«Insegno da tre anni in uno degli enti di istruzione e formazione professionale (IeFP) che si trovano in Sicilia. I nostri ragazzi vengono spesso considerati di serie B e dimenticati. L’ordinanza regionale avrebbe dovuto specificare che la sospensione riguarda anche queste scuole, come ha fatto per le statali e le paritarie». Quello che ci confida Elena (nome di fantasia), insegnante siciliana di 31 anni, è un appello a non fare discriminazioni fra gli studenti. L’ennesimo in Sicilia, dove la Formazione Professionale segue logiche avulse a quelle del resto del Paese.

COSA DICE LA LEGGE. Gli studenti di Elena hanno 14 e 15 anni, ma non seguono le lezioni da casa come i loro coetanei nel resto della Sicilia. Loro, a dispetto delle ultime disposizioni, di didattica a distanza non fanno neanche un’ora. Sono l’eccezione all’ordinanza del Presidente della Regione Sicilia e persino al decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Eppure, il primo testo sembrerebbe chiaro: «Nel territorio della Regione Siciliana – recita il documento –, dal 26 ottobre 2020, sono sospese le attività didattiche in presenza degli istituti scolastici secondari di secondo grado e paritetici». Obbligo che resta legalmente valido anche con il Dpcm del 25 ottobre che prevede la didattica digitale per il 75% delle attività. 

AMBIGUITÀ. Ma perché allora gli studenti dei corsi di Elena continuano ad alzarsi presto, indossare la mascherina, prendere i mezzi pubblici e stare in aula? «Il lunedì dopo l’ordinanza nessuno aveva idee chiare e sembrava che le istituzioni si fossero dimenticate di noi, poiché le scuole di formazione professionale non erano nominate nel decreto». Nel dubbio, a presentarsi in classe sono quindi stati in pochi. «Dopo aver letto il documento firmato da Musumeci – continua Elena – anche io non sapevo cosa pensare, poi è arrivata la conferma che dovevamo proseguire in presenza: a quanto pare, poiché in questo momento sono iniziate le lezioni solo al biennio, si è ritenuto che il rischio di assembramenti sia ridotto».

UNA QUESTIONE DI PRINCIPIO. Mentre continuiamo a parlare, Elena ci tiene a precisare che il suo appello non è incentrato sull’opportunità o meno per i suoi studenti di continuare le lezioni in presenza, scelta secondo lei comunque preferibile sia per l’abbondanza di ore laboratoriali, sia per il digital divide che colpisce molti iscritti provenienti da contesti difficili. «Il punto non è la DAD: gli studenti magari non ci fanno caso, ma siamo di fronte a una vera e propria ingiustizia. Perché i loro coetanei, magari fratelli e sorelle, possono rimanere a casa al sicuro e loro sono costretti a salire sul bus? Se prendiamo una scelta assicuriamoci di dare il giusto messaggio. In fondo dobbiamo sempre rispondere a dei ragazzi».

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