“Bellezza strada maestra, tu mi governi e mi seduci senza fretta”. È l’ossessione inseguita da Joe Barbieri, è il Manifesto della sua ricerca artistica esposto nel suo nuovo album Tratto da una storia vera. Che è quella vissuta dal musicista che sembrava candidato a nuova icona pop made in Naples – dagli esordi con Pino Daniele inizio anni Novanta alla fugace apparizione con I tuoi abbracci nel lontanissimo 1993 nella sezione “Sanremo Giovani” – per diventare poi una magnifica eccezione sulla scena musicale nazionale. Nel quasi trentennale viaggio compiuto dentro i chiaroscuri della forma-canzone, Barbieri ha mordicchiato via via il jazz, la bossa-nova, l’eleganza dello swing, il gusto rétro per gli scenari orchestrali, l’avventurosa sensibilità per il tocco alla francese, la canzone d’autore italiana, non rientrando mai in alcuna classificazione. Perché Joe Barbieri, come lui stesso ammette, «adoro il jazz, ma non sono un jazzista, ho un ascolto compulsivo di Puccini ma non sono un musicista classico, amo Ennio Morricone, Gianni Ferrio e Piero Piccioni ma non sono un direttore d’orchestra». E anche la definizione di cantautore gli sta stretta. Perché le ispirate rime d’amore, per le quali qualcuno ha evocato perfino il Dolce Stil Novo, presto potrebbero essere centellinate, scarnificate, ridotte a “ossi di seppia”, fine a scomparire.

«Tratto da una storia vera è un disco totale», spiega via Zoom, con alle spalle una gigantografia dello spartito di My Funny Valentine, nel quale si racchiude la sua passione per il jazz, per Chet Baker e Billie Holiday, a cui ha dedicato due parentesi discografiche. «Nell’album c’è tutto il mio passato, c’è il presente e c’è il futuro. La pandemia mi ha concesso un periodo di quiete, permettendomi di recuperare il ritmo adatto alla creatività, di riscoprire lo studio, facendo venire a galla tutto questo per essere metabolizzato».

Il canto di Joe Barbieri è una zattera che risale correnti e atmosfere intimiste, nostalgie e desideri, frammenti di quotidianità e sentimenti che compongono un mosaico di rara sensibilità

In Tratto da una storia vera c’è il passato con gli incontri determinanti per la carriera di Joe Barbieri, come quello con il “lazzaro felice” Pino Daniele, il primo ad accorgersi del suo talento. «Per pudicizia e per la grande amicizia che mi ha legato a Pino, ho sempre evitato di prendere parte a celebrazioni, omaggi o tributi», dice. «Ma questa volta, quando ripercorro la mia vita, non potevo lasciarlo fuori. Ed è uscita spontanea Lazzari felici».

Malinconica, nostalgica, Lazzari felici è uno lampi di terribile bellezza che compongono l’album, capolavoro di poesia e melodia, composto da musica da camera, che viene dalla fonte della canzone, incontra le ripide di certo jazz o della bossa-nova e «diventa qualcosa che nemmeno io so definire fino in fondo». Il canto di Joe Barbieri è una zattera che risale correnti e atmosfere intimiste, nostalgie e desideri, frammenti di quotidianità e sentimenti che compongono un mosaico di rara sensibilità.

La Napoli di Pino Daniele si sovrappone fino a confondersi nel Brasile di João Giberto. Vedi Napoli e poi canti, omaggio alla squadra azzurra in cui militò Maradona e della quale Barbieri è uno sfegatato tifoso, è un samba. «Il Brasile mi fa pensare a Napoli, coniuga ritmi, armonie, stili e melodie come accade a Napoli. Roberto Murolo e João Giberto sono la faccia della stessa medaglia. Nella mia musica i confini fra Napoli e il Brasile si perdono».

Nel racconto autobiografico del disco non mancano gli incontri con altri colleghi, amici accomunati dall’amore per il jazz, come Fabrizio Bosso, Mauro Ottolini, Alberto Marsico, artisti adorati con i quali da tempo sognava di duettare come Jaques Morelenbaum, amici di vecchia data come Sergio Cammariere e Tosca e nuove conoscenze, come Carmen Consoli, con la quale ha registrato In buone mani, un delicato ed emozionante bolero su una struttura cameristica. «È stata una scelta dettata dall’istinto», racconta Barbieri. «Quando ho scritto In buone mani ho pensato che la voce di Carmen Consoli poteva legarsi con la mia. È un brano al maschile, difficile da condividere con una voce femminile. Carmen Consoli, con la quale abbiamo lavorato in remoto, mi ha stupito: è stata brava e diligente. Non si è limitata a svolgere il compitino. Mi ha consegnato una serie di registrazioni con il brano inciso in diverse maniere. Mi ha detto: “Scegli tu quale ti sembra la più adatta”. Non si è comportata come un’icona della scena musicale nazionale, ma ha mostrato rispetto per il lavoro altrui. E devo confessare che il risultato è andato oltre le aspettative».

«Il “filo rosso” con la Sicilia non è solo nelle collaborazioni, ma anche per le origini per via di mia nonna palermitana. Quindi, ho una parte di sangue siciliano»

La “cantantessa” catanese fa parte del “filo rosso” che lega Barbieri alla Sicilia. In precedenza, infatti, il napoletano ha duettato con Mario Venuti in Pura ambra ed è stato prodotto da Tony Canto. «Ma il “filo rosso” con la Sicilia non è solo nelle collaborazioni, ma anche per le origini per via di mia nonna palermitana. Quindi, ho una parte di sangue siciliano», sorride.

Alla fine di questa storia vera, l’ultimo degli undici brani, intitolato Mentre ridi, sembra indicare la strada futura. «È un pezzo strumentale», sottolinea Barbieri. «E, per i prossimi lavori, sto appunto pensando di centellinare le parole, di rimuoverle talvolta a favore della musica. Mi piacerebbe scrivere per il cinema. Io penso che bisogna sempre sapere cosa dire, ma, soprattutto, che sia importante saper tacere. Penso che le parole non siano più necessarie, e non vale soltanto per me, ma anche per il mondo. D’altronde era lo stesso João Giberto a dire: “Il silenzio è la nota zero”».

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