Pensare fa male? La risposta dall’evoluzione alla vita di tutti i giorni

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C’è una strabiliante facoltà che ai nostri progenitori è costata molta fatica ottenere (e qualcuno ancora deve acquisire). Il suo potere è denigrato e incompreso eppure ci è utile come mangiare, una vera zattera di salvezza. Capiamo insieme di cosa si tratta con un brillante filosofo del secolo scorso ma sempre attuale

Anni fa (50.000 o qualcosa di più) accadeva un evento sensazionale. Più sorprendente del bipedismo, della ruota, dell’allunaggio, di Internet, della prima fetta di torta con la panna: faceva la sua comparsa il pensiero astratto. Considerando che i primi ominidi del genere Homo apparvero circa 2,5 milioni di anni fa e l’Homo sapiens circa 200 mila anni fa, ci abbiamo messo un bel po’ di tempo per fantasticare. Cosa ha significato e cosa significa tutt’oggi questo quid in più?

QUEL POSTO TUTTO NOSTRO. Antropologi, evoluzionisti ed esperti di varie discipline concordano nel ritenere che il pensiero simbolico e la creatività rappresentarono il salto qualitativo collegabile a tutte le successive acquisizioni. La pensa così anche il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset per il quale fantasia e memoria sono le principali doti umane e che in “L’uomo e la gente” si sofferma sull’utilità del pensiero tout court. «La possibilità di meditare è l’attributo essenziale dell’uomo. Meglio che altrove, lo percepiamo al Giardino Zoologico, davanti alla gabbia delle nostre cugine: le scimmie». Queste infatti sono sempre irrequiete,  catturate, per curiosità o per timore, dagli oggetti e dagli avvenimenti dell’ambiente. L’animale «non guida la propria esistenza» ma è governato dal mondo esterno, da ciò che è altro da sé e, in questo senso, vive alterato, alienato. Cos’abbiamo di diverso da queste cugine? Anche noi siamo prigionieri del mondo. «Ma con questa differenza essenziale: che l’uomo può, di quando in quando, sospendere di occuparsi direttamente delle cose, staccarsi da ciò che gli è intorno» e ritirarsi in se stesso. Questo strabiliante potere a portata di mano, che siamo soliti chiamare meditare, è ben espresso dal verbo spagnolo ensimismarse. Ma che se ne fa di questo posto fuori dal mondo dentro al mondo?

COSTRUIRSI LA ZATTERA. L’uomo, spiega Ortega y Gasset, vive naufrago nella propria circostanza. Quando riesce a ritirarsi nell’intimità può costruirsi un piano d’azione in grado di controllare la realtà e adattarla ai suoi desideri: questa «è l’immedesimazione, la vita contemplativa di cui parlano i Romani, il theoretikòs bíos dei greci, la theoría». Ma il filosofo madrileno che vive entrambe le guerre è contro quelle filosofie che professano un pensiero fine a se stesso. Il pensiero l’uomo «deve farlo per mantenersi a galla tra le cose», è la sua zattera di salvezza. Infatti dal suo mondo interiore riemerge e torna al mondo di fuori. «Ma torna in qualità di protagonista» per modificare il mondo che lo circonda. Pensare quindi, attraverso l’ensimismamiento, permette di creare le idee che orientano la nostra vita e gli strumenti per riformarla. «Non viviamo per pensare, ma al contrario pensiamo per riuscire a sopravvivere». E aggiunge: «Non c’è dunque autentica azione se non c’è pensiero; e non c’è autentico pensiero se non debitamente riferito ad un’azione».

È NATURALE PENSARE? Niente affatto, come sembra corroborare la storia evolutiva. Per molto tempo gli uomini primitivi furono troppo impegnati a cercare cibo e rifugio per pensare in maniera introspettiva. «L’attenzione verso l’interno, che è l’immedesimazione, è il fatto più antinaturale, più ultrabiologico. L’uomo ha impiegato migliaia e migliaia di anni per educare un poco – soltanto un poco – la sua capacità di concentrazione», scrive Ortega y Gasset. Anche gli avvenimenti storici e quotidiani mostrano che pensare non è scontato né immediato. Il pensiero non è dato all’uomo come all’uccello il volare o al pesce il nuotare. Se così fosse «l’uomo dovrebbe, naturalmente, pensare» e invece è un’acquisizione laboriosa. E proprio perché si tratta di una conquista, «corre sempre il rischio di essere perduta, come in grandi dosi si è perduta molte volte nel passato». Gli uomini, in verità, perdono spesso la capacità di raccogliersi in se stessi e vivono alterati. E così può loro accadere di smettere di essere uomini, «mentre la tigre non può smettere di essere tigre». Il pensatore ci esorta allora a ripeterci un monito per risparmiarci metà delle cose tristi che ci accadono: «Calma! Che senso ha questo imperativo? Semplicemente quello di invitarci a sospendere un momento l’azione che minaccia di alienarci e di farci perdere la testa; sospendere un momento l’azione, per raccoglierci dentro di noi, passare in rivista le idee che ci siamo fatti in merito alla nostra circostanza e formare un piano strategico». E chiosa: «Senza una strategica ritirata in se stessi, senza un pensiero vigile, la vita umana è impossibile». È così che la ragione rende sostenibile i sogni.

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