L’artigiano Pietro Impellizzeri ci apre le porte del suo laboratorio per svelarci un mestiere che il tempo e la tecnologia sembrerebbero aver gettato tra i rifiuti

«Sono seduto da 75 anni su questa sedia con i miei strumenti in mano. Prima realizzavo quasi tre culle la settimana, adesso cerco di sopravvivere». Questa frase, pronunciata fra un colpo di martello e un altro, risuona imponente fra le pareti di una piccola bottega in Via Michele Rapisardi nei pressi del Teatro Massimo Bellini a Catania. Un’affermazione che nasconde sacrifici, dignità, amore per il proprio mestiere, rispetto per la tradizione. A pronunciarla è uno degli ultimi artigiani presenti in Sicilia dediti alla lavorazione del vimini e del giunco. Pietro Impellizzeri, cestaio dalla “nascita”, ci apre oggi le porte del suo laboratorio per svelarci un mestiere che il tempo e la tecnologia hanno gettato tra i rifiuti. Eppure, Pietro non si arrende: «Sono orgoglioso del mio lavoro. Per me tutto questo è vita. Mi rammarico di non essere riuscito a trasmettere quest’arte a qualche giovane volenteroso».

CASA E PUTIA. «Una volta questa zona era piena di botteghe di ogni tipo. Adesso regnano solo la confusione e i pub». Il signor Impellizzeri è a pieno titolo la memoria storica del quartiere, se non altro perché è uno dei pochi ad essere cresciuti nella zona e ad avervi continuato a vivere. «Sono nato qua dentro – dice indicando le pareti del suo laboratorio – così come i miei fratelli e i miei nipoti». Nato nel senso lavorativo del termine? «Crede, forse, di essere entrato in una reggia? Anticamente non ci si potevano permettere i lussi di oggi: mia madre mi ha partorito proprio nel soppalco qua sopra». A questo punto, le parole di Pietro si colorano di una nota di malinconia: «Le nuove generazioni, quelle abituate a vivere in una grande città come Catania, difficilmente sanno cosa significhi farsi in quattro per mandare avanti una famiglia, e quali siano le difficoltà del caso. Noi non avevamo neanche l’acqua corrente. Da piccolo mi armavo di secchi e buona volontà e andavo a rifornirmi alla fontana più vicina».

UNA VITA PER IL VIMINI – Nella bottega del signor Impellizzeri il tempo sembra essersi fermato ad un’epoca che sa di “genuino”. Non è presente alcun macchinario per la fabbricazione in serie. Da più di settantacinque anni, prima aiutando il padre, poi da solo, Pietro continua a lavorare adoperando unicamente le mani e qualche piccolo strumento. «I cestini non hanno tutti la stessa dimensione. Se anche la forma è, più o meno, ripetitiva, ognuno di essi ha la propria storia». Non c’è un manufatto al quale è più legato? «Assolutamente no. Ogni cosa qui parla di me, della mia vita. Preferirne uno sarebbe un peccato». Dunque, è ancora convinto che il suo mestiere possa avere un futuro? «Oggi un artigiano fatica ad andare avanti. Vi è la tendenza ad acquistare prodotti industriali importati nel nostro Paese. Io, purtroppo, non sono riuscito a trasmettere a nessuno l’arte della lavorazione del vimini. Una volta si iniziava da bambini, se adesso prendessi a lavorare un minorenne passerei dei guai seri». Pietro tuttavia chiama a raccolta i tanti giovani catanesi: «Venitemi a conoscere. Tutto quello che faccio non ha niente di vecchio e obsoleto». Un’occasione preziosa, insomma, per appassionarsi ad un mondo, purtroppo, in via d’estinzione.

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