«Caro/Cara…»: l’amore nelle lettere dei filosofi
e ciò che rimane della festa di San Valentino

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Rompiscatole a conoscerli, ostici spesso a leggerli, i grandi pensatori dei nostri manuali probabilmente non festeggiarono la festa degli innamorati ma furono grandi amatori. A raccontarci frammenti della loro vita di coppia, avuta o desiderata, sono loro stessi nelle parole destinate alle amate

Sono passati pochi giorni da San Valentino: nelle vetrine i palloncini si corrugano, i fiori profumano meno mentre in bar e panifici le chiacchiere prendono il posto di dolci cuoriformi. Cosa resta della festa degli innamorati? Bigliettini che potranno sempre per un fugace istante saltare dal cassetto al cuore e restituirci un emozione. E allora vogliamo ricordare così questa ricorrenza, come si ricorda l’amore: con lettere, screenshot vintage che alcune vite di filosofi custodiscono. L’inchiostro si tinge di rosso e segue gli elettrocardiogrammi di cuori che infiammano pagine di libri e si lasciano infiammare dalle amate, le Cara, che inaugurano ogni relazione. Se esiste un posto in cui riposano gli amori ormai in disuso, come canta Tiziano Ferro, non c’è dubbio: è fra foglietti ingialliti.

AMORI “FRIENDZONATI”. Marzo 1882, Paul Rée, filosofo tedesco, incontra la bella acculturata russa Lou Salomè. È colpo di fulmine, o meglio, tempesta: ingoiato l’amaro no all’impetuosa richiesta di matrimonio, pur di restarle accanto accetta di soddisfare le fantasie di convivenza intellettuale a tre, chiamando l’unico amico adatto, Nietzsche. Ma anche questi le cede e incarica il povero Rée di chiederle la mano, parimenti rifiutata. Inutile dire che i rapporti tra loro si incrineranno e alla fine anche con Salomè a cui Rée si rivolge dopo un periodo da solo con lei a Berlino: «Temo che ci dovremo separare, poiché, anche se io sono il tuo protettore e il tuo appoggio davanti al mondo, tu sei troppo leale per continuare a volermi in questo ruolo il giorno che la simpatia, l’affetto che ci lega dovesse essere minimamente scosso da un mutamento. E questo mutamento è avvenuto in me. […] in realtà ero morto, tu mi hai riportato alla vita, a una pseudo-vita. Ma una psuedo-vita in un morto è ripugnante». L’ultimo biglietto lasciatole reciterà: «Sii pietosa, non cercarmi». Quanto a Nietzsche, il più friendzonato in questo ménage à trois, un altro turbine lo travolgerà: Cosima Wagner, moglie del noto compositore. 3 gennaio 1889, Nietzsche indirizza da Torino a Cosima dei biglietti; l’inchiostro sa di follia, quella del suo genio filosofico: «Alla mia principessa Arianna, mia amata. Che io sia un uomo è un pregiudizio. Ma io ho già vissuto spesso fra gli uomini e conosco tutto ciò che gli uomini possono provare, dalle cose più basse fino a quelle più alte. Sono stato Buddha fra gli indiani e Dioniso in Grecia […] Da ultimo, ancora, sono stato Voltaire e Napoleone, forse anche Richard Wagner… Ma questa volta vengo come il vittorioso Dioniso». Parole enigmatiche che mostrano il legame con i coniugi Wagner e, forse, la voglia di sostituirsi a sera al marito con la virilità del dio dell’ebrezza.

L’AMORE FRA BANCHI E CATTEDRE UNIVERSITARIE. Come quello tra i filosofi Heidegger e la sua alunna più brillante, Hannah Arendt. Uno dei carteggi più struggenti il loro, dove l’uomo e la donna amanti si intrecciano con l’uomo e la donna filosofi, co-alimentandosi. È il 1924: lui 35enne, sposato con la nazionalsocialista Elfride che mai lascerà nonostante le relazioni clandestine di entrambi; lei 18enne di origini ebraiche, a Marburgo per seguire i suoi corsi di filosofia. Basta l’orario di ricevimento a legarli per sempre. Passano anni, le loro vite si allontano e subentra la drammaticità della storia. Ma Heidegger è l’ex che fa giri immensi e poi ritorna. È il 1950 quando i due si ritrovano. Scrive Heidegger ad Arendt in una lettera del 4 maggio 1950: «Hannah, ti saluto dalla “spiacevole distanza di tremila miglia”… l’abisso della nostalgia. Eppure ogni giorno sono felice che le cose siano così come sono. Ma molto spesso mi piacerebbe passare il pettine a cinque denti tra i tuoi capelli crespi, soprattutto quando la tua cara foto mi guarda dritto al cuore. Tu non sai che è lo stesso sguardo che brillava rivolto a me sulla cattedra – ah, era, è e rimane l’eternità, da lontano nella vicinanza. Tutto doveva riposare per un quarto di secolo come un chicco di grano nel solco profondo di un campo, riposare in una maturazione dell’assoluto». Arendt muore d’infarto a dicembre del 1975, Heidegger la seguirà 5 mesi dopo.

L’AMORE FRA AGGETTIVI POSSESSIVI E LIBERTÀ. Si sa, i filosofi amano giocare con le parole: le interrogano, le viziano, le abbandono. È il caso di mio e mia. Passano giornate a ragionare fieri sulla libertà ma ci cadono pure loro. Non perché possiedano l’amata o l’amato come una palla reclamata in una partita di pallavolo, ma perché è l’amore alla fine a possederli. Succede a Kierkegaard che, innamorato di Regine Olsen, la lascia perché sposarla per lui significherebbe possederla e quindi distruggere la passione. Ma alla fine, il filosofo degli Aut-Aut che non sceglie si decide a scegliere: sono passati anni però e lei si è sposata. La coraggiosa lettera che scrive a Regine nel 1849 si consumerà in silenzio, pare perché bruciata dal marito di lei. «Mia Regine, il cuore, è come una casa subacquea ove vi sono molte stanze: giù nel fondo, poi, vi sono camere piccole, ma accoglienti, dove si può stare tranquillamente seduti, mentre fuori il mare tempestoso; in alcune di esse possiamo udire in lontananza il rumore del mondo (non angosciosamente assordante, ma sempre più fievole e quieto… sai perché? Perché gli abitanti di queste stanze sono coloro che s’amano). Ma da lungo tempo oramai, cara amica, non abiti più queste segrete magioni: io e te siamo separati […] Regine… non ti chiamo ‘mia’ perché non lo sei mai stata (e io ho pagato duramente la felicità che l’idea di possederti mi dava un tempo)… e tuttavia, come posso non dire ‘mia’, dato che tu fosti per me ‘mia’ seduttrice, ‘mia’ assassina, origine della ‘mia’ sventura, ‘mia’ tomba… già. Ti chiamo ‘mia’, e parlando di me, mi chiamo ‘tuo’; tuo tormento vorrei essere […] Sono pronto ad aspettare a lungo».

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