sono quasi state designate, elette. Elevate a magiche, indecifrabili risonanze. Sponde come la Sicilia, in cui l’antichità ha piantato semi destinati a prosperare, a reiterarsi senza soluzione di continuità. Perché nell’isola i miti non sono solo stati ambientati: sono stati riscritti, reinterpretati, riformulati, riattualizzati. Si sono incuneati persino nella modestia della quotidianità, in certe espressioni dialettali smozzicate, nelle abitudini di un popolo che non si domanda più da dove queste provengano. A questo sterminato patrimonio – e ad uno dei miti per eccellenza della tradizione occidentale – ha fatto ricorso Andrea Camilleri per dare forma ad uno dei suoi romanzi più sentiti, più intimi, più magnetici: vale a dire Maruzza Musumeci (Sellerio, 2007), una sorta di revisione antifrastica dell’Odissea omerica che, attraverso l’archetipo della sirena, ma anche attraverso temi complessi come l’emigrazione, la miseria, la solidarietà, utilizza una storia senza tempo per mettere in discussione il suo, il nostro, di tempo.
E a leggere le prime battute di questa singolare opera sembra di ritrovarsi in uno dei tanti romanzi storici che lo scrittore di Porto Empedocle amava intrecciare alla sua sterminata fantasia. Gnazio Manisco, del resto, incarna perfettamente il modello di siciliano self-made man, che sul finire dell’Ottocento fa fortuna in America e poi, vinto dalla nostalgia per la natia Vigata, vi torna per mettere a frutto quanto guadagnato. Non coltiva sogni chissà quanto ambiziosi: vorrebbe solo stabilirsi in un podere abbandonato che ha adocchiato, mettere su famiglia, godersi il profumo di casa che a lungo le circostanze gli hanno negato. Solo un elemento, di questo suo apparentemente canonico ritratto, ne “inficia” la piena sicilianità: un certo reverenziale, ancestrale timore verso il mare. Il destino, tuttavia, gli ha già riservato una sorprendente svolta. Quando la gnà Pina, la fattucchiera del paese a cui il protagonista si è affidato per trovar moglie, non lo conduce al cospetto di Maruzza:
«Per un misi, ogni volta che la gnà Pina passava per la trazzera e vidiva a Gnazio, isava un vrazzo in aria e agitava il pollice e l’indice della mano a significari che ancora non aviva nenti a vista.
Po’, ’na sira, la vecchia arrivò, s’assittò sutta all’aulivo e inveci della solita tanticchia d’acqua spiò un bicchieri di vino.
«Stavota la cosa mi pare seria» disse.
Gnazio portò un sciasco intero con dù bicchieri. Vippiro ’n silenzio.
Appresso la gnà Pina ’nfilò ’na mano dintra alla pettorina e cavò un pezzo di cartoni rettangolare che però non fici vidiri a Gnazio.
«Quant’avi ’sta picciotta?».
«Trentatri».
«Beh, non si pò diri tanto picciotta. E com’è che ancora non…».
«Ve lo spiego appresso».
«Nascì a Vigàta?».
«Sì e no».
«Che significa sì e no? O è di Vigàta o nun è di Vigàta».
«Nascì ’n mezzo al mari aperto».
Gnazio si sintì ’ntrunari.
«Spiegativi megliu».
«Sò matri s’attrovava nella varca di sò marito e dovitti sgravare accussì, alla picciliddra la lavaro con l’acqua di mari».
Misteriosa è, infatti, la figura di questa giovane e bella fanciulla, che in casa, con la bisnonna Menica, si esprime in un idioma incomprensibile e la cui melodiosa voce incanta e seduce tutti coloro che vi si imbattono. Non sa, Gnazio, che la sua futura consorte è una, per l’appunto, una sirena. Un residuo rinnovato di miti millenari, che sulla terraferma si mescola agli esseri umani. Forse perché, a quegli stessi miti, le sirene sono ancora incatenate. Sospese in un dovere da adempiere, prima di poter lasciare andare. È qui che l’arcano si sveglia. Che la traccia appena abbozzata dall’autore si rivela in tutta la sua completezza. Aulisse, uno degli impiegati presso il podere di Gnazio, al suono del canto di Maruzza si getta in mare: il mito è capovolto, la contesa risolta. Il mare sembra aver emesso il suo ultimo verdetto. Ma la mitologia non conosce orizzonte terminale. Cresce e ricresce su sé stessa, finché una nuova prospettiva non appare possibile. Ecco allora che, dalla coppia, nascono i due figli, Cola e Resina. Con istinto quasi eziologico, Camilleri il romanzo si chiude proprio seguendo le vicende del primogenito, desideroso di tornare in Sicilia dopo i suoi studi e a causa dello scoppio del secondo conflitto mondiale, e condannato ad affondare con la sua nave. Rimarrà lì, sul fondo degli abissi, dove verrà raggiunto dalla sorella. Forse prigioniero di un fato troppo più grande di lui. Forse libero, lontano, dal dolore della modernità.
Quella modernità in cui a generare la disperazione, il senso di autodistruzione, non è la melodia suadente di un canto, ma la guerra. Naufraghi, disertori, feriti approdano sulle spiagge della Sicilia e, anzi, sono proprio le sirene a prendersene cura, allietando i loro ultimi momenti con la propria voce. Il mito, ancora una volta, spiazza e rinasce. Come è rinato appena qualche settimana fa, con Nolan e il grande schermo. Per consolare, per affermare che nei momenti di oscurità, con il rombo degli aerei e dei droni alle nostre porte e una scia di odio che attraversa il mondo, il racconto, la letteratura, la più importante tra le cose inutili, può ancora custodire la speranza.
(In copertina: William Henry Margetson, A little sea maiden)

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