Il “Musaico” jazz
di Raffaele Genovese:
un viaggio in note
dalla Sicilia all’Olanda

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«Entusiasmo, energia e sincerità sono le mie tre parole chiave: sul palco non si bluffa, perché il pubblico capisce, anche se non ha studiato al conservatorio»

«Ogni composizione è come la tessera di un mosaico, descrive una parte della mia personalità, della mia vita». Musaico (AlfaMusic/Egea, 2016) è il terzo album del pianista jazz siracusano Raffaele Genovese. Un lavoro musicalmente maturo, con interessanti spunti di riflessione storici e personali. In occasione della presentazione del disco – che si terrà domani (sabato 18 marzo) alle 20.30 alla “Tenuta Barco di Emèra” a Marina di Lizzano (TA) per la stagione “Jazz & Friends” – l’artista ci ha parlato della sua musica e di questo nuovo progetto sviluppato assieme al suo trio siciliano (Carmelo Venuto al contrabbasso ed Emanuele Primavera alla batteria) e al sassofonista olandese Ben van Gelder.

Quanta Sicilia c’è nel tuo album?
«Sono siciliano ed è un dato di fatto che l’ambiente influenzi ognuno di noi, anche involontariamente. Una parte della mia isola c’è: a volte sono elementi inseriti volutamente, come le sonorità arabe o popolari. Ho cercato di scavare nelle radici storiche, come nel brano Ibn Hadmis per il quale mi sono inspirato a un poeta arabo vissuto a Siracusa nella metà dell’anno 1.000».

Nel tuo Musaico, come sono intrecciate musica e poesia?
«Il mosaico è un insieme di piccole tessere che creano un concetto. La parola prima è pensata e poi espressa foneticamente; il linguaggio della musica, allo stesso modo, è un’idea tradotta in suoni. Amo la letteratura, che uso spesso come fonte di ispirazione: ha la capacità di stimolare creatività e immaginazione, a differenza di un film, in cui tutto è “già pronto”».

Nell’album racconti suggestioni: possiamo considerarlo autobiografico?
«Lo è nella misura in cui va di pari passo con la storia: ad esempio, nel brano Via D’Amelio, ho cercato di tradurre in suono le sensazioni che ho provato alla notizia degli attentati mafiosi del 1992, anche se ero un bambino e non avevo gli strumenti per capire cosa stesse succedendo. Negli altri brani ho espresso anche la mia formazione culturale, il mio essere cittadino e appassionato».

Recentemente sei stato protagonista di un concerto al “Piccolo” di Milano, dove hai proposto un riarrangiamento del brano “Slow Down” assieme alla “Civica Jazz Orchestra” diretta da Enrico Intra. Che effetto fa ascoltare “in grande” un brano inizialmente concepito per pochi elementi?
«La bellezza dell’arte sta anche nell’emozionarti ascoltando ciò che hai scritto. Questo è stato il mio primo arrangiamento concepito per una grande formazione e vedere diventare realtà ciò che hai scritto crea una sensazione di meraviglia. Sicuramente è stata una bella esperienza anche dal punto di vista emotivo e umano: ho ritrovato Tony Arco e Marco Vaggi, musicisti con cui avevo suonato nell’album precedente e si è creata una bella energia e partecipazione anche con Enrico Intra. Il pubblico poi ha offerto un grande riscontro e questo non può che essere gratificante».

Raffaele Genovese Trio e Ben Van Gelder (foto G.Romeo)

Cosa dobbiamo aspettarci dal concerto di domani?
«Questa è la prima data in formazione completa dall’uscita dell’album e sono felice di presentarlo con gli stessi musicisti con cui ho lavorato in fase di registrazione. In quest’avventura (nata lo scorso anno con una tournée siciliana ndr) tra di noi si è istaurato un feeling molto forte. Del resto l’intesa umana e l’affiatamento, in un progetto del genere sono fondamentali: se si ha la capacità di ascolto, di condivisione e il perseguire lo stesso obiettivo, il risultato è stupefacente. Mi aspetto di ricreare la stessa alchimia e di riuscire a trasmetterla al pubblico».

È un caso che la formazione sia composta da giovani under 40?
«È una scelta voluta. Sebbene io abbia avuto collaborazioni anche con jazzisti più maturi, di cui ho grande stima e con cui spero di poter lavorare in futuro nuovamente, lavorare con dei coetanei è diverso poiché si condivide lo stesso periodo. Noi siamo cresciuti tutti con interessi musicali ed esperienze comuni».

La giovane età permette di osare di più nella musica?
«Non credo. Conosco musicisti più “anziani” che hanno voglia di fare cose nuove. Chi ha la capacità di sperimentare lo fa fino all’ultimo, come Miles Davis o John Coltrane. In fin dei conti anche i grandi artisti come Picasso hanno cercato sempre nuove strade per la loro arte, senza fermarsi mai».

Qual è la differenza tra la musica del passato e quella di oggi?
«Sicuramente il mezzo e il modo di fruizione sono cambiati: siamo passati dall’ascolto di un vinile a Spotify e Youtube che ci permettono di ascoltare tutta la musica che vogliamo. Si tratta di una grande opportunità, ma spesso non si riesce ad approfondire perché é a volte si ascolta un album e si passa al successivo senza assorbirlo. Se alla musica non ci si dedica con rigore, metodo e attenzione, tutto resta superficiale».

Ben Van Gelder (foto Paolo Galletta)

Sembra che i giovani si stiano allontanando da tutto ciò che è culturale: qual è la loro partecipazione al jazz? E come si caratterizza la scena siciliana?
«In Sicilia alcune realtà hanno un seguito piuttosto variegato, come Catania Jazz, che riesce a catturare l’interesse del pubblico sia con concerti di jazzisti famosi, sia con semi-sconosciuti. Nell’isola. comunque, ci sono molte realtà interessanti: a Catania esiste una vera e propria scena jazzistica, con l’università, il conservatorio e molti giovani che da sempre hanno coltivato un interesse musicale, ma anche in territori che non hanno la stessa tradizione, come Siracusa ci sono state iniziative interessanti. Ad esempio a Canicattini Bagni si era riusciti a creare un’isola felice intorno ai fratelli Amato: la rassegna estiva di jazz, che coinvolgeva grandi nomi internazionali e nuovi artisti emergenti, prevedeva seminari cui partecipavano anche molti ragazzi. Oggi questo festival è stato ridimensionato, non perché non ci fosse interesse ma perché la Regione non ha più sovvenzionato le attività. Io credo fermamente che il pubblico, anche e sopratutto quello dei giovani, non sia insensibile, ma vada coltivato giorno per giorno: anche chi non ha studiato recepisce la bellezza del Notturno di Chopin e se ascolta un assolo di John Coltrane rimane estasiato».

In questa direzione, che ruolo ha la televisione nella crescita del pubblico musicale?
«C’è la concorrenza sleale dei Talent Show, i quali fanno credere che si possa avere successo subito e senza sacrifici, ma si tratta di un’illusione in una prospettiva di musica usa e getta. La cosa più triste è che magari questi ragazzi sono anche bravi ma si sono bruciati perché hanno scelto la via facile. I giudici alla fine di un’esibizione dicono “mi hai emozionato”, ma non è stato creato nulla: suonare un brano di altri non è solo ripetere le note, bisogna anche saperlo interpretare e per farlo è necessario studiare anni. Come ha detto Red Ronnie: oggi Battisti non avrebbe avuto alcun successo con i talent. Al mercato discografico così configurato, non interessa avere un artista ma vendere un bel prodotto con il look giusto da pubblicizzare. Questo è lontano dal jazz, la classica e il vero pop: è un’occasione sprecata e la gente lo capisce».

La TV ha, però, anche mandato in onda Stefano Bollani. È un’eccezione?
«Bollani ha sia detrattori che entusiasti e ha avuto la capacità di fare ascoltare Stravinsky, Rachmaninoff e il jazz. I suoi concerti sono sempre pieni e lui spazia tutti i generi musicali, non solo quelli aulici. Ovviamente per lo più è andato in onda in seconda serata perché i talent non reggerebbero il paragone. Bollani non è vuoto come certi show».

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
«Ho vissuto la musica sempre come un bisogno personale, come mangiare o dormire. Non è importante dove arriverò: ciò a cui tengo è dare sempre il massimo e fare bene con sincerità. Mi auguro di lavorare sempre con lo stesso entusiasmo e di riuscire a stare in silenzio quando non ho nulla di sincero da dire. Spero di poter fare conoscere la mia musica in più posti possibile e trasmettere ciò che faccio a più persone in Italia e all’estero, perché il rapporto con il pubblico ti gratifica non per un applauso, ma per l’empatia che si crea con la partecipazione. Vorrei poter suonare per il maggior numero di persone perché noi abbiamo una missione: regalare un’ora di musica a chi non sa suonare ma ama semplicemente ascoltare. Entusiasmo, energia e sincerità sono le mie tre parole chiave: sul palco non si bluffa, perché il pubblico capisce, anche se non ha studiato al conservatorio».

 

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