Ci avevano detto che il 2050, o al massimo il 2030, sarebbe stato il punto di non ritorno. Ci avevano pure impressionato con le immagini realizzate dagli studiosi di Climate Central del Duomo sommerso dalle acque a causa dell’eccessivo aumento delle temperature e dal conseguente innalzamento del livello dei mari. Ci eravamo preoccupati, sì: ma forse, in fondo, ne eravamo usciti in un certo senso confortati dal sapere che c’era ancora tempo per porre rimedio. 

I disastri di questi giorni, però, hanno raccontato una storia ben diversa. Il tempo che credevamo di avere si è già ampiamente esaurito: il cambiamento climatico non è uno slogan, non è un titolone utile a fare notizia, non è un partito. È semplicemente lo sconvolgimento che per tre giorni – e non pare sia finiti qui – ha tenuto un’intera città con il fiato sospeso. Qualcuno, sui social e in generale sui media, si è già affrettato a chiamare in causa gli atavici problemi dell’incuria, del malaffare, dello spreco, dell’indifferenza rispetto al senso civico che servirebbe per non generare degrado. Sarebbe probabilmente miope negare che parte della responsabilità di ciò che è avvenuto sia da addebitare all’insieme di tali fattori. Ma è pur vero che quando la quantità di pioggia che solitamente si accumula in un anno si scaglia con tutta la sua furia in appena tre ore, quando nonni e genitori, guardando malinconicamente fuori dalla finestra giurano di non aver mai assistito a fenomeni di tale portata, invocare le soluzioni semplici, o quelle adoperate fino ad ora, non basta. 

Se chiedessimo con la stessa foga, e con unità, un cambio di passo sulle politiche ambientali, forse l’utopia di un pianeta maggiormente vivibile non sarebbe più tale. Ma fa specie constatare che se ne parli ancora poco. E che si continuino ad ignorare gli appelli che le nuove generazioni rivolgono da anni a chi, sulla carta, ha il potere di cambiare le cose. E se, da un lato, una recente indagine della Banca europea per gli investimenti rivela che l’88% degli italiani ritiene centrale la questione climatica, dall’altro sono i giovani a scendere attivamente in piazza, ad impegnarsi fattivamente. Ma fino a quando potremo farci bastare le passerelle colorate dei Fridays for Future? E fino a quando potremo limitarci a pensarle come sporadiche manifestazioni di dissenso? Con il G20 alle porte, sperare in una seria presa di coscienza è lecito. Ma le grandi rivoluzioni partono sempre dal basso. E, in questo caso, dalla disponibilità di ognuno di noi a compiere il proprio dovere. Qualcuno sosteneva che i cambiamenti non si attendono, ma si progettano. Probabilmente non aveva tutti i torti.

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