Quando ad andare in scena è l’esigenza del Teatro, “Tutto il resto non ha importanza”

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Lo spettacolo scritto e diretto da Nicola Costa è in scena al Teatro del Canovaccio di Catania fino a domenica 8 aprile

«Questa cosa ha occupato un teatro per realizzarsi»: risiede in tale frase finale l’intera chiave di lettura di “Tutto il resto ha poca importanza”, una cosa, cioè uno spettacolo scritto e diretto da Nicola Costa che vede impegnati in scena al Teatro del Canovaccio, fino a giorno 8, gli attori Alice Sgroi e Francesco Bernava.

LA PROVOCAZIONE. È buio in sala quando due artisti fanno irruzione per occupare un teatro che dia loro rifugio e consenta di allestire e rappresentare uno spettacolo. L’occupazione di una sala teatrale non è mai una buona idea, perché il teatro è di tutti, ma cos’altro fare se l’organizzazione politica che si cela dietro le produzioni non smette di puntare solo su mediocrità e intrattenimento? Con un evidente tono provocatorio, non c’è remora nel dichiarare dal palcoscenico del Canovaccio che oggi persino Eschilo, Sofocle, Euripide, Seneca, Shakespeare troverebbero chiuse le porte dei teatri. Il teatro è un’esigenza, un invito ad amare in un mondo in cui c’è troppo poco amore: riaprirne le porte è necessario.

UTOPIA E CINISMO. Saliti sul palco, i due attori non diventano subito personaggi, ma danno sfogo alle proprie esigenze di artisti anonimi senza il timore di urlare. Lei è incarnazione di utopia e speranza, lui di cinismo e frustrazione. I due sono l’uno il riflesso dell’altra, lui in realtà non esiste, ma rappresenta solo la parte cinica che si cela nella mente di ogni artista. Quasi come dei dissoi logoi (dei discorsi contrastanti), lei da una parte offre numerosi spunti citando autori del passato che dimostrano quanto l’arte di Istrione sia duratura, essendo sopravvissuta a ogni censura dall’antica Grecia a oggi, lui dall’altra ribatte con frustrazione denunciando la labilità delle messe in scena, definendo il teatro come un inganno, una tentazione di fama (o «di fame!» fa eco ironicamente lei). Colui che rappresenta il riflesso cinico dell’artista sfrutta simbolicamente tre megafoni con tre voci diverse per parlare, quasi come delle maschere: uno è rivestito di fogli di giornale ed è quello che con voce rabbiosa e collerica consente all’artista di sfogarsi contro chi canzona o rimprovera coloro che aspirano a fare gli attori. Un altro è rivestito di fogli di fumetti ed è usato per interpretare il ruolo dell’attore convenzionale, che recita ogni battuta sulla base delle note di regia. Il terzo megafono è nero, luttuoso, perché è quello con cui ci si rivolge a una letteratura morente che rischia di soccombere se il pubblico non va a teatro.

Foto Dino Stornello

IN SCENA IL TEATRO. La prima parte dello spettacolo è quasi un saggio che mette il pubblico a conoscenza di cosa voglia dire allestire una rappresentazione, delle difficoltà quotidiane che incontrano gli artisti. Se un giovane non fosse mai stato a teatro, assistendo a “Tutto il resto non ha importanza” non si farebbe un’idea di cosa sia uno spettacolo tradizionale, ma di quello che succede prima che l’opera vada in scena, delle angherie e dei soprusi che il teatro deve subire oggi. L’arte e la letteratura muoiono ogni volta che su un social si posta una citazione pseudo-intellettuale, l’amicizia vera viene meno quando si definiscono amici quelli virtuali e non quelli disposti a correre in nostro aiuto.

GIOVANI CHE POSSONO CAMBIARE IL MONDO. Il teatro è anche uno strumento di denuncia: così i due attori divengono più o meno tradizionalmente personaggi e danno voce a chi dai soprusi è stato oppresso, come Enzo Tortora, che rappresenta il primo caso di blitz mediatico. È sufficiente sfilare una felpa, indossare una giacca e da artista cinico e frustrato Bernava si trasforma in un martire del sistema, interpreta il ruolo di Tortora e legge con commozione una parte della sua autobiografia. Vittima di una sorte ingiusta è anche Laura Salafia, della quale Alice Sgroi cita un pensiero che rappresenta una voce di speranza in un mondo disperato.
È ai giovani, disintegrati e sfruttati in questa società, che ci si rivolge in conclusione per cambiare tale mondo: sono loro che possono cambiare le cose, protestare per i propri diritti, pretendere un lavoro dignitoso senza emigrare. Bisogna uscire dall’isolamento, tornare a stare insieme e ad amarsi.

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