Trump, Salvini e il viaggio di Camilla, la bambola con il passaporto

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 La scienza ha permesso di risvegliare da un baule anni ’80 Camilla, la bambola che può viaggiare senza visto. Corsa subito alla finestra, che delusione: il muro di Berlino è ancora lì, il mondo è un villaggio murato

Camilla ha occhi azzurri, chioma bionda a l’aura sparsa e passaporto occidentale. La versione statunitense è la più preziosa perché può viaggiare per ben 154 paesi senza visto e ottenerlo nei pochi restanti è facile.  In seconda fascia sta la Camilla made in Italy, il cui passaporto le apre molte porte-muri del mondo. Manca la versione somala di Camilla. Le bambole somale hanno al collo non un passaporto ma una zavorra: 32 i paesi in cui un somalo o una somala possono viaggiare in sicurezza e legalmente. E la democrazia? E la globalizzazione? Libera circolazione di merci e capitali non significa libero movimento di esseri umani. Non si sa mai qualcuno lo dimentichi, il presidente Trump ha deciso di schierare la guardia nazionale al confine con il Messico, un ulteriore passo in quella lotta di noi, civili e buoni, a loro, barbari e cattivi, cementificata nei tre lastroni alti circa 18 metri della barriera fra Usa e Messico. Povero uomo bianco con il fardello di civilizzare il cosmo! Ma Trump non è il solo paladino e l’amnesia berlinese è contagiosa. C’è Matteo Salvini, segretario federale Lega, il partito più votato nella prima coalizione a marzo. Cosa c’entra Salvini con Trump? Entrambi stanno con ex modelle, anche se Melania non stira le camicie del moroso. Ad accomunarli è piuttosto la fissa per gli immigrati. D’altronde l’elezione di Trump fu una festa per la Lega che parlava del «Salvini d’America» e in più occasioni Matteo ha elargito lusinghe a favore del Presidente: «Anzi, averne di Trump». Salvini, personaggio social, è riuscito a far leva sulla pancia e si sa, noi italiani siamo buone forchette. Il popolo chiede sicurezza e protezione e loro, come genitori accondiscendenti, saziano gli affamati di nuovi nazionalismi. Salvini e Trump sono Super-io, mal riusciti. Per fortuna non chiediamo lavoro: la delusione non sosterrebbe i voti. Ogni società vuole un capro espiatorio e noi lo abbiamo scelto. Per dirla senza Freud, xenofobia ed etnocentrismo sono la vertigine dinnanzi all’estraneo, vertigine che non è come per Kierkegaard o Jovanotti voglia di volare, ma paura di cadere. Infatti cadiamo, ma non lo vediamo. E non ci frega niente se il primo senatore nero è della Lega se l’immagine che da una parte all’altra del continente vogliono trasmettere dell’Occidente è quella di essere saccheggiato dagli immigrati, rei di viaggiare.

Ecco il crimine peggiore del nostro tempo, punito con muri e naufragi. Più ponti sullo Stretto, direbbe lo statunitense Richard Rorty, per abbracciare all’interno del concetto di “noi” non solo giocatori di tennis come me o milanesi come me, ma gli esseri umani, proprio come me. Alla bambola Halima, somala ricciolina dei sonetti di Shakespeare più che di Petrarca, non è concesso sognare di viaggiare, né per studio, né per lavoro, né per vacanza, né per amore. A lei il naufragar non è dolce come per Giacomino. Se Salvini fosse nato in Somalia, le uova non le avrebbe lanciate ma, ad averle, le avrebbe mangiate; il posto riservato non lo avrebbe avuto sul bus ma in un barcone. E col suo bel passaporto ci avrebbe fatto un aeroplano, per volare, almeno con la fantasia.

 

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