Anche la burqa ha i suoi vantaggi. Sodaba e compagne la indossano per nascondersi, passare la frontiera senza essere identificate, entrare clandestinamente in Afghanistan, il Paese da dove sono fuggite come profughe o perseguitate politiche. Una volta dentro c’ è un’organizzazione di dissidenti che le accompagna nelle città e nei villaggi. […] Scaltre come piccole Mata Hari, agguerrite come femministe d’ altri tempi, Sodaba e compagne minano dal basso il bastione di Allah: portano cibo e medicinali, organizzano scuole informali per le bambine, ma soprattutto parlano di diritti umani. […] «Non è il velo il nostro problema – dice. Quello che vogliamo è un Paese democratico». Peccano d’ idealismo le suffragette afghane?

Queste parole potrebbero essere state scritte oggi e invece sono datate 22 settembre 2001. Si tratta, infatti, di un estratto di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera dall’inviata di guerra Maria Grazia Cutuli appena undici giorni dopo la caduta delle Torri Gemelle, nemmeno due mesi prima che venisse uccisa in Afghanistan. La recente riconquista di Kabul da parte dei talebani, mentre riporta indietro di 20 anni le lancette della storia, riaccende tristemente il ricordo della giornalista siciliana che per la sua professione e per gli ideali di pace, giustizia e libertà ha dato la vita. Abbiamo intervistato il fratello Mario, presidente della Fondazione Cutuli Onlus, per leggere il presente attraverso il ricordo della sorella e per chiedergli del futuro della “Scuola blu”, il plesso per bambine e bambini eretto in sua memoria a Kush Rod, a 15 chilometri da Herat, nel 2011.

Bambine presso la “Scuola blu”

Ora che l’Afghanistan è di nuovo sotto il controllo dei talebani, che ne sarà della “Scuola blu” e delle sue piccole studentesse?
«Al momento non abbiamo ancora notizie certe, se non che la scuola è stata operativa fino alla caduta di Herat. Capire quali saranno le sorti di quel progetto non è facile, anche perché, già in passato, non sempre il personale docente si è trovato d’accordo sull’impostazione da seguire, diviso, a volte, tra aperture occidentalizzate e posizione più tradizionaliste. Il percorso non è stato semplice. A un certo punto è stato proposto di aprirla solo ai maschi: noi chiaramente ci siamo opposti e abbiamo sempre fatto in modo che accogliesse bambine e bambini insieme. Chiaramente adesso siamo preoccupati e rimaniamo in contatto con il Ministero degli Esteri italiano per capire come poter agire».

In che modo la Scuola riflette l’impegno di Maria Grazia Cutuli? E cosa rappresenta per quel territorio?
«Maria Grazia si domandava continuamente il perché delle cose e si soffermava sugli effetti della guerra sui civili, soprattutto sui diritti negati. I volti delle donne e dei bambini erano frequenti nelle sue cronache. Ritratti commoventi, pieni di dignità proprio dove quella dignità veniva negata. Ripensando ai suoi pezzi, nei quali il sorriso dei più piccoli conferiva speranza e l’intensità dei colori, in particolare del blu, era ricorrente, la Fondazione che porta il suo nome ha deciso di costruire una scuola elementare capace di accogliere 600 tra bambine e bambini. Con lo spirito di far germogliare nelle nuove generazioni, forza portante del Paese, una nuova consapevolezza. La struttura nasce grazie a un progetto corale con il Corriere della Sera e le istituzioni. Ed è frutto di un dialogo instaurato con il villaggio. Gli italiani hanno costruito in Afghanistan tante scuole, ma questa ha un’architettura unica: con il suo progetto e il blu delle sue pareti che sfuma nel cielo, è un oggetto simbolico, tanto che nel 2015 è stata selezionata tra gli edifici con maggiore influenza sul territorio in cui sorgono».

Cos’ha pensato quando ha appreso che i talebani stavano riprendendo il potere?
«Che siamo di fronte a un’enorme tragedia umanitaria, un duro colpo alle democrazie del mondo. Abbiamo avvertito un forte senso di sconforto per le sorti del Paese e per il riaffermarsi di quegli schemi violenti. Con la scuola abbiamo voluto piantare un seme di speranza, ma siamo consapevoli che sotto la Sharia non può continuare a germogliare. A distanza di 20 anni, è una retrocessione nella lotta per i diritti umani nel mondo».

Maria Grazia Cutuli

Quasi vent’anni sono passati anche da quel 19 novembre del 2001.
«Voglio solo ricordare un aneddoto. Quando nel 2004 è giunta la notizia della condanna a morte di uno dei suoi assassini, ci è stato chiesto cosa ne pensassimo. Mia madre, con semplicità e fermezza, ha dichiarato: “Da cristiani siamo sempre stati contrari alla pena di morte, non abbiamo mai pensato che chi ha ucciso Maria Grazia potesse o dovesse essere condannato alla pena capitale. Questo non ci avrebbe ridato nostra figlia”. Quelle parole sono state una lezione di civiltà e umanità».

In questo nuovo contesto, in Afghanistan le giornaliste sono tra i soggetti più a rischio. Quale valore assume oggi, in tal senso, la testimonianza di sua sorella?
«Maria Grazia metteva dedizione, passione e rigore nel suo mestiere e ciò lo trasmetteva negli articoli e a chiunque incrociasse. Una volta si recò in Pakistan, in una scuola coranica femminile. Intervistando delle ragazze, alla fine chiese loro cosa volessero fare da grandi: una rispose la giornalista. Maria Grazia descrisse lo sguardo di questa ragazza acceso da paura e ammirazione. La sua capacità di raccontare quei luoghi è ciò che proprio in questo momento ci manca di più».

Nel nome di Maria Grazia Cutuli sono già state realizzate tante iniziative e opere sociali. Cosa si continua a fare per tramandarne la memoria?
«Stiamo lavorando a due grandi progetti. Il primo riguarda la realizzazione di un parco giochi per bambini a Catania, la sua città: sorgerà nel polo per i bambini affetti da malattie oncologiche costruito da Lad Onlus. L’altro verrà realizzato a Kilifi, in Kenia, insieme a Koinonia, Onlus operante sul territorio, e padre Kizito (Padre Renato Sesana, il fondatore, ndr) con cui Maria Grazia aveva collaborato in giro per il mondo. Insieme costruiremo un centro per recuperare e tutelare i più piccoli sottoposti a uno sfruttamento estremo, anche sessuale, a causa della povertà. Il progetto, che darà una casa di accoglienza a circa 40 bambini, sarà anche un luogo in cui dialogare con le famiglie e creare piccole attività imprenditoriali. Mi piace pensare che Maria Grazia sarebbe contenta di queste iniziative».

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