Robert Frank, una Ford Coupé e l’America degli ultimi

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Il celebre fotografo di origine svizzera ha trasformato per sempre il modo di immortalare la realtà. Uno dei suoi scatti tratti da “Les Americains” del 1958 trasmette in modo indelebile la forza dello stile che lo ha reso famoso

Una vera e propria leggenda. Questa la considerazione che molti hanno di Robert Frank, il vero innovatore del linguaggio del reportage, morto il 10 settembre scorso all’età di 94 anni. Esponente di una fotografia schietta, a tratti dura, incentrata sulla meravigliosa crudezza della quotidianità americana, Robert Frank, nato a Zurigo, in Svizzera, nel 1924, era figlio di due ebrei, sua madre era svizzera e suo padre tedesco.

Iniziò a occuparsi di fotografia da giovane, collaborando con diversi fotografi svizzeri, ma a 23 anni si trasferì negli Stati Uniti, lamentandosi dell’ambiente chiuso e poco stimolante della Svizzera di quegli anni.

Negli Stati Uniti, a New York, cominciò a collaborare come fotografo per diverse riviste, facendosi conoscere ed entrando in contatto con i giri di artisti e intellettuali newyorkesi. A metà degli anni Cinquanta ottenne un finanziamento da parte della Fondazione Guggenheim per viaggiare e fotografare gli Stati Uniti. Partì con una Ford Coupe, due macchine fotografiche e centinaia di rullini in bianco e nero; dopo aver percorso migliaia di chilometri in tutti gli Stati Uniti, raccolse 83 delle quasi 30.000 foto che aveva scattato. Il libro fu pubblicato prima in Francia, nel 1958, con il titolo “Les Americains”, con tante foto senza titolo e commento. Solo l’anno successivo il libro fu pubblicato negli Stati Uniti, nella famosa edizione con prefazione dello scrittore statunitense Jack Kerouac (che due anni prima aveva pubblicato “On The Road”).

Frank venne una volta definito dal New York Times Magazine: “Il più influente fotografo in vita” ed è largamente considerato uno dei più importanti fotografi del Novecento. “The Americans”, però, non fu subito apprezzato e ricevette inizialmente anche dure critiche, per il modo con cui aveva fatto gli scatti e per il contenuto delle foto. Frank aveva fotografato scene di vita di ogni tipo, spesso in contraddizione con l’idea positiva che gli Stati Uniti volevano dare di loro stessi in quegli anni; e lo aveva fatto con uno stile a volte sporco, scattando fotografie a colpo d’occhio, a volte senza nemmeno scendere dall’auto, se stava viaggiando. Per queste stesse ragioni, “The Americans” diventò poi uno dei libri più apprezzati e celebrati della storia della fotografia e del fotogiornalismo, rendendo Robert Frank uno dei più importanti e influenti fotografi della sua generazione.

La foto presentata è “brutta”, totalmente fuori dai canoni dell’epoca, contraria ai principi di rigore e perfezione dettati da Cartier-Bresson e dagli altri maestri affermati nel secondo dopoguerra. Eppure è di quelle che ti lascia senza respiro per alcuni secondi.  Lo stesso Kerouac, nella presentazione del libro riconosce che il genere di domande che Frank induceva in foto come questa era: “Qual è il nome e l’indirizzo di quella ragazza fotografata, mentre solleva un istante gli occhi all’interno di un ascensore pieno di demoni sfuocati?”.

Già, foto che ti fanno entrare in orizzonti sterminati, ti inchiodano inevitabilmente. E che ti fanno passare a ulteriori approfondimenti. L’uomo in primo piano sfocato immerso nei suoi pensieri è parte integrante dell’immagine, come lo è il disinteresse della donna che già è uscita dall’ascensore. Tutto per documentare un’America, anzi un mondo in bianco e nero in velocissima trasformazione.

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