La mia lezione a distanza sta per finire, mentre sento crescere dentro di me l’insoddisfazione che mi tormenterà ben oltre il clic col quale abbandonerò la “conversazione” con la classe. Chiusi nelle loro stanzette poste in luoghi remoti e forse inaccessibili, dallo schermo del pc i miei alunni mi ripetono Wordsworth. In questo caso, però, ho la netta impressione che “ri-petere” non significhi affatto porre di nuovo, innanzi tutto a sé stessi, le domande dei grandi poeti inglesi. Anche quando Lucia e Sergio parlano della capacità di stupore dei poeti romantici, infatti, le loro parole hanno il gusto insipido delle risposte “giuste e irrilevanti” che non c’entrano con la vita. Le mie domande non bucano lo schermo e sembrano cadere in un mare di preoccupante apatia. La demotivazione è palpabile in tutte le classi. Vale anche per i più diligenti, come nel caso di Carlotta. «Stavolta sono veramente preoccupata e mi sento sotto pressione» ammette desolata.

«Quello che è in crisi, sembra, – ha affermato la filosofa Maria Zambrano – è quel misterioso nesso che unisce il nostro essere alla realtà»

La seconda ondata della pandemia ha tagliato le gambe a tanti con la delusione che segue uno sforzo che, visto alla luce delle nuove restrizioni, sembra essere stato profuso inutilmente. Tocca attendere. E il presente? Con i nuovi banchi di plastica con le rotelle nei corridoi, quelli di legno nelle classi e gli studenti a casa, può accadere ancora qualcosa di bello di cui sorprenderci? Esiste un “negazionismo” che riguarda il nostro rapporto con la realtà che va molto al di là di chi nega l’esistenza del virus, e non ce la caveremo schierandoci “dalla parte giusta”. Accade quando sacrifichiamo il reale sull’altare delle nostre idee, del sentimento del momento, delle nostre paure e delle nostre misure. «Quello che è in crisi, sembra, – ha affermato la filosofa spagnola Maria Zambrano – è quel misterioso nesso che unisce il nostro essere alla realtà, qualcosa di tanto profondo e fondamentale da essere il nostro intimo sostegno». La bellezza “accade”. Occorre, però, fare un lavoro per ricostruire in noi il “nesso” con la realtà tutta intera. Non si tratta di concetti astratti.

Ad esempio, c’è chi nasce “scartato”. Fin dall’inizio. E finisce subito accanto al bidone dell’immondizia, tra le cose inutili, col cordone ombelicale ancora sporco di sangue. «È successo a pochi passi da casa nostra» ricordo ai miei alunni. Un bimbo ancora imbrattato di sangue è stato abbandonato tra i rifiuti e si è salvato solo perché un passante si è accorto di quel sacchetto lasciato fuori posto, ha sentito una specie di vagito, si è chinato su quel fagottino e lo ha raccolto. Una persona come tante. Forse un commerciante costretto a chiudere il proprio negozio, probabilmente arrabbiato, sicuramente preoccupato del futuro. Eppure, tutto ciò non gli ha impedito di accorgersi che tra le crepe del cemento del marciapiede, senza chiedere il permesso a nessuno, sbucava la vita.

«Ma noi – chiedo ai miei alunni – ci siamo lasciai interrogare dal significato che questo fatto ha per la nostra vita?»

Se ne è accorto lui, ridestando la speranza in tutta la città.  «Ma noi – chiedo ai miei alunni prima di lasciarli alla prossima lezione – ci siamo lasciati interrogare dal significato che questo fatto ha per la nostra vita, oppure lo abbiamo subito riposto tra gli avvenimenti accaduti inutilmente?». La storia di Vittorio Fortunato (il nome dato al bimbo) mostra che la realtà è più grande dei nostri pensieri. Anche adesso. Oltre l’orizzonte cupo della pandemia, della colpa o della disperazione di chi lo ha abbandonato. Abbiamo tutti bisogno di imparare uno sguardo più vero sul reale. Uno sguardo capace cogliere l’imprevisto, di farci riconoscere che ciò che scartiamo potrebbe essere quello di cui abbiamo più bisogno. Anche a distanza.                                                                          

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