Le diverse anime di Eleonora Bordonaro e la creatività catanese

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Esce “Moviti ferma”, secondo album dell’artista di Paternò. Non è una semplice raccolta di canzoni: all’interno ci sono anche poesia contemporanea, spunti drammaturgici, elementi di cabaret. Un progetto collettivo con le “migliori menti” di Catania

Se nel disco di debutto “Cuttuni e lamè. Trame streuse di una canta storie”, pubblicato nel 2017, Eleonora Bordonaro si sdoppiava in due donne – finta debole, seduttiva e manipolatrice l’una, pacchiana e generosa l’altra, sempre eccessiva per paura di non essere adeguata – per il nuovo album “Moviti ferma” la voce straordinaria e poliedrica dell’artista di Paternò dà una dimostrazione di bravura svolgendo diversi ruoli, indossando dieci abiti differenti, dieci maschere diverse, dieci sfumature musicali distinte. Perché “Moviti ferma” non è semplicemente una raccolta di canzoni, ma all’interno ci sono anche poesia contemporanea, spunti drammaturgici, elementi di cabaret, vecchie ricette e antiche filastrocche. Perché “Moviti ferma” è sì un disco autobiografico, personale, femminile, ma è, soprattutto, un progetto collettivo, al quale hanno partecipato i fans dell’artista, sostenendolo economicamente attraverso la pratica del crowdfunding, e molte delle “migliori menti” di Catania.

«È un disco nato in Sicilia e racconta la creatività di una terra che resiste, non si adagia sulle brutture di questi tempi incerti, ma pulsa attraverso la musica»

«È nato in Sicilia e racconta la creatività di una terra che resiste, non si adagia sulle brutture di questi tempi incerti, ma pulsa attraverso la musica», introduce Eleonora Bordonaro nelle note di copertina. «È un disco corale, la cui ispirazione è condivisa». E l’aspirazione è quella di muoversi, evolversi, andare avanti senza andare via. Per questo motivo la scelta di collaborare con attori, cantastorie anarchici, locandieri comunisti, chef, poeti, scrittori, rocker, che, pur avendo girato tutto il mondo, hanno scelto di vivere a Catania. L’album rispecchia le diverse anime. È un disco variegato, obliquo, nervoso, trasversale. Lontano musicalmente e concettualmente da “Cuttuni e lamè”. «In quel disco c’era una analisi antropologica, cantavo la tradizione, testi antichi, raccontavo una vita collettiva. Adesso racconto me stessa. Non è una ricerca verso l’esterno, ma scavo dentro di me», spiega l’autrice, prima “vittima” del decreto anti-coronavirus: invece che presentare il disco come previsto la sera del 6 marzo al Teatro Odeon di Catania, sarà realizzato un concerto sul web.

Due mondi lontani che, tuttavia, si toccano e s’incrociano. “Moviti ferma”, come suggerisce il “mago del suono” Michele Musarra, ha infatti il suo seme in “Ucch’i l’arma”, il brano che chiude proprio “Cuttuni e lamè”. In particolare, nel crescendo percussivo che si ritrova in alcuni pezzi del nuovo lavoro, sin dall’iniziale “Sprajammu di la luna”, un haka (il grido di battaglia degli All Blacks) delle siciliane gaudenti trasportato dal potente marranzano di Puccio Castrogiovanni e dalle campionature di percussioni alla Prodigy elaborate da Musarra. Un inno femminista scritto con Marinella Fiume, un elettro-folk festoso con la tromba vulcanica e femminile dell’unica forestiera tra i musicisti, la lucana Marina Latorraca.
L’attacco non tragga tuttavia in inganno. Come nell’opera prima, anche in “Moviti ferma” la donna è protagonista, ma gli uomini hanno un ruolo importante. «Quelli che hanno partecipato hanno una visione dell’universo che è molto femminile. Sono riusciti a cogliere, più o meno consapevolmente, particolari del mio essere che io non sapevo esprimere», commenta. «Giovanni Calcagno, ad esempio, nel brano che dà il titolo all’album rappresenta la luce, contribuisce a dare un finale ottimista al brano. Prima di me ha intuito che l’arte è l’unica strada per la felicità».
Ed è ancora un poeta a suggerire le parole di “Tredici maneri ri farisi munnu”, un dolce inno alla vita e al mondo scritto da Biagio Guerrera al ritmo del blues del carrettiere dettato da Cesare Basile. Complice il maestro Denis Marino, fine arrangiatore, Eleonora Bordonaro si passa lo sfizio di lasciarsi cullare da un reggae nella sensuale e solare “Cunurtato” dedicata a un fidanzato lontano.

«La natura etnea, con l’infinita varietà di doni che la “montagna” regala, arricchisce il suono e lo rende dolce e pieno»

Minimale, vintage, teatrale, “A Merca” sembra un divertissement, è invece una straordinaria prova d’interprete da parte dell’artista etnea che si cala in una atmosfera alla Kurt Weill nelle inedite vesti alla Ute Lemper. Davvero un gioiellino, giustamente immortalato in un video girato nella Sala dei Quadri della grande villa sede dell’azienda vinicola Benanti di Viagrande, in provincia di Catania, e che vede Fabrizio Puglisi al pianoforte e Giovanni Arena al contrabbasso. «Il suono naturale dell’arrangiamento di Fabrizio Puglisi è arricchito dalla risonanza della pietra lavica dell’Etna di cui sono costruite le pareti della villa. La natura etnea, con l’infinita varietà di doni che la “montagna” regala, arricchisce il suono e lo rende dolce e pieno», racconta Eleonora.

I Lautari, storico gruppo che da trent’anni rinnova la tradizione siciliana con inventiva, ironia e virtuosismo, cullano “Omu a Mari” di Gaspare Balsamo, ispirato al romanzo “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo e all’incontro di un marinaio, un uomo semplice che non resiste alle seduzioni più o meno illusorie delle “femminote”. Carmelo Chiaramonte, cuciniere errante, chef inventivo, antropologo del gusto, conoscitore dell’animo umano attraverso i sapori, scrive “Picchio Pacchio”, una ricetta per le melanzane, pulite e tagliate in una atmosfera da colonna sonora alla Armando Trovajoli: uno scioglilingua che sottende una gustosa allusione.

Di grande pathos “Menza spogghia” che rivede Gaspare Balsamo nelle vesti di voce recitante e di drammaturgo di una processione di donne, accompagnata dal suono americano della chitarra acustica di Agostino Tilotta anima degli Uzeda, storica noise band catanese, e dal coro delle amiche della mamma di Eleonora Bordonaro.
Due orchestre mescolate insieme per “I Dijevu di Vurchean”: l’orchestra Sambazita e Jacaranda Piccola Orchestra dell’Etna, che fanno festa suonando su una melodia della tradizione del samba della comunità nera di Bahia. Il marranzano duetta con il berimbau, la melodia di “Negrume da Noite” di Paulinho Do Reco incontra il testo ispirato da Saro Nievski, il “paladino degli ultimi” di Catania, e una poesia in gallo-italico, lingua misteriosissima portata dai Normanni nell’Isola con la sua mistura di dialetti del nord Italia, francese e lingua siciliana, patrimonio di pochissimi custodi gelosi e orgogliosi, e che si parla a San Fratello, paesino dei Nebrodi in provincia di Messina.

“Ramu siccu” raccoglie le ultime annotazioni sulla creatività. Appunti di una donna che non vuole figli perché ha scelto l’arte per generare bellezza. È un brano nervoso, puntellato dal marranzano di Castrogiovanni, che cresce su un groove di Michele Musarra, esplodendo in un finale rock, mescolando Led Zeppelin, Diamanda Galas e Radiohead. Il canto di un bambino di 10 anni scampato al naufragio di una carretta del mare nel Mediterraneo chiude il disco a mo’ di simbolo di speranza, di umanità, di fratellanza e di quella creatività istintiva inseguita e ritrovata in questo album da Eleonora Bordonaro.

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