John Turturro,
da “Scapricciatiello”
a “Rigoletto”

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L’attore e regista italoamericano firma l’opera di Verdi per il Teatro Massimo di Palermo. «Sono cresciuto ascoltando soul, pop, rhythm’n’blues e le melodie napoletane. Ma in casa mia si ascoltavano anche Puccini e i grandi della lirica». In Sicilia alla ricerca delle origini

Palermo. Siciliana la madre, Katherine, una cantante jazz originaria di Aragona, paese della provincia di Agrigento. Pugliese il padre, Nicholas Turturro (nato Nicola Turturro), carpentiere emigrato negli Stati Uniti a sei anni insieme con la famiglia proveniente da Giovinazzo (Bari). E gli umori, i rumori, i sapori, gli echi del Belpaese, l’attore e regista John Turturro ha cominciato ad annusarli e a conoscerli sin da ragazzino, crescendo fra le bancarelle, i ristoranti e le bandiere tricolori di Little Italy. «In casa si ascoltava Puccini a tutto volume, mentre i miei gridavano tutto il tempo: le liti tra i miei genitori erano fuochi d’artificio», ricorda divertito. Le melodie pucciniane e verdiane rappresentavano il legame con la madre patria. «Mio padre cantava a memoria tutto “Il Trovatore”. I miei parenti erano capaci di confrontare quindici tenori su “Di quella pira”» riprende Turturro nel suo amarcord. «Mia madre cantava con i suoi fratelli in una big band jazz, ma senza mire professionali, voleva una famiglia, continuò a esibirsi in chiesa e a casa. Mamma era originaria della Sicilia, papà veniva dalla Puglia, faceva il carpentiere. Da ragazzo lo aiutavo, poi ho fatto il barista e l’insegnante».

Foto Franco Lannino

Così il “Rigoletto”, del quale firma la regia per il Teatro Massimo di Palermo, per Turturro diventa una sorta di «omaggio alla mia famiglia, alla cittadinanza italiana e al padre che con enormi sacrifici mi consentì di frequentare la Yale school of drama», che aprì al giovane John le porte di Hollywood, diventando l’attore preferito di registi del calibro di Martin Scorsese, Spike Lee, Joel ed Ethan Coen, Woody Allen e Michael Cimino. Proprio con quest’ultimo venne per la prima volta in Sicilia per calarsi nei panni di Gaspare Pisciotta nel film “Il siciliano”, controverso lavoro del regista Cimino sulla storia di Salvatore Giuliano, impersonato da Christopher Lambert. Era il 1987 «e vedevo i carri armati davanti alla prigione e in altri punti della città» annota l’attore. Meravigliandosi del cambiamento: «Oggi Palermo è diversa, è migliorata: è una città culturalmente più vivace, c’è uno straripare di eventi e di mostre. La città non sembra più essere pericolosa, come si diceva un tempo».

In Sicilia Turturro tornò una decina di anni fa. A fargli da Virgilio illustri compagni di viaggio: lo scrittore Andrea Camilleri, il puparo Mimmo Cuticchio, l’attrice Donatella Finocchiaro, la regista teatrale Emma Dante, l’attore Vincenzo Pirrotta, il musicologo Gioacchino Lanza Tomasi

In Sicilia tornò una decina di anni fa. Un viaggio alla ricerca delle sue origini tra Palermo, la tonnara di Scopello, il teatro di Segesta, le saline di Marsala, Mazara del Vallo, Sciacca e Agrigento. Affiancato dal regista Roman Paska, esperto di teatro e cultura popolare, girò e interpretò “Prove per una tragedia siciliana”, un documentario che è un inno all’Isola. A fargli da Virgilio illustri compagni di viaggio: lo scrittore Andrea Camilleri, il puparo Mimmo Cuticchio, l’attrice Donatella Finocchiaro, la regista teatrale Emma Dante, l’attore Vincenzo Pirrotta, il musicologo Gioacchino Lanza Tomasi.

Adesso Turturro – che viaggia con passaporto italiano e ha ricevuto la cittadinanza onoraria dal sindaco di Aragona, paese da dove provengono i suoi avi – viene accolto nel salotto “buono” della Sicilia, quel Teatro Massimo di Palermo, il più grande in Italia, un edificio neo-romantico tentacolare di 83.000 piedi quadrati, che domina il l’antico skyline della capitale siciliana. Un teatro d’opera innalzato dal prestigioso e autorevole New York Times a simbolo «della rinascita della città», «simbolo della fine del dominio della mafia».

«Nei miei lavori la musica ha avuto sempre un ruolo importante, ma in questo caso si tratta di una prima volta. Debutto nella lirica con umiltà. Mi affascinano i cantanti, mi colpiscono la forza fisica, l’atletismo»

Per l’attore e regista italo-americano, questo nuovo ritorno in Sicilia arriva dopo un momento di “Passione” per la musica napoletana. D’altronde Sergio Bruni ed Enrico Caruso, canzoni come “Era de maggio” e “Catarì” ed arie di Verdi e Puccini s’intrecciano e si confondono nei ricordi d’infanzia del giovane John fra le vie di Little Italy. «Sono cresciuto ascoltando soul, pop, rhythm’n’blues e le melodie napoletane che ho messo nel film “Passione”» racconta. «Il mio primo incontro con la musica napoletana avvenne che ero ancora un ragazzo, a casa, in famiglia, ascoltando alcuni dischi della grande tradizione. Da adulto, quando iniziai a lavorare all’adattamento del capolavoro di Eduardo de Filippo, “Questi fantasmi”, conobbi meglio Napoli e mi innamorai subito di “Tammurriata nera”, una canzone meravigliosa, con una storia ancora oggi di grande attualità. Più in là decisi di inserire nella colonna sonora di “Romance and Cigarettes” il brano “Do You Love Me Like I Kiss You”, versione inglese di “Scapricciatiello”. Napoli è il juke-box più grande del mondo. Grazie alla collaborazione con il giornalista Federico Vacalebre per due anni mi sono immerso nel mare magnum della canzone partenopea. Ne è uscita una delle cose della mia carriera di cui vado più fiero, come i film dei Coen e di Spike Lee, come gli incontri con Franco Rosi e Nanni Moretti. Sono orgoglioso di aver messo in piedi quell’affresco corale che teneva insieme passato e presente di una cultura musicale strepitosa. Senza grande distribuzione è andato bene anche in America, senza grande promozione ha girato, e continua a girare, il mondo».
Adesso però l’asticella si alza. «Nei miei lavori la musica ha avuto sempre un ruolo importante, ma in questo caso si tratta di una prima volta», ammette con onestà. «Debutto nella lirica con umiltà. Mi affascinano i cantanti, mi colpiscono la forza fisica, l’atletismo».

Turturro afferma di «conoscere molto bene Verdi: soprattutto l’”Otello”, “Traviata”. Invece “Rigoletto” è l’opera della quale sapevo meno. Non l’ho mai vista, l’ho solo sentita in disco. Però vado a teatro, nel 2017 mentre giravo “Il nome della rosa”, la serie tv dove sono Guglielmo da Baskersville, andai all’Opera di Roma dove c’era una magnifica produzione di “Billy Budd” di Benjamin Britten». Poi spiega: «Ho scelto “Rigoletto” in una rosa di tre titoli. L’ho scelto per la bellezza della musica e per la sua modernità, per la concisione della drammaturgia, per il tema padre-figlio che in Verdi è centrale. Gli altri due temi nel “Rigoletto” sono il sacrificio e l’egoismo. Il Duca potrebbe essere un uomo di potere di oggi, un politico: crede in ciò che dice, ma non pensa alle conseguenze che le sue parole suscitano. L’opera di Verdi racchiude bellezza e amore, oscurità e luce, sacrificio ed egoismo: tutti i contrasti dei sentimenti, la ricchezza di contraddizioni che sono proprio come la vita vera». Poi si lascia andare in un paragone tra il mondo del teatro e quello della politica, che ben si addice all’opera di Verdi. «I bugiardi hanno una caratteristica geniale, credono ciecamente alle bugie che raccontano. Come i nostri leader, non provano vergogna. Gli attori non mentono, rendono credibili le bugie. Le persone comuni si vergognano quando mentono» sorride. E poi anticipa: «Quando mi telefonarono da Palermo stavo lavorando a una sceneggiatura dove Verdi è dominante. È un film che dirigerò e probabilmente reciterò su due fratelli e una cantante d’opera di colore, una sorta di Desdemona che vorrei ricordasse la grande Leontyne Price. Si parla di gelosia, di classi sociali, di razza, di ignoranza. È un progetto a metà strada tra “Rocco e i suoi fratelli” di Visconti e “Otello”».

«Nel mio “Rigoletto” c’è un impianto settecentesco e c’è anche un’atmosfera gotica»

Deludenti i precedenti incontri tra l’opera ed i registi di cinema: molta convenzionalità, troppa deferenza. È capitato con Sofia Coppola per “La Traviata” all’Opera di Roma e con Wim Wenders per “Les Pêcheurs de perles at” di Bizet alla Staatsoper Berlin. Turturro, invece, sembra aver superato l’esame. «Nel mio “Rigoletto” c’è un impianto settecentesco e c’è anche un’atmosfera gotica» spiega. «Il settecento, scelto d’intesa con lo scenografo Francesco Frigeri e il costumista Marco Piemontese, è un secolo di decadenza, anche di estrema eleganza, ma in cui il mondo sembra dover crollare da un momento all’altro». La struttura è minimalista: «Ho scelto di lasciare tutto lo spazio alla musica e al canto. C’è un’evocazione della Sala dei Giganti di Palazzo te a Mantova. Ho semplificato i caratteri per renderli più identificabili, ma non troverete nulla di cinematografico. Cinema e teatro sono due mondi irriducibili, lì si può tagliare e gli attori si possono guardare negli occhi, qui non c’è proprio nulla da tagliare e gli occhi sono rivolti tutti al direttore d’orchestra, Stefano Ranzani, che mi ha saputo guidare, prendendomi per mano, per attraversare l’anima stessa del capolavoro verdiano». Tuttavia Turturro rivela «un piccolo omaggio a “Novecento” di Bertolucci: è nel gobbo che vaga nella nebbia».

Dopo l’applaudito debutto del 13 ottobre, il “Rigoletto” di John Turturro replicherà sino al 21 ottobre.

 

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